Friday, 24 October, 2014
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Solidarietà a Bentivoglio ,  Cutrò Coppola, e a tutti i testimoni di giustizia che urlano (urliamo) il proprio dolore.
E’ inconcepibile soffrire per uno Stato che si dimostra  ingrato, che agisce come Pilato “lavandosi le mani “ e che  deride di quei cittadini onesti che hanno servito lo stesso Stato.
La tecnica della delegittimazione e dell’ isolamento, facendo pesare la scelta di legalità, mentre le mafie sorridono soddisfatte, viene operata proprio dalle istituzioni che invece dovrebbero andare al di là dei numeri e agire con buon senso.
La Commissione Parlamentare Antimafia, che ha operato un ottimo lavoro in questi ultimi mesi, continua a denunciare le criticità sul sistema che coordina le vite dei testimoni di giustizia, mentre il Ministero dell’ Interno naviga per conto suo: stia in pace, la lezione è servita per promuovere  l’estinzione della razza dei testimoni di giustizia.
Il resto sono solo parole vuote e inconcludenti che servono ad imbiancare una facciata di finta legalità.
Reggio, Bentivoglio: “Finché sarà possibile sceglierò di non essere un testimone di giustizia”
“Ho appreso dalla stampa dell’interrogazione parlamentare presentata sulle mie vicende all’attenzione del signor Ministro dell’Interno da parte dell’On. Fabio Rampelli, che ringrazio per la sensibilità dimostrata. In merito alla risposta fornita dall’On. Alfano mi preme specificare che, finché sarà possibile, sceglierò di non essere quello che la burocrazia ministeriale definisce “testimone di giustizia”” lo afferma l’imprenditore Tiberio Bentivoglio.
“Per quel che so, oggi, essere sottoposti al “programma speciale di protezione”, e quindi potersi tecnicamente dire “testimoni di giustizia”, non è una scelta né un traguardo. Significa, nella stragrande maggioranza dei casi, essere costretti ad allontanarsi dall’oggi al domani con tutta la propria famiglia in una località segreta, dover cambiare identità e abbassare, forse per sempre, le saracinesche della propria azienda. Significa, soprattutto, distaccarsi, spesso definitivamente, da tutti gli affetti e dalla propria città. Ho vissuto e vivo sulla mia pelle, come chi è sottoposto al “programma speciale di protezione”, la scelta di denunciare, di mettermi a servizio dello Stato e degli inquirenti e di dover entrare in un’aula di tribunale facendo nomi e cognomi di chi cerca di incrociare il tuo sguardo dalle gabbie. A tutt’oggi non ho avuto la sfortuna di dover entrare in questo regime di protezione e, pur sotto scorta e tra mille difficoltà, ringrazio Dio di avere ancora la possibilità di portare avanti le mie denunce rimanendo in Calabria, continuando a tenere in vita la mia azienda e, dove possibile, convincendo altri a denunciare”.
“Ho appreso anche che il signor Ministro ha ritenuto di dover comunicare in diretta televisiva a tutta Italia, mafiosi compresi, l’importo corrisposto, fino ad oggi, in applicazione della legge n. 44/99, al sottoscritto e a mia moglie per l’attività di impresa. Avrei preferito che, allo stesso modo, il signor Ministro avesse comunicato all’opinione pubblica anche l’importo del danno complessivo, superiore ai due milioni di euro, causato dalla criminalità alla mia azienda e alla mia famiglia, il calo di fatturato e clientela che la mia attività ha subito a seguito dell’assedio della ‘ndrangheta e gli anni di ritardo con cui quelle somme ci sono state, nel tempo e dopo mille accertamenti, corrisposte”.
“Avrei ancora gradito – conclude – che il signor Ministro specificasse che quelle somme, come la legge impone attraverso il deposito in Prefettura delle relative fatture quietanzate, sono state utilizzate esclusivamente per il ripristino, e purtroppo solo di una parte, della merce distrutta da due dei sette attentati subiti. Solo comunicando almeno questi ulteriori dati, il Ministro dell’Interno avrebbe potuto dire di aver fornito al Parlamento un quadro chiaro e completo della mia storia, capace di trasmettere, almeno in piccola parte, le sofferenze e ansie che io e la mia famiglia continuiamo a provare per aver scelto di stare ogni giorno dalla parte giusta”.http://www.strettoweb.com/2014/10/reggio-bentivoglio-finche-possibile-scegliero-non-essere-testimone-giustizia/203538/
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  Le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza mostrano che nessun allarme è scattato nonostante il Cutrò, colpito da un malessere fisico, giacesse a terra privo di sensi.
23/10/2014 – L’associazione nazionale testimoni di giustizia nell’esprimere piena solidarietà al suo Presidente, Ignazio Cutrò, chiede al Prefetto di Agrigento, dott. Nicola Diomede, ed al Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza di avviare una seria verifica del malfunzionamento del sistema di videosorveglianza dell’abitazione del testimone di giustizia Cutrò. Le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza mostrano che nessun allarme è scattato nonostante il Cutrò, colpito da un malessere fisico, giacesse a terra privo di sensi. L’Associazione non chiede il rafforzamento del dispositivo di sicurezza tantomeno il potenziamento del sistema di videosorveglianza; chiediamo semmai, e senza alcun onere a carico delle istituzioni preposte alla tutela della famiglia Cutrò, di far funzionare ciò che c’è già: le telecamere e che le immagini riprese dalle stesse siano costantemente sotto stretta osservazione da parte del personale della caserma dei carabinieri addetto a tale servizio. Confidiamo che questo nostro appello alle Istituzioni venga prontamente posto alla attenzione degli organi preposti a salvaguardare la vita della famiglia Cutrò.
http://parcodeinebrodi.blogspot.it/2014/10/testimoni-di-giustizia-solidarieta-al.html

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Luigi Coppola-

Camorra: testimone giustizia, Stato mi costringe all’elemosina

testo Napoli, 19 ott. (AdnKronos)

(Rre/AdnKronos)

“Il viceministro Bubbico asserisce che risolverà il problema dei testimoni di giustizia, ma se ciò fosse vero perché non è in grado di risolvere il mio di problema?”. L’appello è di Luigi Coppola, testimone di giustizia di Pompei, che nei mesi scorsi aveva chiesto proprio a Bubbico di interessarsi alla drammatica situazione in cui si trova costretto a vivere con moglie e figlie: “Senza casa, senza lavoro, ero un imprenditore e ora sono un elemosinante e un morto che cammina senza più la protezione”, è la denuncia di Coppola, che amaramente conclude: “E’ meglio espatriare che denunciare le mafie. Io posso provare che una volta che hai testimoniato diventi il niente, nessuno si interesserà se vivi oppure crepi, e il mio caso lo dimostra”.

“Se è capace venga a Pompei a vedere lo Stato e l’indifferenza come hanno ridotto Luigi coppola e famiglia. Io ci metto la faccia. Faccia altrettanto Bubbico”, conclude il testimone di giustizia.

 

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Pino Masciari: questa non è la giustizia che meritano i cittadini italiani, né vera esemplarità.
Non vi è legalità senza giustizia.
La lungaggine dei tempi di giustizia è vergognosa( in questo caso si attende da circa quindici anni per alcuni capi d’ imputazione come estorsione, usura e associazione mafiosa), mentre il terrore ambientale è il vero trionfo.
Chi è morto per la giustizia diceva“Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico” (Livatino).

“‘Ndrangheta, processi a rilento: a Vibo tornano liberi due boss di primo piano del clan Mancuso di Limbadi

Si tratta dei figli di “don Mico” Mancuso, considerati esponenti di spicco della pericolosa cosca. Hanno scontato le pene per cui erano in carcere ma su di loro pesano altri processi: uno è legato a un’operazione di 15 anni fa

VIBO VALENTIA – Due boss della ‘ndrangheta tornano liberi per fine pena. Si tratta dei fratelli Diego (detto “Mazzola”) e Francesco “Ciccio Tabacco” Mancuso, di 61 e 57 anni, esponenti di spicco del clan di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, considerato uno dei più pericolosi di tutta italia. Per loro, ormai, nessuna misura restrittiva: Diego ha scontato 15 anni per associazione mafiosa e truffa al termine dei processi “Dinasty” e “Batteria”, Ciccio è stato in carcere 11 anni per mafia e usura dopo le condanne nei processi “Dinasty” e “Senza Respiro”.

Figli entrambi di “don Mico” Mancuso, sono stati condannati in primo grado nel maggio 2013 ad ulteriori 6 anni di carcere a testa per associazione mafiosa nel processo “Genesi”, il cui appello a Catanzaro deve però ancora essere fissato, e sono attualmente imputati, per estorsione ed usura, pure nel processo “Impeto”, nato da un’operazione antimafia del 1999 ma che aspetta ancora la sentenza di primo grado.

Nel frattempo, però, per loro le porte del carcere si riaprono. Con le scarcerazioni di Diego e Francesco Mancuso salgono a 6 gli esponenti di spicco del clan tornati liberi. Nel luglio 2012, dopo 19 anni di detenzione, è stato infatti scarcerato (ed è attualmente irreperibile) il boss Luigi Mancuso, mentre liberi sono anche Cosmo Mancuso, Francesco Mancuso, detto “Bandera”, Domenico e Salvatore Mancuso.”

mercoledì 22 ottobre 2014 18:34

http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/730824/-Ndrangheta–processi-a-rilento.html

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“‘Ndrangheta, arrestati 13 imprenditori-  Le indagini si spingono fino a Verona

L’operazione della Guardia di finanza in Calabria e Lombardia.
Scoperto un intreccio tra alcune imprese riconducibili alla cosca Pesce e le coop scaligere”
Pino Masciari-Ancora ‘ndrangheta, ancora intromissione nel circuito economico del Paese, in apparenza normale per la connivenza di ditte e imprese compiacenti.
Perché il pericolo è sempre quello, che la ‘ndrangheta diventi sponda fertile di attività e lavoro.
Bene l’azione della Procura di Reggio Calabria e della guardia di finanza che continuano incessantemente a scovare filoni criminali .
E la lotta va avanti, non si deve rimanere indifferenti a strategie che ipotecano il futuro dei cittadini.
Il nostro Paese sta morendo, si arricchiscono le sole mafie e gli imprenditori  onesti chiudono, adesso basta! Dobbiamo reagire tutti. Il Paese vuole il cambiamento anche se è imprigionato nella paura e nella sfiducia. Dobbiamo cambiare. Occorrono idee e progetti seri. Il futuro appartiene a Noi. Proviamo a riprendercelo insieme. Italia, “Organizziamo il coraggio” .
Fonte: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2014/21-ottobre-2014/-ndrangheta-arrestati-13-imprenditori-indagini-si-spingono-fino-verona-230386412325.shtml

Pericolosi intrecci tra Vaticano, ‘ndrangheta e Stato

Scritto da admin Il 18 - ottobre - 2014 COMMENTA

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Pino Masciari: Il potere della ‘ndrangheta viene sottovalutato, gli intrecci che questa notizia ci espone (qualora ne venga avvalorata la sua fondatezza) va’ oltre il pensiero di molti, ma non dobbiamo stupirci più di tanto, dobbiamo solo indignarci e lottare contro questo scempio sociale.

“Ragazzo ucciso in Calabria, spunta lo 007 vaticano

Un sacerdote in contatto con il servizio segreto della Santa Sede interviene nell’inchiesta su un omicidio commesso in Calabria. Un mistero su cui proseguono le indagini.”

Il servizio segreto del Vaticano, “l’Entità” che da quattro secoli spia per conto della Santa Sede, è intervenuto nelle indagini su un delitto di ndrangheta in Calabria. Una vicenda dai risvolti ancora misteriosi che viene rivelata da Lirio Abbate sul numero de “l’Espresso” in edicola domani.

Una storia che comincia con l’omicidio di un diciottenne, assassinato nel dicembre 2009 a Taurianova, alle pendici dell’Aspromonte. Il ragazzo è stato ucciso da un killer solitario mentre festeggiava il compleanno di un’amica. La vittima, Francesco Inzitari, è il figlio di Pasquale, un politico e imprenditore di Rizziconi arrestato nel maggio del 2008 con l’accusa di essere colluso con i clan.

Di fronte all’omertà dei testimoni, vengono messi sotto controllo i telefoni. Cinque giorni dopo una delle testimoni riceve  un sms: «Ciao Angela, ti sei ripresa un po’? Se vuoi qualcosa non farti problemi a chiedermela. Non preoccuparti: sappiamo chi è stato. A presto». A scriverlo è un giovane prete, Giuseppe Francone, originario di Polistena, che all’epoca aveva 25 anni e affiancava il parroco di Rizziconi. Il padre della ragazza chiama il sacerdote per chiedere spiegazioni.

E Don Francone gli risponde di conoscere sia l’esecutore che i mandanti. Poi si mettono d’accordo: non bisogna dire nulla.

I magistrati della procura di Reggio Calabria che conducono l’inchiesta convocano il prete. Ma don Francone si giustifica e minimizza. Spiega solo di «aver sentito alcune voci in parrocchia sui possibili autori del delitto che sono vicini alla famiglia Crea» e di averne parlato in Curia.

Dopo la deposizione, grazie a una cimice nascosta sulla sua auto, i carabinieri registrano una sua telefonata. Il sacerdote chiama il Vaticano e chiede di parlare con la segreteria di Stato. Poi si fa passare un ufficio di copertura dei servizi segreti del Santo Padre e si presenta al suo interlocutore con un codice numerico di sei cifre. A quel punto domanda di «monsignore Lo Giudice», a cui fa rapporto. Accenna all’ipotesi che qualcuno, forse dell’intelligence vaticana, possa avere «interferito» con le indagini. Evoca verbali e archivi, custoditi in Calabria, farà un controllo per vedere cosa emerge su Crea e Inzitari. Infine dice: «L’unica cosa che mi hanno chiesto è che se acquisiamo informazioni di fargliele avere». Ma sottolinea che prima di passare le informazioni ai magistrati vuole trasmetterle in Vaticano, in modo tale che possano «lavorarle» a Roma.

L’unica foto disponibile di don Francone sulla sua pagina Twitter lo mostra mentre stringe la mano  a papa Francesco. Nel 2012 ha lasciato la Calabria e si è trasferito in una parrocchia del quartiere Prati, a pochi passi da San Pietro. L’ipotesi investigativa è che dietro l’uccisione del diciottenne ci sia una vendetta. Una punizione di sangue del clan Crea nei confronti del padre, Pasquale Inzitari, che assieme al cognato Nino Princi avrebbe fatto sapere alla polizia come catturare il padrino latitante Teodoro Crea. E la famiglia Crea dispone di relazioni romane molto forti, anche tra uomini dello Stato. Una vicenda su cui il gip ha ordinato di compiere nuove indagini.

[fonte: L'Espresso]


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L’EMIGRAZIONE CLANDESTINA dei TESTIMONI DI GIUSTIZIA. Pino Masciari: Chi agisce accanto allo Stato non può essere “sbattuto fuori” dal suo Paese! La punizione sarebbe davvero troppa e il messaggio che passa è devastante.Mentre l’Italia accoglie i clandestini, l’italiano-testimone diventa clandestino nel proprio paese e clandestino- immigrato in altro paese.

Certo che l’immigrazione è diventata la specialità del Ministero dell’Interno e del suo Ministro.  

La vera emergenza è che la mafia è tanto espansa ed efficace da aumentare il Pil  e le risorse dello Stato italiano in questo campo si vuole siano sempre meno.

Così come la burocrazia, lenta e ferraginosa, attanaglia vicende di testimoni per troppo tempo, non offrendo soluzioni energiche nei tempi giusti.

Esprimere debolezza vuole dire lasciare stare. Arrendersi. Abbandonare il campo!

E per coloro che ormai da anni si trovano all’interno del sistema di protezione?

Si abbandonano al proprio destino, in questo caso certo della vendetta criminale, e il problema è risolto.

L’ Italia non può demandare ad altri paesi un problema così importante e profondo che la stringe nel cuore.

Ma interessante è l’ articolo di Saverio Lodato che cita testualmente: ”Uno Stato-Mafia e una Mafia-Stato sono le entità che resero possibile la carneficina in Sicilia che ebbe come vittime tutti coloro i quali credevano di avere le spalle coperte dallo Stato. D’altra parte, se avessero avuto ragione loro, non sarebbero stati massacrati dal tritolo e dai pallettoni. Invece avevano torto. Andavano allo sbaraglio mentre Stato-Mafia e Mafia-Stato li pugnalavano alle spalle”.

(http://www.antimafiaduemila.com/saverio-lodato/signora-falcone-parli.html#.VD9mTyVqGoU.email).

 

I testimoni e pentiti costano troppo. E lo Stato pensa di mandarli all’estero- L’ESPRESSO- 14 ottobre 2014

Le persone sottoposte a programmi di protezione hanno superato quota 6000. E In sei mesi sono stati spesi oltre 42 milioni di euro. Alfano parla di ‘emergenza’. E il Viminale spera in un aiuto dagli altri Paesi. 
DI CLEMENTE PISTILLI

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/13/news/boom-di-pentiti-1.183879

Il numero dei collaboratori e dei testimoni di giustizia è in aumento E in soli sei mesi lo Stato ha messo a bilancio oltre 42 milioni di euro per il loro sostegno economico. La soluzione? Proteggerli sì, ma all’estero. Un sacrificio enorme chiesto a chi ha dato un contributo alle indagini. E soprattutto a quei commercianti e imprenditori che non hanno commesso alcun reato, ma liberamente e con coraggio hanno scelto di denunciare.
Le persone sottoposte a programmi di protezione, il dato è di fine giugno, hanno superato quota 6000. Mai così tante dal 1995. Un aiuto notevole nella lotta al crimine organizzato, che rischia di innescare un problema di risorse per lo Stato, privo di mezzi e uomini a sufficienza per garantire ai pentiti, ai testimoni e ai relativi familiari la necessaria sicurezza e il sostegno economico.

In sei mesi sono stati spesi oltre 42 milioni di euro, il Ministero dell’interno ha cercato di risparmiare in tutti i modi, ma mancano finanziamenti adeguati. A lanciare l’allarme è stato lo stesso ministro Angelino Alfano, in una relazione inviata a Montecitorio e relativa al monitoraggio compiuto sui programmi di protezione, tra gennaio e giugno di quest’anno. Il fenomeno della collaborazione è stato definito dal Viminale “in crescita esponenziale”. La protezione è stata concessa a 1158 collaboratori di giustizia (1144 nel 2003), a 86 testimoni di giustizia (80 nel 2003) e a 4759 familiari di pentiti e testi, per un totale appunto di 6003 persone. In sei mesi una crescita di 162 unità.

I pentiti di camorra sono 521, di Cosa Nostra 289, di ‘ndrangheta 139, della criminalità organizzata pugliese 113 e delle altre organizzazioni criminali 97. Per quanto riguarda invece i testimoni di giustizia il numero maggiore riguarda quelli dei procedimenti contro la n’drangheta (28), seguiti da quelli dei procedimenti contro la camorra (22), Cosa Nostra (15), criminalità organizzata pugliese (7), senza contare quelli contro le altre organizzazioni (14). Per quanto riguarda le nuove richieste di protezione avanzate dalle Procure il numero maggiore è arrivato  da Napoli (34), seguita da Bari (5), Salerno (4), Catania (3), Palermo (3), Catanzaro (3), Reggio Calabria (2), Caltanissetta (2). Una sola proposta infine è arrivata dalle Procure di Roma, Perugia, Messina, Lucca, Bologna e L’Aquila.
I pentiti in stato di libertà sono 476, 387 quelli ammessi a misure alternative al carcere e 295 ancora reclusi. La situazione più pesante riguarda, però, i familiari di collaboratori e testimoni, strappati ai loro affetti e alla loro vita, in particolare i minorenni, a cui viene fornito sostegno psicologico. I minori inseriti nei programmi di protezione sono ben 1997, 452 tra 0 e 5 anni, 617 tra 6 e 10 anni, 629 tra gli 11 e i 15 anni, e 298 tra 16 e 18 anni.
Complesso, infine, per lo Stato reinserire nel mondo del lavoro chi aiuta gli inquirenti nelle indagini. In molti finiscono così per continuare a gravare sul bilancio delle spese di protezione. Una piaga. Tanto che Alfano ha parlato di una gestione “sempre più emergenziale”, con una “carenza di disponibilità finanziaria che si protrae ormai da parecchi anni”. Soluzioni dietro l’angolo non se ne vedono e il Viminale spera in un aiuto dagli altri Paesi con uno scambio di ospitalità di nuclei familiari da proteggere tra Stati membri. Per chi decide di collaborare con la giustizia si profila così un ulteriore sacrificio: addio alla propria vita e anche al proprio Paese.

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/13/news/boom-di-pentiti-1.183879

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Pino Masciari: perchè nella mia terra non  cambia nulla?                                     Un popolo sopraffatto dalla rassegnazione e un indistruttibile vuoto politico continuano a condannare il futuro di un territorio e dei suoi giovani alla più crudele involuzione  e miseria.

Lo sviluppo è incendiato

di Salvatore Albanese
http://www.ilvizzarro.it/lo-sviluppo-e-incendiato.html
Avrebbero dovuto riversarsi in piazza, a centinaia, a migliaia, i cittadini delle Serre che domenica scorsa, per l’ennesima volta, hanno dovuto soffocare nel silenzio il rancore di un futuro interrotto. Rimandato, a chi sa quando, da un male oscuro e allo stesso tempo presente ormai ovunque, di cui quasi si ha il timore di leggere anche soltanto quattro righe sul giornale. I mezzi della Trasversale, in un cantiere alle porte di Simbario, prendono fuoco. Lo decide la ‘ndrangheta, ancora una volta, leggera e arrogante. «Questione di racket – si dirà laconicamente – la solita storia».
E poi via di nuovo a scorrere verso altri fatti, altre notizie, altro vissuto, come se poco o nulla fosse accaduto per un popolo incapace di indignarsi anche di fronte ad una mostruosità che in qualsiasi altro punto d’Italia avrebbe ravvivato telecamere e prime serate, scatti di dignità e provvedimenti istituzionali, proteste e ovazioni di solidarietà. Qui invece no, qui il sud del sud continua a soccombere, vestito di quella gretta indifferenza che fa apparire digeribile anche la violenza più cruda.
Quella della Trasversale delle Serre è una storia fatta di vergogna. Di pastoie burocratiche, di varianti progettuali, di miliardi arraffati, di speranze svanite, di annunci, promesse, tagli di nastro, bombe ed incendi. Incendi come quello di due giorni fa, quando qualcuno – tra la notte di sabato e domenica scorsa – si intrufola in un cantiere e, visto che crede di avere avuto ancora poco, mette a fuoco cinque mezzi di un’azienda impegnata a completare i lavori. Alle tre di notte, sul posto, forze dell’ordine e vigili del fuoco impegnati a spegnere le fiamme criminali dell’estorsione.
Sono tanti i fattori che hanno contribuito a mettere nero su bianco i drammi di questo sviluppo negato, ma proprio le intimidazioni subite dalle aziende appaltatrici, hanno rappresentato il male maggiore. La ‘ndrangheta, più di tutto, ha posto il marchio su mezzo secolo di sogni traditi, di promesse sistematicamente disattese. I precedenti sono tanti, come quello del settembre 2008, quando, proprio a Simbario, fu dato alle fiamme un furgone parcheggiato in prossimità di alcune bombole di ossiacetilene. Fossero esplose, avrebbero provocato danni inimmaginabili per un cantiere in cui, all’epoca, lavoravano oltre cento persone. Ancora prima, il 26 marzo dello stesso anno, era stato ucciso Antonio Longo, titolare della “Tecnovese”, azienda in quel periodo impegnata nei lavori alla Trasversale. Quello di Longo, a 7 anni di distanza, è un omicidio rimasto avvolto nel mistero: un agguato spregiudicato, messo in atto da sicari che, in pieno giorno, viaggiando a bordo di un furgone affiancarono l’auto dell’imprenditore sulla “Strada dei due Mari”, che conduce da Lamezia a Catanzaro, riversandogli addosso, in corsa, interi caricatori di armi da fuoco. Nessuno vide nulla.
Anche oggi è il silenzio totale. Qualche antibiotico all’acqua di rose, condito dai soliti comunicati di routine arrivati dagli uffici stampa di onorevoli, sindaci, potenziali governatori e nulla più, nessun seguito. Poche parole buttate a casaccio con frasi ricavate grazie al “copia ed incolla” dell’ultimo attentato e poi basta, va bene così. Il compitino è svolto, dopo tutto ci sono campagne elettorali fresche su cui riversare attenzioni ed energie. Le responsabilità si fermano alla condanna delle lamiere infuocate e delle fiamme alte. Nessun provvedimento, nessun vertice, nessun decreto, nessuna operazione d’urgenza per scervellarsi casomai a tentare di portare finalmente a termine un’opera pubblica (una cinquantina di chilometri scarsi, mica la Muraglia cinese) concepita per la prima volta nel 1966.
Intanto lo Stato – la notizia è di una settimana fa – ci racconta che «il Paese cresce se crescono le infrastrutture», tanto che a tal proposito si pensa di dover riprendere i lavori del Ponte sullo Stretto e favorire una seria accelerazione sui cantieri della Tav. Insomma, un circo al contrario, per un Governo che ancora continua a saziare i questuanti milionari di opere scellerate e senza senso e, di contro, lascia nell’isolamento più totale la montagna dell’ultima provincia dell’ultima regione d’Italia, laddove a confronto basterebbero una manciata di reale buona volontà, tanto coraggio e pochi soldini. Invece no, il nostro territorio deve restare ai margini, in balia di clan e boss casomai da venerare. Sembra quindi bestemmia l’idea di far convogliare gli sforzi e le attenzioni verso quello che davvero è necessario, anzi imprescindibile. Perché non risulterebbe fantomatico, allora, impegnare magari l’esercito a sorveglianza dei lavori della Trasversale delle Serre, di giorno e di notte. Proprio lo stesso esercito che in genere si spende nelle costose pseudo missioni di pace all’estero e che si potrebbe, piuttosto, adoperare nei cantieri allestiti lungo quella lingua desolata di Calabria, dove ormai dal 1966 si combatte la guerra, quella vera. Una guerra che vede in contrasto la ‘ndrangheta e i diritti di intere popolazioni stuprate, prese in ostaggio da attentati alla civiltà.”
 

Pino Masciari: Lo spaccato quotidiano di un Paese

Scritto da Pino Masciari Il 14 - ottobre - 2014 COMMENTA

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E mentre in Calabria a San Ferdinando, nell’ operazione della Distrettuale Antimafia sono stati emessi 26 decreti di fermo, tra cui anche il primo cittadino ecoinvolti anche altri amministratori della zona, (http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/calabria/-ndrangheta-sgominata-cosca-bellocco-fermato-il-sindaco-di-san-ferdinando_2073528201402a.shtml),

ad Aosta si decide il Giudizio abbreviato per cinque imputati (Claudio Taccone, i suoi figli Ferdinando e Vincenzo tutti di Saint-Marcel, Santo Mammoliti e Domenico Mammoliti di Aosta)  nell’udienza relativa all’inchiesta Hybris, in cui per tutti ricorre l’aggravante prevista dal metodo mafioso.

http://www.lastampa.it/2014/04/14/edizioni/aosta/ndrangheta-giudizio-abbreviato-per-i-valdostani-imputati-MHmRG2mON1hMN9p6rIMDAJ/pagina.html)

ancora al sud e soprattutto in Calabria dove, secondo i dati aggiornati di Ossigeno per l’Informazione, si vuol imbavagliare il giornalista con la violenza (fino ad oggi ci sono già 30 casi accertati di giornalisti minacciati) -Denunciare la ‘Ndrangheta in terra di ’Ndrangheta

http://www.antimafiaduemila.com/2014101351795/cronache-italia/denunciare-la-ndrangheta-in-terra-di-ndrangheta.html

E a  Roma il Presidente della Repubblica Napolitano ,consegna l’onorificenza di grande ufficiale alla sorella del magistrato Falcone e ci ricorda  «Combattiamo la mafia come Falcone»,

http://www.corriere.it/politica/14_ottobre_13/napolitano-combattiamo-mafia-come-falcone-5822274e-5309-11e4-8e37-1a517d63eb63.shtml

Lo spaccato quotidiano di un Paese che cerca affannosamente di arginare il fenomeno mafioso, in ritardo rispetto alla velocità con cui si è estesa e consolidata ovunque la criminalità organizzata .

Forse si può riprendendo il pensiero di Falcone, “la mafia si può vincere cambiando completamente la società, attraverso un esercito di giovani educati alla legalità”.

’Ndrangheta in Liguria, due secoli di carcere

Scritto da admin Il 8 - ottobre - 2014 COMMENTA

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“A Ventimiglia c’era una locale della ’ndrangheta. Guidata da un signore di 82 anni, Giuseppe Marcianò, sul cui volto non è comparsa alcuna emozione quando il giudice gli ha detto quanto tempo avrebbe dovuto passare in carcere: sedici anni. Tre in più del figlio Vincenzo. Ma se a Ventimiglia c’era la ’ndrangheta, non aveva l’appoggio della politica: l’ex sindaco Gaetano Scullino e il suo braccio destro, l’ex general manager del Comune Marco Prestileo, sono stati assolti dal reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Anche se la società costituita dalla locale per ottenere gli appalti pubblici, la “Marvon”, ne aveva ottenuti alcuni, non c’è prova dell’aiuto dei due amministratori.

Le prime condanne per 416 bis nella storia giudiziaria della provincia di Imperia, arrivate ieri con la sentenza del processo “La Svolta” , sono state sedici. Per un totale di centotrentotto anni. E hanno colpito non solo la locale della città di confine, ma anche quella di Bordighera, distinta dalla prima. Autonoma. E comandata dal clan Pellegrino-Barilaro. Ci sono poi altre dodici condanne, per usura, traffico d’armi, spaccio di cocaina (e il conto finale rasenta i due secoli di carcere). Reati commessi sia dagli imputati per associazione a delinquere di stampo mafioso che dai “fiancheggiatori” della locale, della quale non facevano comunque parte.

Il verdetto, definito dal pm Antimafia Giovanni Arena «un pezzettino di storia», perché, nonostante sia appunto il primo per 416 bis, va messo in conto il lungo iter ancora da affrontare – altri due gradi di giudizio – è arrivato intorno a mezzogiorno e quaranta. Il presidente del collegio Paolo Luppi, con ai lati i giudici Anna Bonsignorio e Massimiliano Botti, ha iniziato a leggere il dispositivo nel silenzio più assoluto. Spezzato quando ha cominciato a pronunciare l’entità delle pene inflitte. Quei sedici anni all’anziano boss, che mai, nel corso della mattinata, si era alzato dalla panca al centro della gabbia. Lo farà solo quando dovrà seguire gli agenti della penitenziaria, destinazione il centro medico del carcere di Torino, dove si trova dalla scorsa primavera, dopo il malore che lo aveva colto in aula. I tredici al figlio Vincenzo, altri sette e mezzo al nipote, anche lui di nome Vincenzo. Quattordici ad Antonio Palamara, che con Peppino Marcianò ha condiviso il grado di capo della locale, e altrettanti a Giuseppe Gallotta. E poi via via tutti gli altri, compresi tre dei quattro fratelli Pellegrino: Maurizio, Roberto e Giovanni (l’unico assente in aula), sedici anni al primo, dieci e mezzo a testa agli altri due. Mentre il quarto fratello, Michele, è stato assolto.

La sentenza del Tribunale di Imperia mette un primo punto fermo sull’esistenza della criminalità organizzata in questo lembo di Liguria. Esistenza rimarcata con decisione dall’allora procuratore di Sanremo Roberto Cavallone, il primo a portare a processo proprio il clan Pellegrino-Barilaro per il caso delle minacce agli ex assessori di Bordighera, con il metodo mafioso. Vi fu un’assoluzione, ma non la resa della Procura e dei carabinieri, che negli ultimi anni hanno tessuto la loro rete attorno alla ’ndrangheta nell’estremo Ponente. Prima con l’indagine “Spiga” – spaccio, usura e armi – poi con l’operazione “La Svolta”. Fino a quella relazione firmata dal capitano Sergio Pizziconi, comandante del nucleo investigativo del comando provinciale -e testimone al processo assieme ai suoi uomini – che ha rappresenta l’atto di accusa decisivo contro i Marcianò, i Pellegrino, i Barilaro, Palamara, Gallotta e gli altri condannati per 461 bis.

«L’impianto accusatorio ha retto», il commento al termine del processo del pm Arena, consapevole di avere messo la sua, di firma, sul “pezzettino di storia”. Quella che dice che la ’ndragheta, a Ventimiglia e Bordighera, nonostante abbia sempre cercato di rispettare la regola del “basso profilo”, non è riuscita a nascondersi. È stata scoperta. E condannata.”

[fonte: ilsecoloxix.it]

Lotta alla mafia a parole. A Renzi non interessa

Scritto da admin Il 6 - ottobre - 2014 1 COMMENTO

lotta alla mafia

Pino Masciari: Se lo Stato non è al fianco dei cittadini in questa lotta, tutto il lavoro fatto, i sacrifici, le rinuncie, le vite perse per combattere le mafie, tutto sarà vanificato e reso inutile. Uno Stato che non lotta contro la criminalità, l’illegalità e la corruzione non è uno Stato al fianco dei suoi cittadini! Voglio sperare che non sia così………

“È scomparsa dal programma dell’esecutivo. Su 43 ddl solo due sono diventati legge.”

La lotta alla mafia e alla criminalità organizzata è scomparsa dall’agenda del governo Renzi. E i pochi provvedimenti che il premier ha avuto il coraggio di presentare sono finiti su un binario morto. Un esempio? La norma sull’autoriciclaggio, che le Procure, tutte, reclamano a gran voce per avere uno strumento in più per la lotta alla mafia. Invece è finita insabbiata in commissione. Tanto che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha ammesso candidamente che il governo su questo ha (quasi) le mani legate perché non c’è accordo politico. E neppure la volontà da parte di Renzi di forzare la mano. Come invece ha fatto e sta facendo su altri temi. Nel Pd, però c’è anche chi come Rosy Bindi, presidente della commissione antimafia, non ci sta. E segnala che il «machismo» di Renzi non può funzionare solo su alcuni temi. «Il governo ha un doppio registro sospetto – ha scandito – forte con i lavoratori e debole con gli evasori fiscali. Noi dobbiamo “tipicizzare” il reato di autoriciclaggio. Quando lo faranno sarò sempre troppo tardi. Il decisionismo del presidente del Consiglio lo vorrei in tutti i settori, non solo sull’articolo 18». Invece Renzi sembra essere assai poco interessato alla lotta alla criminalità organizzata. Nei tanto sbandierati «mille giorni» che dovrebbero rivoluzionare il nostro Paese non c’è neppure un accenno, una proposta, una frase. E la mafia, come sottolinea il sito Openpolis.it, dati e cifre alla mano, non sembra essere una priorità neanche nel sito del governo «passodopopasso». A questa dimenticanza potrebbe supplire il Parlamento. Il quale, però, a sua volta, sembra essere altrettanto sordo a questa esigenza. Dei 43 disegni di legge presentati a Camera e Senato sulla materia, sottolinea ancora la ricerca del sito, 11 sono stati approvati nelle varie fasi dell’iter, e solamente due sono diventati definitivamente legge (Commissione Anti-Mafia, e modifica al 416-ter). Tutti gli altri sono finiti nelle sabbie mobili del Parlamento. C’è, ad esempio, un disegno di legge presentato a palazzo Madama dal senatore Franco Cardiello di Forza Italia che prevede «interventi urgenti in materia di beni della criminalità organizzata e a favore dell’agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata». È stato presentato l’11 luglio dell’anno scorso ma non è stato ancora assegnato a nessuna commissione. Così come quello del senatore del Pd Doris Lo Moro che prevede «norme in materia di scioglimento delle aziende sanitarie per infiltrazioni mafiose: presentato a settembre del 2013 aspetta ancora di essere assegnato.

Paolo Zapitelli – iltempo.it

corruzione

Pino Masciari: la politica, quella corrotta e marcia, non può farne a meno, non esisterebbe senza l’appoggio delle mafie. Ecco poi proliferare corruzione e malaffare in un mondo, quello politico, dove l’interesse non è più dei cittadini ma delle mafie e tutto ciò che ne è colluso con esse! Non permettiamo che questo sistema marcio sin dalla radice possa continuare!

‘Ndrangheta, Roberti: “Dall’Emilia in Calabria a cercar voti? Sai che lì si decide”

Da Reggio Emilia, il procuratore nazionale antimafia ha risposto così a chi gli chiedeva dei viaggi pre elettorali degli amministratori locali emiliani

Appena il cittadino in piedi in platea fa la domanda, nella sala del Tricolore si solleva un mormorio: “Quando esponenti di molti partiti vanno in campagna elettorale in Calabria, mi pongo il problema: per quale motivo si fa questo? E vorrei una risposta da lei”. Il procuratore nazionale antimafiaFranco Roberti, ospite a Reggio Emilia della web tv Cortocircuito, risponde senza esitazioni: “Se tu in occasione delle elezioni che si fanno qui in Emilia vai a fare campagna elettorale in Calabria, vuol dire che sai che l’appoggio o il non appoggio alla tua elezione viene dalla Calabria non dall’Emilia”. Nessuno, nemmeno nella domanda, fa nomi e cognomi, ma in sala in molti ripensano a un fatto che in città fece molto discutere: nella primavera 2009 diversi politici in corsa per la poltrona di sindaco, tra cui l’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio Graziano Delrio, allora primo cittadino uscente (poi riconfermato per il secondo mandato), discesero fino alla cittadina di Cutro in provincia di Crotone, a poche settimane dal voto.

Delrio – che, anche su viaggio, nel 2012 è stato sentito dai pm antimafia di Bologna come persona informata sui fatti, in una grossa inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta – spiegò allora che come sindaco in carica era stato invitato a una importante festa religiosa. Una visita istituzionale dunque: “La mia visita sottolinea questa amicizia e sarà occasione per rinnovare e rafforzare la collaborazione che lega Cutro e Reggio Emilia”, scrisse allora in una nota Delrio, che era stato effettivamente invitato alla festa dal sindaco del comune calabrese. Ma nonostante le spiegazioni ufficiali, ci fu chi a Reggio Emilia vide nella visita di Delrio e di molti altri candidati piuttosto una mossa a caccia di voti anche tra i tantissimi calabresi immigrati da decenni a Reggio Emilia.

“Candidati in Calabria alla ricerca di consensi”, titolava allora la Gazzetta di Modena online; “Caccia grossa al voto cutrese”, titolava il sito internet di TeleReggio.

 In quei giorni dell’aprile 2009 oltre a Delrio scesero in Calabria infatti Antonella Spaggiari, ex sindaco di Reggio e in quelle elezioni avversaria di Delrio, ma anche Fabio Filippi, candidato sindaco del Popolo della libertà. E poi tutta una serie di altri amministratori di diversi comuni emiliani. Ufficialmente per seguire una festa religiosa cutrese molto suggestiva, che si svolgeva ogni sette anni. Il Movimento 5 stelle di Reggio Emilia, che allora candidava Matteo Olivieri come sindaco, pubblicò un post online per prendere le distanze dai viaggi: “Non è in programma alcun viaggio a Cutro”.

“Se vai in Calabria vuol dire che sai che lì si decide”, ha spiegato Roberti (che però non cita mai il nome di Delrio o degli altri candidati). “Ovunque tu sia nel mondo, se appartieni alla ‘ndranghetaprendi ordini dal Crimine di Polsi (il vertice della ‘ndrangheta, ndr). E se tu vai in Calabria a chiederesostegno elettorale vuol dire che è da lì che deve arrivare l’ok al tuo sostegno elettorale”, spiega Roberti. A questo punto Elia Minari di Cortocircuito interrompe il procuratore antimafia: “Noi abbiamo avuto una grossa partecipazione di candidati abbastanza…”. Roberti non si scompone: “Io non so a che candidati lei si riferisca”, e poi conclude: “Se lei mi pone la domanda in questi termini io devo rispondere così. Evidentemente c’è un cordone ombelicale tra certi cittadini della regione Calabria e i cittadini che stanno qua in Emilia”.

[fonte: ilfattoquotidiano.it]

Uomini dello Stato legati alla ‘ndrangheta

Scritto da admin Il 30 - settembre - 2014 COMMENTA

stato-e-mafia

Pino Masciari: Siamo dinnanzi a due Stati, il primo che combatte la ‘ndrangheta al fianco dei suoi cittadini, che governa ed è governato da politici onesti, mentre poi c’è il secondo, quello più pericoloso, colluso con i mafiosi ed il suo sistema, uno Stato corrotto che pur di ottenere i suoi biechi interessi sta distruggendo il nostro paese, uno Stato che non si è mai fermato davanti a niente UCCIDENDO i suoi servitori onesti in mille modi! Ognuno di noi deve decidere da quale Stato essere governato, scegliere da quale parte stare come ho fatto io ed altrettanti cittadini onesti, esigere la legalità e l’onestà, riconoscere la corruzione ed i suoi corruttori e non aver paura di denunciare!

Ecco come i calabresi hanno conquistato la Lombardia

“Sono state rese note le motivazioni delle condanne in secondo grado per il processo “Infinito-Tenacia”. Lo spaccato è inquietante: dai «proficui rapporti» delle cosche con gli uomini dello Stato ai legami indissolubili con la terra d’origine, fino agli interessi per l’Expo.

C’E’ uno Stato che combatte ogni giorno la ‘ndrangheta e le organizzazioni criminali in genere. Ed un altro Stato che, invece, ci si allea. Fa accordi. Controlla gli affari. Gestisce operazioni finanziarie. Lancia “soffiate” e informa i mafiosi. In 800 pagine la Corte d’Appello di Milano racconta tutto questo. Uno spaccato inquietante, ricostruito nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso giugno, la Corte d’Appello di Milano ha confermato le condanne (LEGGI), seppure con qualche lieve riduzione di pena, per una quarantina di imputati arrestati nel 2010. 

Nomi eccellenti della ‘ndrangheta. Ma anche tanti nomi di politici, rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, manager, imprenditori. Nella sentenza di condanna per la maxi operazione “Infinito-Tenacia” è finita gente del calibro del presunto boss Giuseppe “Pino” Neri e poi l’ex dirigente dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco. Al primo sono stati inflitti 18 anni di carcere e al secondo 12 anni. Ma non sono gli unici. Perché nell’elenco delle condanne figurano nomi del calibro di Vincenzo Novella, figlio del mammasantissima Carmelo. E poi l’altro presunto boss Pio Candeloro. 

Un’inchiesta inquietante, rimasta legata all’immagine del summit nel circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano che, nel 2009, portò alla nomina di Pasquale Zappia ai vertici dell’organizzazione criminale nella regione, dopo l’omicidio di Carmelo Novella che risale al 14 luglio 2008.

Le parole usate nelle motivazioni della sentenza sono inquietanti, dunque. Le cosche della ‘ndrangheta radicate in Lombardia, secondo il collegio della prima sezione, presieduto da Marta Malacarne, avevano creato «proficui rapporti» con «uomini dello Stato», tra cui politici, appartenenti alle forze dell’ordine e manager della sanità. 

GUARDA IL VIDEO DELLA LETTURA DELLA SENTENZA

‘NDRANGHETA: MARCHIO IN FRANCHISING - I 1.300 chilometri che separano la Lombardia dalla Calabria, secondo i giudici, non sono nulla per le cosche calabresi. Perché nell’ambito di «una sorta di rapporto di franchising», sebbene le cosche lombarde agissero in autonomia, «la Calabria è proprietaria e depositaria del marchio “ndrangheta”, completo del suo bagaglio di arcaiche usanze e tradizioni, mescolate a fortissime spinte verso più moderni ed ambiziosi progetti di infiltrazione nella vita economica, amministrativa e politica». 

DALL’EXPO ALLA SANITA’ – Per questo la stessa «infiltrazione mafiosa nelle aziende della famiglia Perego», importante impresa lombarda nei settori edili e del movimento terra, era «seguita» – scrivono i giudici – «con attenzione dalla “madre patria” anche in previsione delle prospettive attribuite a Expo 2015». 

L’ex manager della Asl di Pavia Chiriaco, invece, svolgeva il ruolo di «stabile punto di riferimento per convogliare i voti controllati dall’associazione sui candidati in più tornate elettorali amministrative». Nelle motivazioni, tra l’altro, c’è un lungo elenco di «pubblici funzionari», ma anche di membri delle forze dell’ordine con cui le cosche avrebbero intrattenuto rapporti.

LA TALPA NELLA DIA - E tra i «proficui rapporti» ricostruiti nelle motivazioni della sentenza c’è anche il «contributo informativo» fornito alla mafia calabrese da un «appartenente alla Direzione Investigativa Antimafia di Milano, purtroppo ad oggi rimasto non identificato». 

I POLITICI E I FUNZIONARI – La Corte elenca alcuni di questi «uomini dello Stato» e spiega, ad esempio, che «gli affiliati del locale (ossia della cosca, ndr) di Desio» erano in rapporti con l’ex assessore regionale lombardo Massimo Ponzoni. Inoltre, il collegio scrive che nel procedimento «sono stati analizzati i rapporti degli imputati con altri pubblici funzionari», tra cui «Corso Vincenzo, ufficiale giudiziario in servizio a Desio», «Marando Pasquale, ispettore dell’Agenzia delle Entrate» e «Pilello Pietro», all’epoca «presidente del Collegio dei revisori dei conti della Provincia di Milano». 

E poi «rilevantissima», secondo i giudici, «l’infiltrazione nella società a completa partecipazione pubblica Ianomi, che raggruppa circa quaranta comuni della Valle dell’Olona e del Seveso, ed ha come oggetto sociale la gestione delle reti idriche». 

I CLAN E LE FORZE DELL’ORDINE – E poi ancora i «rapporti di Strangio Salvatore con il colonnello in pensione Giuseppe Romeo e con l’ispettore della Polizia stradale di Lecco Alberto Valsecchi». Nelle motivazioni si parla anche di un «sequestro illegale» di un’auto da parte di «agenti della polizia di Stato di Torino» ottenuto da uomini vicini al presunto boss Domenico Pio. Un pentito poi ha raccontato di «un appartenente alla Guardia di Finanza che aveva fornito loro notizie di arresti imminenti» e di «rapporti privilegiati con il comandante della Polizia locale di Erba» e con «Nardone Carlo Alberto, ex ufficiale dell’Arma dei carabinieri». Altri «proficui rapporti», spiegano i giudici, «sono rimasti nell’ombra» e se ne «desume l’esistenza» dai molti «episodi di fuga di notizie» nel corso dell’inchiesta.”
http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/730111/-Uomini-dello-Stato-legati-alla.html

[fonte: ilquotidianoweb.it]

 

colletti binachi

Pino Masciari: lo dico da sempre che le “nuove mafie”, ‘ndrangheta in primis, hanno cambiato modo di imporsi. Le “nuove leve”, i giovani figli dei boss, giovani acculturati ed intelligenti che hanno capito che l’illegalità rende di più se fatta in modo silente, con meno armi in mano e con più intelligenza! E’ finita da tempo l’era della lupara, oggi la ‘ndrangheta come le altre mafie, agiscono con giacca e cravatta nei piani alti, negli appalti migliardari, nelle grandi opere e dove i governi gestiscono ingenti mole di denaro pubblico!

La ‘nuova mafia’ al Nord: meno padrini doc e più area grigia

La “nuova mafia“, l’ha definita il procuratore generale di Brescia Pier Luigi Dell’Osso, uno che se ne intende dato che a suo tempo si occupò degli intrecci fra il Banco ambrosiano di Roberto Calvie la Banda della Magliana. La “nuova mafia”, svelata da una recente inchiesta della procura di Brescia, è un mix di evasione fiscalefatture falselavoro nero, riciclaggio, usura, minacce, violenze, porto abusivo d’armi. Colletti bianchi con la pistola in tasca, come racconta Andrea Tornago nella nuova sezione “Mafie” di ilfattoquotidiano.it.

Per nessuno dei 15 arrestati la Guardia di finanza, che ha condotto le indagini, ha ritenuto di avere elementi sufficienti per proporre l’accusa di associazione mafiosa (416bis), e neppure l’aggravante mafiosa da “appiccicare” agli altri reati. Ma il presunto “network criminale” capeggiato da un ex funzionario dell’Agenzia delle entrate e da un imprenditore calabrese pluripregiudicato anche per reati di droga presenta “seppur solo allo stato nascente i tratti tipici del nucleo di criminalità organizzata operativo con modalità di stampo mafioso”, scrive il gip Enrico Ceravone nell’ordine di custodia cautelare. Ecco la “nuova mafia”: meno padrini doc, più area grigia economico-politico-criminale.

Sempre nella nostra sezione “Mafie”, Fabio Abati dà conto delle informative della Guardia di Finanza che segnalano Poste Italiane (allo stato non indagata) per il reato di profitto da attività illecite dei dipendenti e per violazione delle norme antiriciclaggio, nell’ambito dell’inchiesta sulla “banca della ‘ndrangheta” scoperta a Seregno in Brianza, in un “tugurio” dove però circolava denaro variamente sporco per milioni di euro. Dipendenti di ben sei uffici postali tra le province di Monza Brianza e di Milano sono accusati di aver chiuso gli occhi e di aver agevolato versamenti di contanti alquanto sospetti (non sempre la ripulitura del denaro sporco passa per sofisticate tecniche di riciclaggio internazionale, anzi). Anche nell’inchiesta di Brescia è indagata la direttrice di uno dei più importanti uffici postali della città, insieme a un funzionario di Veneto Banca. Le complicità agli sportelli degli istituti di credito sono ormai un classico delle inchieste di mafia o “nuova mafia”.

Poi va anche detto che la “nuova mafia” prospera grazie a leggi solitamente benevole con i colletti bianchi (basta vedere che cosa è successo in Parlamento negli ultimi mesi, dalla tormentata riforma del voto di scambio alla telenovela sul nuovo reato di autoriciclaggio). Nelle conversazioni intercettate (zeppe di “pota” e “figa”, tipici intercalari bresciani, per chi ancora considerasse certe questioni strettamente calabresi, siciliane, campane…) gli indagati concordano sul fatto che il loro sistema si basa su “reati fiscali di lieve entità e comunque sostenibili in sede dibattimentale”, osserva il gip. Così come paga il trucco – diffusissimo – di far sparire le società, e i loro conti in sospeso, dopo un paio anni di attività. Uno degli indagati racconta al telefono come accoglie i nuovi clienti: “Gli dico ‘sapete che i contributi non ne vengono pagati!? Li pago in un’altra maniera…li compenso’. Però, un anno, due anni vengono a trovarti (gli accertamenti, ndr) e arrivano perché oggi a non pagare le cose ti arrivano”.

Ma la nuova mafia non è fatta solo di carte false. Con altrettanta competenza, in un’altra intercettazione due degli arrestati discettano sulle caratteristiche della pistola Beretta e convengono che armi particolarmente sofisticate non servono, tanto “considera che una persona con 5 colpi se vuoi la secchi”. Hanno appena sparato alla vetrina di una pizzeria di Palazzolo sull’Oglio, cittadina a metà strada fra le operose province lombarde di Brescia e Bergamo.

[fonte: Il Fatto Quotidiano]

“MAFIA, SOLDI DEI SERVIZI SEGRETI A OTTO PADRINI”

Scritto da admin Il 28 - settembre - 2014 COMMENTA

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Mafia, soldi dei Servizi segreti a otto padrini per avere soffiate sulle cosche.

PinoMasciari: se la notizia dovesse corrispondere al vero, sarebbe un macigno per questo Stato ed ogni commento sarebbe superfluo!!!

Il documento / Ecco il “protocollo farfalla” desecretato. E al processo trattativa Stato-Mafia Riina chiede di essere presente alla deposizione di Napolitano

di SALVO PALAZZOLOPALERMO - I servizi di sicurezza hanno offerto laute ricompense a otto autorevoli padrini di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra rinchiusi al 41 bis, per cercare di ottenere informazioni. Eccolo, il segreto che per dieci anni è stato custodito dentro un documento di sei pagine chiamato “Protocollo Farfalla”. Un segreto di Stato ai vertici dell’antimafia, sottoscritto nel 2004 dai vertici dell’allora Sisde e del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Nei giorni scorsi il protocollo servizi-carceri è stato declassificato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, e oggi Repubblica è in grado di svelarne il contenuto più riservato. 

“Farfalla” non è stato soltanto un accordo per consentire uno scambio d’informazioni più veloce fra 007 e operatori penitenziari. Il protocollo Farfalla ha previsto la stipula di un patto riservatissimo con gli irriducibili delle mafie. Tanti soldi in cambio di informazioni sui segreti del crimine organizzato in Italia. Soldi provenienti dai fondi riservati dei Servizi. In fondo, a questo dovrebbero servire: come ricompensa per le notizie ottenute da confidenti d’eccezione. Nel protocollo, lo erano davvero d’eccezione. Anche troppo. Sono stati contattati Cristoforo Cannella, uno dei sicari della strage Borsellino, e altri nomi di primo piano di Cosa nostra: i palermitani Vincenzo Buccafusca e Salvatore Rinella, il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo. Gli 007 si sono presentati anche nelle celle del camorrista Modestino Genovese e dello ‘ndranghetista Antonino Pelle. Ora, sul protocollo Farfalla indagano i pm dell’inchiesta trattativa Stato-mafia, e anche la commissione antimafia. Perché tante sono le domande ancora senza risposta: i servizi segreti hanno mai pagato uno degli assassini di Borsellino o qualche altro capomafia al 41 bis? Per quali rivelazioni? Domande pesanti, anche perché sulle indagini per la strage Borsellino c’è l’ombra del depistaggio costruito con tante informazioni fasulle.

“Farfalla” è uno degli snodi del processo d’appello al generale Mario Mori, l’ex direttore del Sisde che avviò l’operazione, assolto in primo grado dall’accusa di aver favorito la latitanza di Provenzano. In aula, il pg Roberto Scarpinato e il sostituto Luigi Patronaggio hanno chiesto di riaprire il caso: “Il punto critico del protocollo è la mancanza di un controllo di legalità da parte della magistratura”. È pesantissimo il giudizio della procura generale sull’ex direttore del Sisde: “Ha disatteso i suoi doveri istituzionali”. “Farfalla” è uno dei cinque capitoli del nuovo atto d’accusa. La ricostruzione di Scarpinato parte dagli anni ’70, quando Mori era al servizio segreto Sid; arriva agli anni ’90, quando i Ros avrebbero fatto scappare il boss Nitto Santapaola (“Abbiamo trovato una relazione di servizio falsa”, accusa il pg). “Il modus operandi di Mori è stato sempre da appartenente a strutture segrete”, accusa Scarpinato. Insorgono i legali di Mori, Basilio Milio ed Enzo Musco: “È un tentativo di rivisitare la storia d’Italia.”

[fonte: Repubblica.it]

In Italia ‘Ndrangheta piu’ forte e piu’ ricca

Scritto da admin Il 26 - settembre - 2014 COMMENTA

 

Antimafia

Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti:

“Sul piano transnazionale ci sono 3.600 bande criminali che si muovono con agire mafioso. Le nostre organizzazioni spesso si intrecciano e fanno affari con le altre. In Italia la ‘ndrangheta e’ sicuramente la piu’ forte e la piu’ ricca delle organizzazioni criminali e anche la piu’ ramificata sul territorio transnazionale”. A dirlo, a Palermo, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, a margine della Settimana Alfonsiana. “Il target delle nostre mafie – ha proseguito- e’ il traffico di stupefacenti ma hanno diversificato la loro attivita’ con il contrabbando, il traffico di rifiuti e tratta di esseri umani. Naturalmente estorsione e usura restano le fonti di accumulazione primarie”.
  A proposito dei rapporti tra organizzazioni criminali e politica ha chiarito: “Questi rapporti sono accertati anche da sentenze definitive, lo scambio e’ quello che oggi e’ fissato dall’articolo 416 ter, sostegno elettorale e altre utilita’ in cambio della partecipazione ad affari come gli appalti pubblici. Al di la’ di tutte le interpretazioni possiamo dire che ora c’e’ uno strumento efficace che ci consente di investigare sul patto di scambio politico-mafioso”.

[fonte: Agi.it]

‘Ndrangheta – un tumore da estirpare

Scritto da admin Il 20 - settembre - 2014 COMMENTA

gentile

Governo, fratelli figli e preferenze: così Tonino Gentile è diventato sottosegretario

È una lista lunghissima e che fa sbiadire il qualunquismo da film di Antonio Albanese, ovviamente nel senso della politica marcia di Cetto La Qualunque. In Calabria e a Cosenza, i Gentile sono un sistema collaudato di familismo e clientelismo e tante altre cose. Adesso il senatore e coordinatore calabrese di Ncd è arrivato alle Infrastrutture

Antonio Gentile detto Tonino, senatore, sottosegretario alle Infrastrutture e coordinatore calabrese di NcdGiuseppe Gentile detto Pino, assessore alle Infrastrutture e ai Lavori Pubblici della Regione Calabria, indagato. Raffaele Gentile, segretario regionale della Uil-Flp (federazione poteri locali) in Calabria. Katya Gentile, figlia di Pino e già vicesindaco di Cosenza e assessore ai Lavori pubblici, cacciata dal sindaco Mario Occhiuto (che a sua volta ha un fratello ex deputato, Roberto) per una struttura affidata all’ex marito. Andrea Gentile, figlio di Tonino e indagato per le consulenze nel settore sanitario della Calabria. Claudio Gentile, fratello di Pino, Tonino e Raffaele, assunto alla Camera di Commercio di Cosenza. Massimiliano Manna, nipote dei Gentile, idem come lo zio Claudio. Daniela Gentile, altra nipote, assunta alla “Promocosenza” che dipende dalla Camera di Commercio. Anna Rosa Gentile, Antonella Gentile, Katya Gentile, Manuela Gentile e Barbara Gentile, tutte figlie e nipoti e tutte vincitrici di un concorso all’Asl di Cosenza. Sandro Mazzuca, nipote di Pino Gentile, in organico a Sviluppo Italia Calabria.

È una lista lunghissima e che fa sbiadire il qualunquismo da film di Antonio Albanese, ovviamente nel senso della politica marcia di Cetto La Qualunque. In Calabria e a Cosenza, i Gentile sono un sistema collaudato di familismo e clientelismo e tante altre cose. Quando Pino e Tonino Gentile iniziarono a fare politica negli anni novanta erano socialisti e furono accusati di collusione con la ‘ndrangheta. Nel 1992, l’ex sindaco Giacomo Mancini testimoniò che “Tonino”, oggi sottosegretario alla censura, era circondato e scortato da “un nutrito stuolo di personaggi molto noti alla giustizia”. Il loro pacchetto di voti, alle regionali, pesa almeno ventimila preferenze. Numeri grossi per la Calabria.

I Gentile sono un sistema malato in un sistema altrettanto malato e più ampio, quello calabrese. Rigorosamente bipartisan, dove tutto si mescola in maniera torbida. Le consorterie familiari, a Cosenza, includono i Mancini socialisti (un nipote, Giacomo, che porta lo stesso nome del nonno, è assessore regionale) e il democratico Nicola Adamo, consigliere regionale, che ha la moglie deputato a Roma, Enza Bruno Bossio. Forse anche per questo il Pd è stato molto tiepido sullo scandalo Gentile, salvo prendere posizione ieri con una nota del segretario regionale di fede renziana. Da soli, i Gentile sono la conferma di quanto facciano male le preferenze al sud e il loro dominio pone la madre di tutte le domande: perché li votano? Alle ultime comunali di Cosenza, nel 2011, la già citata Katya figlia di Pino ha fatto propaganda con uno spot micidiale nella sua efficacia kitsch e provinciale. Inizia con il volto del papà Pino che poco alla volta diventa quello della figlia. Slogan ancora più incredibile: “Storikamente Gentile”. Con la “k”, in onore di Katya. Ha preso 908 voti, prima degli eletti.

A spingere Gentile nel sottogoverno renziano è stato il governatore Giuseppe Scopelliti, sostenuto da Renato Schifani. Tra mercoledì e giovedì scorso fonti di Ncd raccontano di violenti tumulti nel partito alfaniano. “Angelino” stava cedendo alle pressioni contro Gentile, dopo il caso dell’Ora della Calabria, e a quel punto Scopelliti si è fatto minaccioso: “Angelino se tieni fuori Tonino, i voti della Calabria te li puoi scordare e con Berlusconi sono cazzi tuoi”. Alfano ha eseguito senza fiatare. Del resto ha piazzato nel sottogoverno altri signori delle preferenze, come il siciliano Castiglione e il pugliese Cassano.

L’arroganza di Scopelliti e Gentile ha causato la prima, seria ferita al governo di Renzi. Già sindaco di Reggio Calabria, comune sciolto per ‘ndrangheta, Scopelliti è il punto più alto del Sistema Calabria. Nella nomina di Gentile, poi, avrebbe anche un fortissimo interesse personale. Convinto che sarà condannato per il caso Fallara (una sua collaboratrice che si è suicidata dopo la scoperta di un buco da 170 milioni di euro al comune), il governatore sta preparando la sua exit strategy: candidarsi alle Europee e lasciare la Regione al vicepresidente. E con Gentile sottosegretario sono garantiti i pacchetti di voti nel Cosentino. Alfano, a Cosenza, è venuto l’otto febbraio scorso. Accanto a lui tutta la famiglia Gentile e anche Gianfranco Scarpelli, il dg dell’Asp di Cosenza che ha dato le consulenze ad Andrea Gentile. In una conversazione intercettata nel settembre 2013 tra Scarpelli e Pino Gentile, quest’ultimo dice: “Quella cosa che tu mi hai detto della magistratura non è vera proprio, hai capito?”. Stavolta, per i Gentile, è andata diversamente.

di Fabrizio d’Esposito ed Enrico Fierro

Dal Il Fatto Quotidiano 2 marzo del 2014

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Pino Masciari: Il sostegno della politica e dello Stato sono importantissimi per poter contrastare la ‘ndrangheta ed in generale l’illegalità ma, altrettanto importante, deve cambiare la cultura degli imprenditori e dei cittadini che non devono aver paura di denunciare atti di illegalità, estorsioni e angherie mafiose. Subbire in silenzio non fa’ altro che alimentare il potere delle mafie!

“Per migliorare la situazione a Reggio Calabria abbiamo bisogno che la politica si muova e ci sostenga”. Lo ha detto il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho (in foto), rivolgendosi alla commissione parlamentare Antimafia. “Alcuni decenni fa – ha aggiunto il magistrato nel corso di un’audizione – la ‘ndrangheta era silenziosa e non era contrastata dalle istituzioni, ma oggi le cose sono cambiate e questo e’ stato avvertito anche dalla gente”. Cafiero de Raho ha poi ricordato le recenti ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 120 esponenti di cosche, in particolare nella Locride. Il magistrato ha quindi spiegato ai membri della commissione che “il controllo del territorio da parte delle cosche e’ cosi’ serrato da imporre agli imprenditori il pagamento del ‘pizzo’. Ed anche per un guasto ad un impianto idrico o elettrico – ha proseguito – bisogna chiamare la ditta indicata dalla cosca di quartiere”.

[fonte: Antimafiaduemila.com]

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