Friday, 31 October, 2014

 

carabinieri_ansa2-kXgC-U10401958377849CG-640x320@LaStampa.itTredici arresti tra Lombardia e Calabria : ancora ‘ndrangheta, ancora al nord, si annida lì dove le grandi opere diventano interesse economico di affermazione e arricchimento.

L impegno della magistratura e delle forze di polizia è massiccio, ma la caccia ai cattivi se non supportata da leggi forti,rischia di rimanere fine a se stessa.

E le leggi antimafia e anticorruzione come funzionano?

Ormai il progetto expo volge alla sua conclusione dunque sono stati tanti gli affari permessi nel frattempo a tali cosche.

Poi magari per assurdo va a finire come il boss Giulio Lampada che “terrorizzato dalle sbarre” sconta la sua pena in una comunità terapeutica.

  Sopraffatto dalla mafia e dalla corruzione,  Il nostro Paese sta morendo, si arricchiscono le sole mafie e gli imprenditori disonesti , adesso basta! Dobbiamo reagire tutti. Pino Masciari

fonte: http://www.lastampa.it/2014/10/28/italia/cronache/le-mani-della-ndrangheta-sulle-grandi-opere-arrestate-persone-tra-lombardia-e-calabria-CjfOMmz4YhJSDj1PqhfRiL/pagina.html

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Pino Masciari: questa non è la giustizia che meritano i cittadini italiani, né vera esemplarità.
Non vi è legalità senza giustizia.
La lungaggine dei tempi di giustizia è vergognosa( in questo caso si attende da circa quindici anni per alcuni capi d’ imputazione come estorsione, usura e associazione mafiosa), mentre il terrore ambientale è il vero trionfo.
Chi è morto per la giustizia diceva“Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico” (Livatino).

“‘Ndrangheta, processi a rilento: a Vibo tornano liberi due boss di primo piano del clan Mancuso di Limbadi

Si tratta dei figli di “don Mico” Mancuso, considerati esponenti di spicco della pericolosa cosca. Hanno scontato le pene per cui erano in carcere ma su di loro pesano altri processi: uno è legato a un’operazione di 15 anni fa

VIBO VALENTIA – Due boss della ‘ndrangheta tornano liberi per fine pena. Si tratta dei fratelli Diego (detto “Mazzola”) e Francesco “Ciccio Tabacco” Mancuso, di 61 e 57 anni, esponenti di spicco del clan di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, considerato uno dei più pericolosi di tutta italia. Per loro, ormai, nessuna misura restrittiva: Diego ha scontato 15 anni per associazione mafiosa e truffa al termine dei processi “Dinasty” e “Batteria”, Ciccio è stato in carcere 11 anni per mafia e usura dopo le condanne nei processi “Dinasty” e “Senza Respiro”.

Figli entrambi di “don Mico” Mancuso, sono stati condannati in primo grado nel maggio 2013 ad ulteriori 6 anni di carcere a testa per associazione mafiosa nel processo “Genesi”, il cui appello a Catanzaro deve però ancora essere fissato, e sono attualmente imputati, per estorsione ed usura, pure nel processo “Impeto”, nato da un’operazione antimafia del 1999 ma che aspetta ancora la sentenza di primo grado.

Nel frattempo, però, per loro le porte del carcere si riaprono. Con le scarcerazioni di Diego e Francesco Mancuso salgono a 6 gli esponenti di spicco del clan tornati liberi. Nel luglio 2012, dopo 19 anni di detenzione, è stato infatti scarcerato (ed è attualmente irreperibile) il boss Luigi Mancuso, mentre liberi sono anche Cosmo Mancuso, Francesco Mancuso, detto “Bandera”, Domenico e Salvatore Mancuso.”

mercoledì 22 ottobre 2014 18:34

http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/730824/-Ndrangheta–processi-a-rilento.html

mezzi_trasversale_incendiati

Pino Masciari: perchè nella mia terra non  cambia nulla?                                     Un popolo sopraffatto dalla rassegnazione e un indistruttibile vuoto politico continuano a condannare il futuro di un territorio e dei suoi giovani alla più crudele involuzione  e miseria.

Lo sviluppo è incendiato

di Salvatore Albanese
http://www.ilvizzarro.it/lo-sviluppo-e-incendiato.html
Avrebbero dovuto riversarsi in piazza, a centinaia, a migliaia, i cittadini delle Serre che domenica scorsa, per l’ennesima volta, hanno dovuto soffocare nel silenzio il rancore di un futuro interrotto. Rimandato, a chi sa quando, da un male oscuro e allo stesso tempo presente ormai ovunque, di cui quasi si ha il timore di leggere anche soltanto quattro righe sul giornale. I mezzi della Trasversale, in un cantiere alle porte di Simbario, prendono fuoco. Lo decide la ‘ndrangheta, ancora una volta, leggera e arrogante. «Questione di racket – si dirà laconicamente – la solita storia».
E poi via di nuovo a scorrere verso altri fatti, altre notizie, altro vissuto, come se poco o nulla fosse accaduto per un popolo incapace di indignarsi anche di fronte ad una mostruosità che in qualsiasi altro punto d’Italia avrebbe ravvivato telecamere e prime serate, scatti di dignità e provvedimenti istituzionali, proteste e ovazioni di solidarietà. Qui invece no, qui il sud del sud continua a soccombere, vestito di quella gretta indifferenza che fa apparire digeribile anche la violenza più cruda.
Quella della Trasversale delle Serre è una storia fatta di vergogna. Di pastoie burocratiche, di varianti progettuali, di miliardi arraffati, di speranze svanite, di annunci, promesse, tagli di nastro, bombe ed incendi. Incendi come quello di due giorni fa, quando qualcuno – tra la notte di sabato e domenica scorsa – si intrufola in un cantiere e, visto che crede di avere avuto ancora poco, mette a fuoco cinque mezzi di un’azienda impegnata a completare i lavori. Alle tre di notte, sul posto, forze dell’ordine e vigili del fuoco impegnati a spegnere le fiamme criminali dell’estorsione.
Sono tanti i fattori che hanno contribuito a mettere nero su bianco i drammi di questo sviluppo negato, ma proprio le intimidazioni subite dalle aziende appaltatrici, hanno rappresentato il male maggiore. La ‘ndrangheta, più di tutto, ha posto il marchio su mezzo secolo di sogni traditi, di promesse sistematicamente disattese. I precedenti sono tanti, come quello del settembre 2008, quando, proprio a Simbario, fu dato alle fiamme un furgone parcheggiato in prossimità di alcune bombole di ossiacetilene. Fossero esplose, avrebbero provocato danni inimmaginabili per un cantiere in cui, all’epoca, lavoravano oltre cento persone. Ancora prima, il 26 marzo dello stesso anno, era stato ucciso Antonio Longo, titolare della “Tecnovese”, azienda in quel periodo impegnata nei lavori alla Trasversale. Quello di Longo, a 7 anni di distanza, è un omicidio rimasto avvolto nel mistero: un agguato spregiudicato, messo in atto da sicari che, in pieno giorno, viaggiando a bordo di un furgone affiancarono l’auto dell’imprenditore sulla “Strada dei due Mari”, che conduce da Lamezia a Catanzaro, riversandogli addosso, in corsa, interi caricatori di armi da fuoco. Nessuno vide nulla.
Anche oggi è il silenzio totale. Qualche antibiotico all’acqua di rose, condito dai soliti comunicati di routine arrivati dagli uffici stampa di onorevoli, sindaci, potenziali governatori e nulla più, nessun seguito. Poche parole buttate a casaccio con frasi ricavate grazie al “copia ed incolla” dell’ultimo attentato e poi basta, va bene così. Il compitino è svolto, dopo tutto ci sono campagne elettorali fresche su cui riversare attenzioni ed energie. Le responsabilità si fermano alla condanna delle lamiere infuocate e delle fiamme alte. Nessun provvedimento, nessun vertice, nessun decreto, nessuna operazione d’urgenza per scervellarsi casomai a tentare di portare finalmente a termine un’opera pubblica (una cinquantina di chilometri scarsi, mica la Muraglia cinese) concepita per la prima volta nel 1966.
Intanto lo Stato – la notizia è di una settimana fa – ci racconta che «il Paese cresce se crescono le infrastrutture», tanto che a tal proposito si pensa di dover riprendere i lavori del Ponte sullo Stretto e favorire una seria accelerazione sui cantieri della Tav. Insomma, un circo al contrario, per un Governo che ancora continua a saziare i questuanti milionari di opere scellerate e senza senso e, di contro, lascia nell’isolamento più totale la montagna dell’ultima provincia dell’ultima regione d’Italia, laddove a confronto basterebbero una manciata di reale buona volontà, tanto coraggio e pochi soldini. Invece no, il nostro territorio deve restare ai margini, in balia di clan e boss casomai da venerare. Sembra quindi bestemmia l’idea di far convogliare gli sforzi e le attenzioni verso quello che davvero è necessario, anzi imprescindibile. Perché non risulterebbe fantomatico, allora, impegnare magari l’esercito a sorveglianza dei lavori della Trasversale delle Serre, di giorno e di notte. Proprio lo stesso esercito che in genere si spende nelle costose pseudo missioni di pace all’estero e che si potrebbe, piuttosto, adoperare nei cantieri allestiti lungo quella lingua desolata di Calabria, dove ormai dal 1966 si combatte la guerra, quella vera. Una guerra che vede in contrasto la ‘ndrangheta e i diritti di intere popolazioni stuprate, prese in ostaggio da attentati alla civiltà.”
 

Pino Masciari: Lo spaccato quotidiano di un Paese

Scritto da Pino Masciari Il 14 - ottobre - 2014 COMMENTA

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E mentre in Calabria a San Ferdinando, nell’ operazione della Distrettuale Antimafia sono stati emessi 26 decreti di fermo, tra cui anche il primo cittadino ecoinvolti anche altri amministratori della zona, (http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/calabria/-ndrangheta-sgominata-cosca-bellocco-fermato-il-sindaco-di-san-ferdinando_2073528201402a.shtml),

ad Aosta si decide il Giudizio abbreviato per cinque imputati (Claudio Taccone, i suoi figli Ferdinando e Vincenzo tutti di Saint-Marcel, Santo Mammoliti e Domenico Mammoliti di Aosta)  nell’udienza relativa all’inchiesta Hybris, in cui per tutti ricorre l’aggravante prevista dal metodo mafioso.

http://www.lastampa.it/2014/04/14/edizioni/aosta/ndrangheta-giudizio-abbreviato-per-i-valdostani-imputati-MHmRG2mON1hMN9p6rIMDAJ/pagina.html)

ancora al sud e soprattutto in Calabria dove, secondo i dati aggiornati di Ossigeno per l’Informazione, si vuol imbavagliare il giornalista con la violenza (fino ad oggi ci sono già 30 casi accertati di giornalisti minacciati) -Denunciare la ‘Ndrangheta in terra di ’Ndrangheta

http://www.antimafiaduemila.com/2014101351795/cronache-italia/denunciare-la-ndrangheta-in-terra-di-ndrangheta.html

E a  Roma il Presidente della Repubblica Napolitano ,consegna l’onorificenza di grande ufficiale alla sorella del magistrato Falcone e ci ricorda  «Combattiamo la mafia come Falcone»,

http://www.corriere.it/politica/14_ottobre_13/napolitano-combattiamo-mafia-come-falcone-5822274e-5309-11e4-8e37-1a517d63eb63.shtml

Lo spaccato quotidiano di un Paese che cerca affannosamente di arginare il fenomeno mafioso, in ritardo rispetto alla velocità con cui si è estesa e consolidata ovunque la criminalità organizzata .

Forse si può riprendendo il pensiero di Falcone, “la mafia si può vincere cambiando completamente la società, attraverso un esercito di giovani educati alla legalità”.

Ossa bruciate, forse resti di testimone di giustizia.

Scritto da admin Il 7 - ottobre - 2014 2 COMMENTI

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Pino Masciari: Se il ritrovamento dovesse essere confermato è incredibile, nonchè spaventosa, la libertà con cui riescono ad agire le mafie per farsi “giustizia”! Le mafie non dimenticano, a differenza di chi dovrebbe tutelare la sicurezza di chi ha affidato, con sacrificio e coraggio, la propria vita e quella dei famigliari nelle mani dello Stato!

Ossa bruciate in campo a Valenzano: forse resti
di testimone di giustizia

BARI – Frammenti di ossa bruciacchiati trovati a 400 metri dalla sua abitazione. Lì, sotto un albero annerito, la macabra scoperta fatta dai Carabinieri domenica mattina. Troppo presto per dire se il cadavere carbonizzato, perché di resti umani si tratta, sia quello di Alessandro Leopardi, di 38 anni, artigiano di Valenzano di cui non si hanno più notizie dal 1° ottobre scorso.
La Procura di Bari ha avviato accertamenti su quei frammenti di ossa trovati in campagna alla periferia di Valenzano, sotto un albero di ulivo, a ridosso di un muretto a secco. I Carabinieri della Compagnia di Triggiano, coordinati dal Pm Manfredi Dini Ciacci, non escludono che si tratti dei resti dell’uomo. Prima, però, occorrerà attendere gli esami del Dna e i risultati di accertamenti di natura medico-legale affidati al professor Francesco Introna, dell’Università di Bari.
Ieri pomeriggio il padre di Leopardi ha raggiunto l’Istituto di medicina legale nel Policlinico, per sottoporsi al prelievo del Dna da confrontare con quello estratto da piccoli frammenti ossei. Un lavoro non semplice, considerate le condizioni in cui le ossa erano ridotte. Per conoscere il risultato occorrerà attendere una ventina di giorni. Omicidio l’ipotesi di reato. Una ragione tecnica anche per consentire agli investigatori di poter svolgere altri accertamenti e indagini.

Alessandro Leopardi denunciò nel 2005 per estorsione e fece arrestare tre presunti componenti del clan Stramaglia di Bari: Michele Buscemi, Luca Masciopinto e Matteo Radogna. L’uomo e la sua famiglia vennero sottoposti a un periodo di protezione nelle Marche fino al 2011. Poi decisero di tornare in Puglia.

Gli investigatori sospettano che l’uomo, un corniciaio che nel 2005, con la sua denuncia, contribuì a fare arrestare tre persone, sia stato vittima di una lupara bianca. Ma la pista non è affatto l’unica (sempre che quelle ossa siano di Leopardi). Appare strano, ad esempio, che i possibili assassini abbiano deciso di liberarsi del corpo a una distanza così ravvicinata dalla sua abitazione. Se fosse davvero lui, potrebbe avere incontrato qualcuno con cui ha litigato per ragioni diverse da quella vecchia denuncia? La zona in cui è stato ritrovato il corpo bruciacchiato era già stata battuta dai militari, ma subito dopo la denuncia di scomparsa, nell’immediatezza delle ricerche, quel corpo bruciacchiato e quei frammenti non erano apparsi così evidenti. Ad un secondo passaggio la macabra scoperta.
Leopardi mercoledì mattina, primo giorno di ottobre, presumibilmente intorno a mezzogiorno è uscito di casa, ha raggiunto la strada ed è salito in macchina. O qualcuno lo ha costretto a farlo. Da quell’esatto momento non se ne hanno più notizie. L’ultima a parlare con lui è stata la moglie Rossella, uscendo di casa poco dopo le 9. Poi il nulla. Quando la donna è rincasata, intorno alle 13.15 ha trovato la porta aperta, le pentole sui fornelli, le pietanze in cottura, il cellulare del marito sul tavolo. Nessun segno di scasso sulla porta, l’appartamento in perfetto ordine.

Chi lo conosce lo descrive come una persona tranquilla e perbene. Sono giorni terribili per chi gli vuole bene.
«È inquietante l’ipotesi che le ossa umane bruciate siano di Alessandro Leopardi, testimone di giustizia scomparso la scorsa settimana – afferma il deputato Davide Mattiello (Pd), componente della Commissione Antimafia -. La valutazione della attualità e della gravità del pericolo in situazioni come questa è rimessa alla Procura Distrettuale, che può proporre il soggetto per misure speciali previste dalla legge».

[fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno]

corruzione

Pino Masciari: la politica, quella corrotta e marcia, non può farne a meno, non esisterebbe senza l’appoggio delle mafie. Ecco poi proliferare corruzione e malaffare in un mondo, quello politico, dove l’interesse non è più dei cittadini ma delle mafie e tutto ciò che ne è colluso con esse! Non permettiamo che questo sistema marcio sin dalla radice possa continuare!

‘Ndrangheta, Roberti: “Dall’Emilia in Calabria a cercar voti? Sai che lì si decide”

Da Reggio Emilia, il procuratore nazionale antimafia ha risposto così a chi gli chiedeva dei viaggi pre elettorali degli amministratori locali emiliani

Appena il cittadino in piedi in platea fa la domanda, nella sala del Tricolore si solleva un mormorio: “Quando esponenti di molti partiti vanno in campagna elettorale in Calabria, mi pongo il problema: per quale motivo si fa questo? E vorrei una risposta da lei”. Il procuratore nazionale antimafiaFranco Roberti, ospite a Reggio Emilia della web tv Cortocircuito, risponde senza esitazioni: “Se tu in occasione delle elezioni che si fanno qui in Emilia vai a fare campagna elettorale in Calabria, vuol dire che sai che l’appoggio o il non appoggio alla tua elezione viene dalla Calabria non dall’Emilia”. Nessuno, nemmeno nella domanda, fa nomi e cognomi, ma in sala in molti ripensano a un fatto che in città fece molto discutere: nella primavera 2009 diversi politici in corsa per la poltrona di sindaco, tra cui l’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio Graziano Delrio, allora primo cittadino uscente (poi riconfermato per il secondo mandato), discesero fino alla cittadina di Cutro in provincia di Crotone, a poche settimane dal voto.

Delrio – che, anche su viaggio, nel 2012 è stato sentito dai pm antimafia di Bologna come persona informata sui fatti, in una grossa inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta – spiegò allora che come sindaco in carica era stato invitato a una importante festa religiosa. Una visita istituzionale dunque: “La mia visita sottolinea questa amicizia e sarà occasione per rinnovare e rafforzare la collaborazione che lega Cutro e Reggio Emilia”, scrisse allora in una nota Delrio, che era stato effettivamente invitato alla festa dal sindaco del comune calabrese. Ma nonostante le spiegazioni ufficiali, ci fu chi a Reggio Emilia vide nella visita di Delrio e di molti altri candidati piuttosto una mossa a caccia di voti anche tra i tantissimi calabresi immigrati da decenni a Reggio Emilia.

“Candidati in Calabria alla ricerca di consensi”, titolava allora la Gazzetta di Modena online; “Caccia grossa al voto cutrese”, titolava il sito internet di TeleReggio.

 In quei giorni dell’aprile 2009 oltre a Delrio scesero in Calabria infatti Antonella Spaggiari, ex sindaco di Reggio e in quelle elezioni avversaria di Delrio, ma anche Fabio Filippi, candidato sindaco del Popolo della libertà. E poi tutta una serie di altri amministratori di diversi comuni emiliani. Ufficialmente per seguire una festa religiosa cutrese molto suggestiva, che si svolgeva ogni sette anni. Il Movimento 5 stelle di Reggio Emilia, che allora candidava Matteo Olivieri come sindaco, pubblicò un post online per prendere le distanze dai viaggi: “Non è in programma alcun viaggio a Cutro”.

“Se vai in Calabria vuol dire che sai che lì si decide”, ha spiegato Roberti (che però non cita mai il nome di Delrio o degli altri candidati). “Ovunque tu sia nel mondo, se appartieni alla ‘ndranghetaprendi ordini dal Crimine di Polsi (il vertice della ‘ndrangheta, ndr). E se tu vai in Calabria a chiederesostegno elettorale vuol dire che è da lì che deve arrivare l’ok al tuo sostegno elettorale”, spiega Roberti. A questo punto Elia Minari di Cortocircuito interrompe il procuratore antimafia: “Noi abbiamo avuto una grossa partecipazione di candidati abbastanza…”. Roberti non si scompone: “Io non so a che candidati lei si riferisca”, e poi conclude: “Se lei mi pone la domanda in questi termini io devo rispondere così. Evidentemente c’è un cordone ombelicale tra certi cittadini della regione Calabria e i cittadini che stanno qua in Emilia”.

[fonte: ilfattoquotidiano.it]

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Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa -Il nuovo orrore delle schiave rumene

Cinquemila donne lavorano nelle serre della provincia siciliana. Vivono segregate in campagna. Spesso con i figli piccoli. Nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale. Una realtà fatta di aborti, “festini” e ipocrisia. Dove tutti sanno e nessuno parla.

«Possono prendere il mio corpo. Possono farmi tutto. Ma l’anima no. Quella non possono toccarmela». Alina mi indica un locale in mezzo alla campagna. «Lì dentro succede tutte cose possibili». È uno dei pochi edifici che interrompe la serie infinita di serre. Il bianco dei teli di plastica va da Acate a Santa Croce Camerina. Siamo a Sud di Tunisi, terra rossa e mare azzurro che guarda l’Africa. Siamo nella “città delle primizie”, uno dei distretti ortofrutticoli più importanti d’Italia. Il centro di un sistema produttivo che esporta in tutta Europa annullando il tempo e le stagioni. Gli ortaggi che altrove maturano a giugno qui sono pronti a gennaio. Un miracolo chimico che ha ancora bisogno di braccia.

I tunisini arrivarono già negli anni ’80, a frontiere aperte. Le dune di sabbia, il clima rovente, le case cubiche più o meno incomplete ricordavano la nazione di provenienza. Hanno contribuito al miracolo economico della provincia – l’oro verde – e poi sono stati sostituiti senza un grazie. Dal 2007 arrivano nuovi migranti che lavorano per metà salario. I rumeni. E soprattutto le rumene. Nell’isolamento della campagna sono una presenza gradita. Così è nato il distretto del doppio sfruttamento: agricolo e sessuale.

FESTINI
Una cascina in aperta campagna. Ragazze rumene sui vent’anni. Un padrone che offre carne fresca ai parenti, agli amici. Ai figli. Tutti sanno e tutti tacciono. Don Beniamino Sacco è il sacerdote che per primo ha denunciato i “festini agricoli”. «Sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare», denuncia il parroco. Tre anni fa ha mandato in carcere un padrone sfruttatore. Ha subito minacce e risposto con una battuta: «Non muoio neanche se mi ammazzano».

La solidarietà è scarsa, anche tra rumeni. Come è possibile che tutto questo succeda nel silenzio generale? Secondo Ausilia Cosentini, operatrice sociale dell’associazione “Proxima”, «la mancanza di solidarietà tra i rumeni, e la loro mentalità omertosa, si incastra con quella altrettanto omertosa del territorio. In più, da qualche mese noto un aumento dell’intolleranza».

«Se non ci fossero i migranti, la nostra agricoltura si bloccherebbe», dice all’Espresso Giuseppe Nicosia, sindaco di Vittoria. «C’è una buona integrazione, ma la violenza sulle donne è un peso sulla coscienza di tutti. Un fenomeno disgustoso, anche se in regressione». Giuseppe Scifo della Flai Cgil spiega che allo sfruttamento lavorativo si aggiunge la segregazione. Per questo è stato avviato il progetto “Solidal Transfert”, un pulmino che permette di spostarsi senza dipendere dai padroni. «Ho conosciuto rumeni che non erano mai stati in paese», dice.

Uno squillo
«Se sei abituato dalla Romania, qui non è tanto più pesante», spiega Adriana con un sorriso. Non è facile crederci ascoltando la storia di Luana, quaranta anni. I due figli l’hanno raggiunta dopo il suicidio del marito in Romania. Lavora in una serra sperduta nelle campagne di Vittoria, vive in un casolare fatiscente nei pressi. La scuola è difficile da raggiungere a piedi. Il tragitto è lungo e pericoloso per due bambini soli. Il padrone è un signore di Vittoria. Si offre generosamente: «Li accompagno io». La sua non è una richiesta disinteressata.

In piena notte la chiama. Chiede se i bambini si sono addormentati. Le dice di raggiungerlo sotto un albero. Anche il padrone vive lì, a due passi. Con la moglie e un figlio. Luana teme soprattutto le minacce dell’uomo, ha paura per i bambini. A volte si nega. Lui subito minaccia. «Non li porto più a scuola. Niente acqua da bere. Neanche a te. Qui c’è caldo e l’acqua che diamo alle serre è avvelenata. Vuoi andare al supermercato? È molto lontano».

Luana sopporta tutto. Persino quando lui perde la testa e la minaccia con la pistola. Ma quando dice che non porterà più i bambini a scuola, condannandoli all’isolamento più assoluto, pensa che può bastare. Decide di fuggire. Di notte prepara la valigia, prende i bambini per mano. Luana è stata accolta e protetta nel centro di accoglienza dell’associazione “Proxima”. È inserita nei programmi destinati alle vittima di tratta. Come se fosse una storia di prostituzione. Si tratta invece di lavoratrici che producono ortaggi. Quelli che tutti compriamo al supermercato. Dopo un mese ha deciso di andare via. Ora lavora nuovamente nelle serre. Sfruttamento estremo significa anche mancanza di alternative.

Lontano da Seva
La storia di Luana è stata raccolta da Alessandra Sciurba, ricercatrice dell’Università di Palermo. Perché le donne accettano queste condizioni? «In genere sono consapevoli di quello che le aspetta. Ma lo fanno per tenere unita la famiglia». Nelle serre puoi vivere coi bambini. A casa di un anziano no. Meglio quindi fare la contadina che la badante. Per questo ci sono nelle serre tante mamme rumene coi bambini. «Possiamo parlare di un estremo esercizio del diritto all’unità familiare».

Le rumene vengono da Botosani, una delle zone più povere del paese. Anche lì lavoravano in campagna. «Non potevo stare lontana da Seva, sono troppo attaccata», dice Adriana. Sciurba spiega che le rumene possono essere definite bread winner. Sono le prime a partire. I mariti, se arrivano, arrivano dopo. Intanto gli italiani diventano padroni della loro vita e della loro morte. Sono padroni in tutti i sensi. Le rumene hanno una “considerazione inferiorizzata” di tutti gli uomini: tunisini, rumeni, italiani. «Qualunque cosa possono farci, loro sono niente», conferma Adriana.

Un’altra storia raccolta da Sciurba è quella di Cornelia e Marco. Cercavano una situazione tranquilla. Una serra dove portare la bambina e un padrone che tiene le mani a posto. Hanno trovato un lavoro vicino Gela. Dieci ore al giorno, pochi soldi e in nero. La “casa” è una stanza spoglia nel magazzino. «Ma non devi guardare mia moglie», ha chiarito Mario al padrone. Va bene, ha risposto lui. Anche perché c’è un’altra rumena, sposata, che assecondava le sue voglie. Il marito fa finta di niente per non perdere il lavoro.

Nella serra ci sono cani da guardia molto aggressivi. Sono addestrati per sorvegliare e controllare i lavoratori. Un giorno un dobermann azzanna Cornelia e la bimba, ferendo gravemente alla coscia la piccola. «Ci sono voluti quasi 100 punti», dice mostrando la gambetta della bimba. «Io la tenevo in braccio e ho cercato di proteggerla ma è stato impossibile fermare il cane». Arrivano i carabinieri, il padrone dice che l’animale passava per caso. Intanto il dobermann viene nascosto. La rumena che ha una relazione col padrone conferma. Cornelia e Marco devono ricevere ancora 5000 euro. Denunciano l’uomo. La bambina dovrà essere sottoposta a intervento chirurgico per fare in modo che il muscolo possa svilupparsi correttamente.

Almeno i due non pagavano l’affitto. C’è anche chi chiede fino a 300 euro al mese per un rudere. «Ci sono abitazioni piccole e senza infissi», rivela una ricerca condotta dall’“Associazione per i diritti umani”. «I buchi nel soffitto fanno passare l’acqua piovana. Le mura sono erose dall’umidità. Proliferano i miceti, con conseguenti patologie come l’asma in soggetti, soprattutto in tenera età, prima perfettamente sani. Il tutto nel totale disinteresse del locatario». Nella zona sono intervenuti sia Emergency che Medici Senza Frontiere. Come fosse una zona di guerra e non un distretto produttivo. Spesso gli operatori affermano che certe cose (letti di cartoni, cucine col fornelletto a gas, magazzini adattati ad abitazione) non le hanno viste nemmeno in Africa.

L’anima non me la toccano
È il più spaventoso dei metodi contraccettivi. Vittoria è il primo comune in Italia per estensione delle coltivazioni plastificate e per numero di aborti in proporzione al numero di abitanti. Va avanti così da anni. Spesso le rumene sono giovanissime. Arrivano in ambulatorio accompagnate da uomini, in genere italiani ma a volte anche tunisini e albanesi. «Restano sedute con lo sguardo fisso a terra e gli uomini parlano al posto loro», racconta un’operatrice dell’Asl. «Anni fa un tunisino mi ha portato tre ragazze rumene, tutte incinta, per farle abortire. Parlavano poco. Quando sono rimasta sola con loro mi hanno detto di lavorare nelle serre di cui lui era proprietario».
«Nel caso specifico di Vittoria le donne si trovano impossibilitate ad interrompere la gravidanza poiché tutti i medici sono obiettori di coscienza», spiega la ricerca dell’“Associazione Diritti Umani”. Solo all’ospedale di Modica sono presenti medici non obiettori, ma la crescita esponenziale di richieste di aborto porta un allungamento dei tempi di attesa, rendendo impossibile l’aborto entro i tre mesi previsti dalla legge. Alcune donne sono costrette a ritornare nei loro paesi d’origine per abortire. Altre, invece, si affidano a strutture abusive e a persone che, sotto cospicuo pagamento, praticano l’aborto senza averne competenza».

L’uomo cacciatore
Per le vittoriesi la colpa è delle rumene. Sono loro a tentare il maschio siciliano, per sua natura focoso. C’è una fortissima rivalità tra donne. L’“uomo cacciatore”, ovviamente, è orgoglioso delle “conquiste”. Vantarsi di queste cose dentro le serre è normale. Molto complessa la figura del marito rumeno, a volte presente anche lui in serra. Sa e non sa, vede e non vede. Se non accetta la situazione, è il primo a essere cacciato.
Di fronte a certi orrori lo sfruttamento sul lavoro passa quasi in secondo piano. Anche se significa salari da dieci euro al giorno, temperature di fuoco sotto i teloni, veleno che può rovinare i polmoni, la pelle, gli occhi. Per non parlare delle “fumarole”. Quando di notte bruciano piante secche e fili di nylon, di mattina si soffoca.
Così si produce l’ortofrutta che troviamo in tutti i supermercati. «Abbiamo circa 3000 aziende agricole di piccola e media dimensione», spiega il sindaco Nicosia. «È la più grossa espressione dell’ortofrutta meridionale, oltre che il mercato è il più importante d’Italia di prodotto con confezionato». Nel 2011 risultavano regolarmente registrati 11845 migranti, una stima di quelli che lavorano nelle serre oscilla tra 15mila e 20mila. Migliaia di schiavi che ci permettono di mangiare ortaggi fuori stagione.

[fonte: repubblica.it]

Uomini dello Stato legati alla ‘ndrangheta

Scritto da admin Il 30 - settembre - 2014 COMMENTA

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Pino Masciari: Siamo dinnanzi a due Stati, il primo che combatte la ‘ndrangheta al fianco dei suoi cittadini, che governa ed è governato da politici onesti, mentre poi c’è il secondo, quello più pericoloso, colluso con i mafiosi ed il suo sistema, uno Stato corrotto che pur di ottenere i suoi biechi interessi sta distruggendo il nostro paese, uno Stato che non si è mai fermato davanti a niente UCCIDENDO i suoi servitori onesti in mille modi! Ognuno di noi deve decidere da quale Stato essere governato, scegliere da quale parte stare come ho fatto io ed altrettanti cittadini onesti, esigere la legalità e l’onestà, riconoscere la corruzione ed i suoi corruttori e non aver paura di denunciare!

Ecco come i calabresi hanno conquistato la Lombardia

“Sono state rese note le motivazioni delle condanne in secondo grado per il processo “Infinito-Tenacia”. Lo spaccato è inquietante: dai «proficui rapporti» delle cosche con gli uomini dello Stato ai legami indissolubili con la terra d’origine, fino agli interessi per l’Expo.

C’E’ uno Stato che combatte ogni giorno la ‘ndrangheta e le organizzazioni criminali in genere. Ed un altro Stato che, invece, ci si allea. Fa accordi. Controlla gli affari. Gestisce operazioni finanziarie. Lancia “soffiate” e informa i mafiosi. In 800 pagine la Corte d’Appello di Milano racconta tutto questo. Uno spaccato inquietante, ricostruito nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso giugno, la Corte d’Appello di Milano ha confermato le condanne (LEGGI), seppure con qualche lieve riduzione di pena, per una quarantina di imputati arrestati nel 2010. 

Nomi eccellenti della ‘ndrangheta. Ma anche tanti nomi di politici, rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, manager, imprenditori. Nella sentenza di condanna per la maxi operazione “Infinito-Tenacia” è finita gente del calibro del presunto boss Giuseppe “Pino” Neri e poi l’ex dirigente dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco. Al primo sono stati inflitti 18 anni di carcere e al secondo 12 anni. Ma non sono gli unici. Perché nell’elenco delle condanne figurano nomi del calibro di Vincenzo Novella, figlio del mammasantissima Carmelo. E poi l’altro presunto boss Pio Candeloro. 

Un’inchiesta inquietante, rimasta legata all’immagine del summit nel circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano che, nel 2009, portò alla nomina di Pasquale Zappia ai vertici dell’organizzazione criminale nella regione, dopo l’omicidio di Carmelo Novella che risale al 14 luglio 2008.

Le parole usate nelle motivazioni della sentenza sono inquietanti, dunque. Le cosche della ‘ndrangheta radicate in Lombardia, secondo il collegio della prima sezione, presieduto da Marta Malacarne, avevano creato «proficui rapporti» con «uomini dello Stato», tra cui politici, appartenenti alle forze dell’ordine e manager della sanità. 

GUARDA IL VIDEO DELLA LETTURA DELLA SENTENZA

‘NDRANGHETA: MARCHIO IN FRANCHISING - I 1.300 chilometri che separano la Lombardia dalla Calabria, secondo i giudici, non sono nulla per le cosche calabresi. Perché nell’ambito di «una sorta di rapporto di franchising», sebbene le cosche lombarde agissero in autonomia, «la Calabria è proprietaria e depositaria del marchio “ndrangheta”, completo del suo bagaglio di arcaiche usanze e tradizioni, mescolate a fortissime spinte verso più moderni ed ambiziosi progetti di infiltrazione nella vita economica, amministrativa e politica». 

DALL’EXPO ALLA SANITA’ – Per questo la stessa «infiltrazione mafiosa nelle aziende della famiglia Perego», importante impresa lombarda nei settori edili e del movimento terra, era «seguita» – scrivono i giudici – «con attenzione dalla “madre patria” anche in previsione delle prospettive attribuite a Expo 2015». 

L’ex manager della Asl di Pavia Chiriaco, invece, svolgeva il ruolo di «stabile punto di riferimento per convogliare i voti controllati dall’associazione sui candidati in più tornate elettorali amministrative». Nelle motivazioni, tra l’altro, c’è un lungo elenco di «pubblici funzionari», ma anche di membri delle forze dell’ordine con cui le cosche avrebbero intrattenuto rapporti.

LA TALPA NELLA DIA - E tra i «proficui rapporti» ricostruiti nelle motivazioni della sentenza c’è anche il «contributo informativo» fornito alla mafia calabrese da un «appartenente alla Direzione Investigativa Antimafia di Milano, purtroppo ad oggi rimasto non identificato». 

I POLITICI E I FUNZIONARI – La Corte elenca alcuni di questi «uomini dello Stato» e spiega, ad esempio, che «gli affiliati del locale (ossia della cosca, ndr) di Desio» erano in rapporti con l’ex assessore regionale lombardo Massimo Ponzoni. Inoltre, il collegio scrive che nel procedimento «sono stati analizzati i rapporti degli imputati con altri pubblici funzionari», tra cui «Corso Vincenzo, ufficiale giudiziario in servizio a Desio», «Marando Pasquale, ispettore dell’Agenzia delle Entrate» e «Pilello Pietro», all’epoca «presidente del Collegio dei revisori dei conti della Provincia di Milano». 

E poi «rilevantissima», secondo i giudici, «l’infiltrazione nella società a completa partecipazione pubblica Ianomi, che raggruppa circa quaranta comuni della Valle dell’Olona e del Seveso, ed ha come oggetto sociale la gestione delle reti idriche». 

I CLAN E LE FORZE DELL’ORDINE – E poi ancora i «rapporti di Strangio Salvatore con il colonnello in pensione Giuseppe Romeo e con l’ispettore della Polizia stradale di Lecco Alberto Valsecchi». Nelle motivazioni si parla anche di un «sequestro illegale» di un’auto da parte di «agenti della polizia di Stato di Torino» ottenuto da uomini vicini al presunto boss Domenico Pio. Un pentito poi ha raccontato di «un appartenente alla Guardia di Finanza che aveva fornito loro notizie di arresti imminenti» e di «rapporti privilegiati con il comandante della Polizia locale di Erba» e con «Nardone Carlo Alberto, ex ufficiale dell’Arma dei carabinieri». Altri «proficui rapporti», spiegano i giudici, «sono rimasti nell’ombra» e se ne «desume l’esistenza» dai molti «episodi di fuga di notizie» nel corso dell’inchiesta.”
http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/730111/-Uomini-dello-Stato-legati-alla.html

[fonte: ilquotidianoweb.it]

 

GIUSTIZIA_3

Pino Masciari: Come possiamo pensare di combattere con tenacia l’illegalità e le mafie se per prima cosa ci troviamo a dover combattere contro una giustizia lenta e spesso inefficace come in questo caso!!!

Il prossimo novembre saranno passati dieci anni esatti dai fatti. In un’aula del tribunale di Paola (Cs) un giudice, l’ennesimo, cercherà di capire se la persona arrestata dai carabinieri nel 2004 sia o no un ras della ’ndrangheta. Giudice, accusa, difesa e testimoni dibatteranno ancora nel primo grado di giudizio, come se fosse il primo giorno. Perché in dieci anni il processo non ha fatto un solo passo avanti. Le cronache dell’epoca raccontano di una pericolosa rete criminale che imponeva il pizzo a ogni imbarcazione che approdasse al porto di Cetraro. Un business non da poco. Lì attraccano non solo imbarcazioni turistiche in partenza e in arrivo dalle isole Eolie ma grossi pescherecci. Arrivano denunce, informative, segnalazioni di coloro che si sarebbero rifiutati di pagare il pizzo. Episodi sui quali i magistrati decidono di indagare. E Lo fanno in grande stile, quasi da film dell’azione.

Noleggiano una barca, una Antares 10.80, un’imbarcazione di 11 metri non di lusso ma che non passa inosservata. A bordo c’è un appuntato dei carabinieri che finge di essere un nocchiere. Il suo capitano, invece, fa la parte del ricco ingegnere mentre un carabiniere donna veste i panni dell’amante da portare a spasso. Ma non è tutto. Predispongono un sofisticato sistema di sorveglianza: telecamere, registratori, intercettazioni ambientali e telefoniche. Insomma non si bada a spese. Solo per il noleggio della barca spendono quasi 5 mila euro (compreso il carburante); 230 euro al giorno per le apparecchiature di videosorveglianza, 110 euro al giorno per le intercettazioni e poi una lunga lista di rimborsi per le spese di viaggio, manutenzione, trasferta, etc. A cui si aggiungeranno le spese processuali (per ogni testimonianza resa da un testimone non residente saranno pagati 87,72 euro al giorno; 75,00 euro il rimborso spesa giornaliero). L’operazione va a buon fine. I carabinieri arrestano una persona, Pasquale Agostino. Per gli inquirenti è l’uomo che cercavano.

Recuperiamo un vecchio video del 2004. Un entusiasta Domenico Fiordalisi, all’epoca sostituto procuratore a Paola, descrive con soddisfazione tutta l’indagine. Parla della presenza «di soggetti violenti disposti a compiere reati». Chiude l’intervista con un profetico «… questo è solo l’inizio». Ma l’inizio di cosa? Di certo non l’inizio della fine del cartello criminale a cui avevano puntato. Due giorni dopo quelle dichiarazioni l’unico arrestato viene rilasciato. Il Gip non ritiene raggiunta la gravità indiziaria, non convalida l’arresto e rigetta la richiesta di misure cautelari. Altre indagini non ne vengono fatte e non ci saranno altri imputati. Intanto il sostituto Fiordalisi nel 2006 riceve il “premio Losardo”, dedicato al segretario della Procura di Paola, Giovanni Losardo, ucciso dalla ’ndrangheta «…per le sue indagini sull’infiltrazione mafiosa nel porto di Cetraro». Poco dopo viene promosso Procuratore della Repubblica a Lanusei, in Sardegna. Fa carriera anche il capitano dei carabinieri che partecipa alle operazioni, attualmente col grado di maggiore al comando generale dei carabinieri a Roma.

Il processo, invece, percorre una strada diametralmente opposta. In dieci anni cambiano 5 giudici (Scognamiglio, De Magistris, Buffardo, Sommella, Grunieri). A ogni cambio del giudice è prevista la rinnovazione dibattimentale affinché il nuovo giudice possa rendersi conto dell’attività istruttoria. Si potrebbe evitare se le parti dessero il consenso alla rinnovazione solo formale del dibattimento. Ma l’occasione è troppo ghiotta per gli avvocati difensori che puntualmente la negano. Fatto sta che dopo dieci anni si sta celebrando ancora il primo grado di giudizio. Più passano gli anni e più il processo perde importanza e consistenza. Oggi il caso non è più seguito da un Pubblico ministero ma da un magistrato onorario, un Vpo (che sta per vice procuratore onorario), ossia magistrati che svolgono le funzioni del Pubblico ministero solo per delega del Procuratore. Il presunto estorsore, invece, può contare sulla difesa dell’avvocato di fiducia di Francesco Muto, meglio conosciuto come il “re del pesce”. È uno dei boss più potenti della ‘ndrangheta calabrese e dà il nome all’omonimo clan. In terra di omertà, dove nessuno vede e sente niente, l’avvocato Michele Rizzo riesce a portare in tribunale 52 testimoni a favore. Nei verbali si legge sempre la stessa identica dichiarazione. Cioè che l’imputato era lì per dare una mano, senza chiedere un euro e con grande gentilezza. Ma la pletora di testimoni ha anche un altro effetto.

«Ogniqualvolta manca uno solo dei testimoni, il processo deve essere rinviato. E i rinvii qui a Paola non avvengono prima di quattro o cinque mesi», dice con franchezza Rizzo. Lo stesso che in aula oggi sostiene una tesi che non fa una grinza: quello che fu considerato un pericoloso criminale è, in realtà, un operatore sociale, un volontario che correva in aiuto dei turisti in difficoltà. I soldi che gli davano i naviganti erano oboli spontanei per il servizio reso con gentilezza e professionalità. Nel dopo intervista ci confida che il reato è destinato alla prescrizione. «C’è ancora l’appello e poi la Cassazione. Il mio cliente è in una botte di ferro», ridacchia all’ingresso del tribunale di Paola. «Ma la vuole sapere la cosa paradossale?» ci chiede. Prego. «Il mio cliente non solo è stato liberato dopo appena due giorni di carcere ma oggi è tornato a lavorare esattamente dove era prima: al porto di Cetraro». La barca noleggiata dai carabinieri per incastrare l’”inquietante banda di estorsori” (valore 60- 90 mila euro) stando alla ricostruzione di un inquirente fu ritrovata bruciata nel vicino porto di Vibo Valentia non appena si venne a sapere della trappola. Ignoti i responsabili.”

PINO SCUOLA

 

Pino Masciari: “In bocca al lupo a tutti quei giovani che da oggi riprendono il loro percorso scolastico, a quei giovani che sono il nostro futuro, un futuro che speriamo sia sempre più fondato sull’onestà ed il rispetto per il prossimo. Imparate la legalità ed insegnatela come base sulla quale formare la vita di tutti!”

Il “tesoro” della ‘Ndrangheta: gli analfabeti

Nei territori della ‘Ndrangheta niente scuola. A San Luca, Brancaleone, Locri, Siderno, Platì e in altre decine di comuni calabresi, centinaia di bambini e adolescenti non sono mai entrati all’interno di un’aula scolastica. Neppure nell’atrio dell’edificio. Invece di studiare vengono costretti dalle famiglie a lavorare o accudire i fratelli più piccoli. E tra analfabetismo e valori “deviati”, la N’drangheta coltiva il suo “tesoro umano”, quella manovalanza che poi viene utilizzata per spacciare o commettere delitti.

I carabinieri di Roccella Jonica, Locri e Bianco, hanno denunciato 87 genitori che , nell’anno scolastico 2012/13 non hanno mai iscritto i propri figli a scuola e altre 78 coppie per aver “saltato” l’anno 2013/2014. Tra i comuni maggiormente interessati spiccano Stilo, Riace,San Luca, Brancaleone, Antonimina, Careri, Locri, Siderno, Plati’, Gioiosa, Stignano, Marina di Gioiosa Jonica, Monasterace e Roccella.

Tutti territori in cui la ‘Ndrangheta ha il dominio assoluto e i bunker dei capo ‘ndrine latitanti. 

Onorevole Angela Napoli, membro Commissione parlamentare Antimafia, che cosa significa in un territorio come quello calabrese non mandare i figli a scuola?
Significa non voler spezzare quella sub-cultura che vige nei territori calabresi e che permette di alimentare la micro criminalità e il dominio delle organizzazioni criminali, in questo territorio la ‘Ndrangheta. Spesso i bambini e i ragazzi che non frequentano le scuole sono appartenenti a famiglie criminali o colluse con la ‘ndrangheta che, proprio nell’organizzazione criminale , troveranno successivamente “occupazione”. Saranno chiamati a svolgere un “ruolo” all’interno delle ‘ndrine. Insomma, saranno i manovali della criminalità organizzata.

Con quali valori crescono questi ragazzi?
Non si possono chiamare “valori” ma sub-valori. E sono quelli contrari al vivere civile. Non dimentichiamo che questi ragazzi non si confronteranno mai, come invece accade quotidianamente a chi frequenta una scuola, una classe e un gruppo di coetanei. Questi giovani crescono con la sub-cultura dell’Io, del dominio e della prevaricazione. Crescono con l’odio inculcato dalla sub-cultura verso le Forze dell’Ordine e verso qualsiasi forma di Istituzione.

Tra analfabetismo e violenza, come riescono ad inserirsi nella società? Come riescono a vivere?
In Calabria attraverso la ‘Ndrangheta. E’ l’organizzazione criminale che li “accoglie” e li addestra prima, fin da piccolissimi a rubare e poi li ricicla nel mondo della droga. Sono questi analfabeti o semianalfabeti, il tesoro umano delle organizzazioni mafiose. Combattendo l’analfabetismo e questa la sub-cultura ma soprattutto costringendo ad andare a scuola i bambini, si può sperare di contrastare la criminalità organizzata. In particolare in territorio calabrese dove l’organizzazione mafiosa è basata prevalentemente sui legami di sangue.

[fonte: Panorama.it]

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SOVERATO – Pino Masciari, un calabrese, con la sua testimonianza di vita, una vita dura, segnata da episodi che non augureremmo a nessuno, è stato a Soverato, e per caso ci siamo imbattuti nella sua visita. In un noto locale della città il testimone di giustizia, che ha messo diversi malavitosi e non, con le spalle al muro, ha incontrato un gruppo di persone del nostro comprensorio, e fra di esse Antonello Gagliardi, che a sua volta ha voluto coinvolgere, visto l’interesse del personaggio, il Sindaco di Soverato Ernesto Alecci. La storia di Pino Masciari inizia a fare “notizia” quando l’imprenditore serrese, nel lontano 1997 venne sottoposto ad un programma di protezione insieme alla sua famiglia, dopo aver denunciato alcuni esponenti della ‘ndrangheta, e i loro collegamenti con la politica. Masciari dopo aver subito il “modus operandi” della malavita calabrese, decise di ribellarsi a tutto ciò, e grazie alle sue testimonianze decine e decine di capi-mafia e loro affiliati vennero arrestati, insieme a politici ed amministratori collusi con loro. Da quegli anni in poi la sua vita, privata ed imprenditoriale è stata completamente sconvolta, visto che, insieme alla sua famiglia deve vivere in una località segreta e che non può più operare come impresa. Ma Pino Masciari non ha tagliato il legame con la sua terra, e appena può ci torna da uomo libero. La storia degli ultimi anni lo vede invece impegnato, quasi come testimonial, al fianco di tutte quelle entità che vogliono dire basta al sistema malavitoso calabrese, con proposte di investiture politiche come Assessore che gli sono giunte da più parti. La sua speranza è che invece, e questo secondo Masciari dovrebbe essere un impegno da prendere in campagna elettorale, venga istituito e fatto funzionare un Assessorato alla legalità. Anche a Soverato Pino Masciari si è raccontato, seppur in un breve incontro, ma ha soprattutto voluto lanciare un messaggio di speranza e di coraggio, per chi vuole reagire ed operare un cambiamento della nostra società, Bello il dialogo con Alecci, con cui Masciari si è impegnato ad organizzare un pubblico incontro con i cittadini, anche e magari nella sede del Consiglio Comunale, per stimolare ancora di più e veicolare il messaggio della legalità, e non è detto che ciò non avvenga a breve. Masciari si è augurato che i calabresi, nelle prossime elezioni regionali, abbiano il coraggio di trovare le nuove forze positive, quelle che non hanno paura di denunciare, come ha fatto lui, il malcostume che sta rovinando la nostra società. L’altra proposta che Masciari ha lanciato al Sindaco di Soverato e al consigliere comunale Gagliardi, è quella della riproposizione, magari al teatro comunale, dello spettacolo “Padroni delle nostre vite”, già andato in scena ai Salesiani di Soverato, storia della vita di Pino Masciari, a cui fare seguire un dibattito con il pubblico.

Fonte:  Corrado Corradini – Noi Soveratiamo

Ancora e sempre grazie Falcone e Borsellino!

Scritto da Pino Masciari Il 23 - maggio - 2014 COMMENTA

 

 

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E’ trascorso appena un anno da quando salpavo sulla nave della legalità, organizzata dalla fondazione Falcone,  in commemorazione di “Giovanni e Paolo”.  E rimane viva in me l’emozione dello   “sbarco a Palermo” con mille trecento ragazzi,  che sulla nave avevano vissuto     l’esperienza toccante della lezione di Don Ciotti,  quella del prefetto Trevisone  e la mia testimonianza di vita.

E’ passato il tempo nella consapevolezza che il ricordo del loro sacrificio, della loro sorprendente trasparenza , ti abbraccia  più che mai, ti rinnova nello spirito, indicando una strada difficile ma percorribile , unica  e saporita……..quella della Legalità.

Oggi più che mai è una esigenza ricostruire un pezzo di storia nel solco  del senso della loro vita . Unita al senso di devozione degli agenti della scorta che insieme a loro restano i nostri eroi: Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo , Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Paolo Borsellino,  Agostino Catalano, Emanuela Loi , Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Ancora e sempre grazie  Falcone e Borsellino!

 

La mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere. il mio pensiero e la mia gratitudine va a i servitori dello Stato, alle loro famiglie che hanno vissuto il dramma della perdita dei loro cari.

Bisogna rimboccarsi le maniche, a partire dalle classi dirigenti, per non parlare della classe politica che va rinnovata completamente, dalle fondamenta. Solo così potremmo uscirne: tutti insieme, organizzando il coraggio” diventando noi tutti “Padroni delle nostre vite”.

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Roberto Mancini: Morire per amor di Stato!

Scritto da Pino Masciari Il 2 - maggio - 2014 COMMENTA

Roberto Mancini
Esistono eroi di cui si sente parlare solo quando non ci sono più.Esistono persone che vivono motivate da un grande senso di verità e di giustizia. Sono meteore che passano e lasciano una scia. Un solco !E su questo solco va seppellita l’ indifferenza di chi non vuol sapere e vedere, di chi ha le pesanti responsabilità di non aver agito per il bene comune, di chi ha avuto un ruolo determinante ma ha preferito tacere.
Un solco che non ha il tempo di essere approfondito di più perché ormai la gente muore.
Roberto Mancini ha donato la sua vita per questo e la sua morte resta una pietra miliare di denuncia e di avvertimento. Nella sua ultima intervista ha parlato in sostanza di” inazione dello Stato”.
Non basta piangere , bisogna agire e fare proprie le parole della moglie :«Spero che le sofferenze che Roberto ha dovuto sopportare per aver servito lo Stato contro le eco-mafie in Campania non cadano nell’indifferenza delle istituzioni e dell’opinione pubblica e mi auguro che il suo ricordo possa servire da esempio per tutti coloro che non vogliono arrendersi a chi vuole avvelenare le nostre terre, le nostre vite».
Se si vuole avere un futuro è necessario capire che può toccare a ognuno di noi subire il destino di Roberto: siamo tutti vittime del sistema mafioso !
Un sistema talmente insinuato nel tessuto sociale- politico ed economico che non lo si vede più e coloro che se ne accorgono e lo combattono rimangono isolati e rischiano la vita.
Roberto rimane il vero esempio di un servitore dello stato e della collettività di cui andare fieri e orgogliosi.

http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2014/30-aprile-2014/morto-roberto-mancini-poliziotto-che-parlo-terra-fuochi-mentre-noi-dormivamo-223149271388.shtml.

“Non trovo lavoro, metto in vendita un rene”

Scritto da Pino Masciari Il 16 - aprile - 2014 1 COMMENTO

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La disperazione di Antonio Marinella

Come si può essere indifferenti al grido di aiuto di questo ennesimo cittadino onesto che dimostra di essere ormai allo stremo delle forze?  Cosa deve fare un padre di famiglia onesto  per sfamare i propri figli? Questi non sono gesti di sola disperazione, ma, come chi si è già dato fuoco o si è ucciso con gesti eclatanti, vuole annientare la sua vita per porre fine al problema e sopratutto denunciare con il proprio gesto l’indifferenza dello Stato.

Non c’è più tempo: è necessario ridare dignità al popolo focalizzando l’attenzione della politica sull’emergenza  lavoro che deve essere una priorità

http://www.ilmattino.it/AVELLINO/disperazione-marinella-lavoro-vendita-rene/notizie/634629.shtml .

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Quello avvenuto qualche giorno fa non è il primo atto intimidatorio a danno del pm della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro Pierpaolo Bruni. Due gli episodi susseguitesi a distanza di mesi, il primo a gennaio e il secondo qualche giorno fa, quando qualcuno si è avvicinato all’auto del padre e dopo averla manomessa l’ha spostata in una zona di rimozione. Dopo qualche ora l’auto ripresa dalle telecamere dei malviventi è stata rinvenuta totalmente bruciata in aperta campagna. Un inquitante atto intimidatorio, in stile ‘ndranghetista. Il pm Pierpaolo Bruni sta conducendo delicate inchieste sui rapporti tra ‘ndrangheta e politica sia nella provincia di Cosenza che nel Vibonese e sulla sua scrivania ci sono anche fascicoli relativi a indagini sul territorio crotonese.

“Noi siamo con la magistratura sana – dichiara l’imprenditore e testimone di giustizia Pino Masciari – ecco perchè il nostro pieno sostegno va al pm Pierpaolo Bruni. Questi atti intimidatori sono indegni, gli ‘ndranghetisti pensano di poter far tutto, di essere i padroni e lo dimostrano anche con questi gesti. Non si arrenda pm Bruni. La popolazione sana è con lei. Noi siamo tutti con lei. C’è bisogno di un’azione dura e determinata da parte della magistratura proprio come sta facendo lei. Di una lotta su più fronti, solo così anche i cittadini riacquistando fiducia nella magistratura e nelle forze dell’ordine potranno trovare il Coraggio per lottare per una vita diversa. Per questo pm Bruni non si arrenda, continui a lottare, noi lotteremo al suo fianco. Crediamo in lei. Grazie al suo Coraggio, al Coraggio di altri magistrati e al nostro Coraggio potremo tornare ad essere Padroni della nostra vita e a vivere da donne e uomini finalmente liberi.”

Come diceva un grande Uomo: “La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine…”

Fonte: http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/crotone/723765/Crotone–gia-a-gennaio-accadde.html

http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/723725/Crotone–intimidazione-al-pm-antimafia.html

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La ‘ndrangheta è ovunque: in Calabria come in Italia e all’estero. In Brianza, la polizia ha scoperto una vasta organizzazione dedita al crimine, composta da imprenditori, funzionari di banca, dipendenti delle poste. Una vera e propria banca clandestina che alimentava un’economia illegale spaventosa.

C’è poco da dire, se non la convinzione che ormai siamo al capolinea. Le mafie sono padrone del territorio. E noi siamo impotenti.

La società civile è la vera questione da affrontare: troppo distratta, o forse in grave difficoltà per la terribile crisi economica che stiamo vivendo.

La zona grigia è in aumento costante: tutti scelgono di fare affari con questa spazzatura umana. Dobbiamo in ogni caso resistere.  Dobbiamo lottare, continuare a batterci, e osare. Si Amici: osare. Basta con la Società della delega e della dipendenza. E l’ora delle responsabilità, anzi delle nuove responsabilità sociali.

Osiamo contro le mafie…..

Fonte: Il Quotidiano della Calabria

http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/cronache/723245/Scoperta-la-rete-della–ndrangheta.html

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Se vuoi organizzare un incontro in cui ti piacerebbe che Pino Masciari fosse ospite, invia una mail al seguente indirizzo :  info@pinomasciari.it   -

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