Saturday, 25 October, 2014
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Solidarietà a Bentivoglio ,  Cutrò Coppola, e a tutti i testimoni di giustizia che urlano (urliamo) il proprio dolore.
E’ inconcepibile soffrire per uno Stato che si dimostra  ingrato, che agisce come Pilato “lavandosi le mani “ e che  deride di quei cittadini onesti che hanno servito lo stesso Stato.
La tecnica della delegittimazione e dell’ isolamento, facendo pesare la scelta di legalità, mentre le mafie sorridono soddisfatte, viene operata proprio dalle istituzioni che invece dovrebbero andare al di là dei numeri e agire con buon senso.
La Commissione Parlamentare Antimafia, che ha operato un ottimo lavoro in questi ultimi mesi, continua a denunciare le criticità sul sistema che coordina le vite dei testimoni di giustizia, mentre il Ministero dell’ Interno naviga per conto suo: stia in pace, la lezione è servita per promuovere  l’estinzione della razza dei testimoni di giustizia.
Il resto sono solo parole vuote e inconcludenti che servono ad imbiancare una facciata di finta legalità.
Reggio, Bentivoglio: “Finché sarà possibile sceglierò di non essere un testimone di giustizia”
“Ho appreso dalla stampa dell’interrogazione parlamentare presentata sulle mie vicende all’attenzione del signor Ministro dell’Interno da parte dell’On. Fabio Rampelli, che ringrazio per la sensibilità dimostrata. In merito alla risposta fornita dall’On. Alfano mi preme specificare che, finché sarà possibile, sceglierò di non essere quello che la burocrazia ministeriale definisce “testimone di giustizia”” lo afferma l’imprenditore Tiberio Bentivoglio.
“Per quel che so, oggi, essere sottoposti al “programma speciale di protezione”, e quindi potersi tecnicamente dire “testimoni di giustizia”, non è una scelta né un traguardo. Significa, nella stragrande maggioranza dei casi, essere costretti ad allontanarsi dall’oggi al domani con tutta la propria famiglia in una località segreta, dover cambiare identità e abbassare, forse per sempre, le saracinesche della propria azienda. Significa, soprattutto, distaccarsi, spesso definitivamente, da tutti gli affetti e dalla propria città. Ho vissuto e vivo sulla mia pelle, come chi è sottoposto al “programma speciale di protezione”, la scelta di denunciare, di mettermi a servizio dello Stato e degli inquirenti e di dover entrare in un’aula di tribunale facendo nomi e cognomi di chi cerca di incrociare il tuo sguardo dalle gabbie. A tutt’oggi non ho avuto la sfortuna di dover entrare in questo regime di protezione e, pur sotto scorta e tra mille difficoltà, ringrazio Dio di avere ancora la possibilità di portare avanti le mie denunce rimanendo in Calabria, continuando a tenere in vita la mia azienda e, dove possibile, convincendo altri a denunciare”.
“Ho appreso anche che il signor Ministro ha ritenuto di dover comunicare in diretta televisiva a tutta Italia, mafiosi compresi, l’importo corrisposto, fino ad oggi, in applicazione della legge n. 44/99, al sottoscritto e a mia moglie per l’attività di impresa. Avrei preferito che, allo stesso modo, il signor Ministro avesse comunicato all’opinione pubblica anche l’importo del danno complessivo, superiore ai due milioni di euro, causato dalla criminalità alla mia azienda e alla mia famiglia, il calo di fatturato e clientela che la mia attività ha subito a seguito dell’assedio della ‘ndrangheta e gli anni di ritardo con cui quelle somme ci sono state, nel tempo e dopo mille accertamenti, corrisposte”.
“Avrei ancora gradito – conclude – che il signor Ministro specificasse che quelle somme, come la legge impone attraverso il deposito in Prefettura delle relative fatture quietanzate, sono state utilizzate esclusivamente per il ripristino, e purtroppo solo di una parte, della merce distrutta da due dei sette attentati subiti. Solo comunicando almeno questi ulteriori dati, il Ministro dell’Interno avrebbe potuto dire di aver fornito al Parlamento un quadro chiaro e completo della mia storia, capace di trasmettere, almeno in piccola parte, le sofferenze e ansie che io e la mia famiglia continuiamo a provare per aver scelto di stare ogni giorno dalla parte giusta”.http://www.strettoweb.com/2014/10/reggio-bentivoglio-finche-possibile-scegliero-non-essere-testimone-giustizia/203538/
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  Le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza mostrano che nessun allarme è scattato nonostante il Cutrò, colpito da un malessere fisico, giacesse a terra privo di sensi.
23/10/2014 – L’associazione nazionale testimoni di giustizia nell’esprimere piena solidarietà al suo Presidente, Ignazio Cutrò, chiede al Prefetto di Agrigento, dott. Nicola Diomede, ed al Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza di avviare una seria verifica del malfunzionamento del sistema di videosorveglianza dell’abitazione del testimone di giustizia Cutrò. Le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza mostrano che nessun allarme è scattato nonostante il Cutrò, colpito da un malessere fisico, giacesse a terra privo di sensi. L’Associazione non chiede il rafforzamento del dispositivo di sicurezza tantomeno il potenziamento del sistema di videosorveglianza; chiediamo semmai, e senza alcun onere a carico delle istituzioni preposte alla tutela della famiglia Cutrò, di far funzionare ciò che c’è già: le telecamere e che le immagini riprese dalle stesse siano costantemente sotto stretta osservazione da parte del personale della caserma dei carabinieri addetto a tale servizio. Confidiamo che questo nostro appello alle Istituzioni venga prontamente posto alla attenzione degli organi preposti a salvaguardare la vita della famiglia Cutrò.
http://parcodeinebrodi.blogspot.it/2014/10/testimoni-di-giustizia-solidarieta-al.html

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Luigi Coppola-

Camorra: testimone giustizia, Stato mi costringe all’elemosina

testo Napoli, 19 ott. (AdnKronos)

(Rre/AdnKronos)

“Il viceministro Bubbico asserisce che risolverà il problema dei testimoni di giustizia, ma se ciò fosse vero perché non è in grado di risolvere il mio di problema?”. L’appello è di Luigi Coppola, testimone di giustizia di Pompei, che nei mesi scorsi aveva chiesto proprio a Bubbico di interessarsi alla drammatica situazione in cui si trova costretto a vivere con moglie e figlie: “Senza casa, senza lavoro, ero un imprenditore e ora sono un elemosinante e un morto che cammina senza più la protezione”, è la denuncia di Coppola, che amaramente conclude: “E’ meglio espatriare che denunciare le mafie. Io posso provare che una volta che hai testimoniato diventi il niente, nessuno si interesserà se vivi oppure crepi, e il mio caso lo dimostra”.

“Se è capace venga a Pompei a vedere lo Stato e l’indifferenza come hanno ridotto Luigi coppola e famiglia. Io ci metto la faccia. Faccia altrettanto Bubbico”, conclude il testimone di giustizia.

 

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Pino Masciari: questa non è la giustizia che meritano i cittadini italiani, né vera esemplarità.
Non vi è legalità senza giustizia.
La lungaggine dei tempi di giustizia è vergognosa( in questo caso si attende da circa quindici anni per alcuni capi d’ imputazione come estorsione, usura e associazione mafiosa), mentre il terrore ambientale è il vero trionfo.
Chi è morto per la giustizia diceva“Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico” (Livatino).

“‘Ndrangheta, processi a rilento: a Vibo tornano liberi due boss di primo piano del clan Mancuso di Limbadi

Si tratta dei figli di “don Mico” Mancuso, considerati esponenti di spicco della pericolosa cosca. Hanno scontato le pene per cui erano in carcere ma su di loro pesano altri processi: uno è legato a un’operazione di 15 anni fa

VIBO VALENTIA – Due boss della ‘ndrangheta tornano liberi per fine pena. Si tratta dei fratelli Diego (detto “Mazzola”) e Francesco “Ciccio Tabacco” Mancuso, di 61 e 57 anni, esponenti di spicco del clan di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, considerato uno dei più pericolosi di tutta italia. Per loro, ormai, nessuna misura restrittiva: Diego ha scontato 15 anni per associazione mafiosa e truffa al termine dei processi “Dinasty” e “Batteria”, Ciccio è stato in carcere 11 anni per mafia e usura dopo le condanne nei processi “Dinasty” e “Senza Respiro”.

Figli entrambi di “don Mico” Mancuso, sono stati condannati in primo grado nel maggio 2013 ad ulteriori 6 anni di carcere a testa per associazione mafiosa nel processo “Genesi”, il cui appello a Catanzaro deve però ancora essere fissato, e sono attualmente imputati, per estorsione ed usura, pure nel processo “Impeto”, nato da un’operazione antimafia del 1999 ma che aspetta ancora la sentenza di primo grado.

Nel frattempo, però, per loro le porte del carcere si riaprono. Con le scarcerazioni di Diego e Francesco Mancuso salgono a 6 gli esponenti di spicco del clan tornati liberi. Nel luglio 2012, dopo 19 anni di detenzione, è stato infatti scarcerato (ed è attualmente irreperibile) il boss Luigi Mancuso, mentre liberi sono anche Cosmo Mancuso, Francesco Mancuso, detto “Bandera”, Domenico e Salvatore Mancuso.”

mercoledì 22 ottobre 2014 18:34

http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/730824/-Ndrangheta–processi-a-rilento.html


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L’EMIGRAZIONE CLANDESTINA dei TESTIMONI DI GIUSTIZIA. Pino Masciari: Chi agisce accanto allo Stato non può essere “sbattuto fuori” dal suo Paese! La punizione sarebbe davvero troppa e il messaggio che passa è devastante.Mentre l’Italia accoglie i clandestini, l’italiano-testimone diventa clandestino nel proprio paese e clandestino- immigrato in altro paese.

Certo che l’immigrazione è diventata la specialità del Ministero dell’Interno e del suo Ministro.  

La vera emergenza è che la mafia è tanto espansa ed efficace da aumentare il Pil  e le risorse dello Stato italiano in questo campo si vuole siano sempre meno.

Così come la burocrazia, lenta e ferraginosa, attanaglia vicende di testimoni per troppo tempo, non offrendo soluzioni energiche nei tempi giusti.

Esprimere debolezza vuole dire lasciare stare. Arrendersi. Abbandonare il campo!

E per coloro che ormai da anni si trovano all’interno del sistema di protezione?

Si abbandonano al proprio destino, in questo caso certo della vendetta criminale, e il problema è risolto.

L’ Italia non può demandare ad altri paesi un problema così importante e profondo che la stringe nel cuore.

Ma interessante è l’ articolo di Saverio Lodato che cita testualmente: ”Uno Stato-Mafia e una Mafia-Stato sono le entità che resero possibile la carneficina in Sicilia che ebbe come vittime tutti coloro i quali credevano di avere le spalle coperte dallo Stato. D’altra parte, se avessero avuto ragione loro, non sarebbero stati massacrati dal tritolo e dai pallettoni. Invece avevano torto. Andavano allo sbaraglio mentre Stato-Mafia e Mafia-Stato li pugnalavano alle spalle”.

(http://www.antimafiaduemila.com/saverio-lodato/signora-falcone-parli.html#.VD9mTyVqGoU.email).

 

I testimoni e pentiti costano troppo. E lo Stato pensa di mandarli all’estero- L’ESPRESSO- 14 ottobre 2014

Le persone sottoposte a programmi di protezione hanno superato quota 6000. E In sei mesi sono stati spesi oltre 42 milioni di euro. Alfano parla di ‘emergenza’. E il Viminale spera in un aiuto dagli altri Paesi. 
DI CLEMENTE PISTILLI

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/13/news/boom-di-pentiti-1.183879

Il numero dei collaboratori e dei testimoni di giustizia è in aumento E in soli sei mesi lo Stato ha messo a bilancio oltre 42 milioni di euro per il loro sostegno economico. La soluzione? Proteggerli sì, ma all’estero. Un sacrificio enorme chiesto a chi ha dato un contributo alle indagini. E soprattutto a quei commercianti e imprenditori che non hanno commesso alcun reato, ma liberamente e con coraggio hanno scelto di denunciare.
Le persone sottoposte a programmi di protezione, il dato è di fine giugno, hanno superato quota 6000. Mai così tante dal 1995. Un aiuto notevole nella lotta al crimine organizzato, che rischia di innescare un problema di risorse per lo Stato, privo di mezzi e uomini a sufficienza per garantire ai pentiti, ai testimoni e ai relativi familiari la necessaria sicurezza e il sostegno economico.

In sei mesi sono stati spesi oltre 42 milioni di euro, il Ministero dell’interno ha cercato di risparmiare in tutti i modi, ma mancano finanziamenti adeguati. A lanciare l’allarme è stato lo stesso ministro Angelino Alfano, in una relazione inviata a Montecitorio e relativa al monitoraggio compiuto sui programmi di protezione, tra gennaio e giugno di quest’anno. Il fenomeno della collaborazione è stato definito dal Viminale “in crescita esponenziale”. La protezione è stata concessa a 1158 collaboratori di giustizia (1144 nel 2003), a 86 testimoni di giustizia (80 nel 2003) e a 4759 familiari di pentiti e testi, per un totale appunto di 6003 persone. In sei mesi una crescita di 162 unità.

I pentiti di camorra sono 521, di Cosa Nostra 289, di ‘ndrangheta 139, della criminalità organizzata pugliese 113 e delle altre organizzazioni criminali 97. Per quanto riguarda invece i testimoni di giustizia il numero maggiore riguarda quelli dei procedimenti contro la n’drangheta (28), seguiti da quelli dei procedimenti contro la camorra (22), Cosa Nostra (15), criminalità organizzata pugliese (7), senza contare quelli contro le altre organizzazioni (14). Per quanto riguarda le nuove richieste di protezione avanzate dalle Procure il numero maggiore è arrivato  da Napoli (34), seguita da Bari (5), Salerno (4), Catania (3), Palermo (3), Catanzaro (3), Reggio Calabria (2), Caltanissetta (2). Una sola proposta infine è arrivata dalle Procure di Roma, Perugia, Messina, Lucca, Bologna e L’Aquila.
I pentiti in stato di libertà sono 476, 387 quelli ammessi a misure alternative al carcere e 295 ancora reclusi. La situazione più pesante riguarda, però, i familiari di collaboratori e testimoni, strappati ai loro affetti e alla loro vita, in particolare i minorenni, a cui viene fornito sostegno psicologico. I minori inseriti nei programmi di protezione sono ben 1997, 452 tra 0 e 5 anni, 617 tra 6 e 10 anni, 629 tra gli 11 e i 15 anni, e 298 tra 16 e 18 anni.
Complesso, infine, per lo Stato reinserire nel mondo del lavoro chi aiuta gli inquirenti nelle indagini. In molti finiscono così per continuare a gravare sul bilancio delle spese di protezione. Una piaga. Tanto che Alfano ha parlato di una gestione “sempre più emergenziale”, con una “carenza di disponibilità finanziaria che si protrae ormai da parecchi anni”. Soluzioni dietro l’angolo non se ne vedono e il Viminale spera in un aiuto dagli altri Paesi con uno scambio di ospitalità di nuclei familiari da proteggere tra Stati membri. Per chi decide di collaborare con la giustizia si profila così un ulteriore sacrificio: addio alla propria vita e anche al proprio Paese.

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/13/news/boom-di-pentiti-1.183879

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Pino Masciari: perchè nella mia terra non  cambia nulla?                                     Un popolo sopraffatto dalla rassegnazione e un indistruttibile vuoto politico continuano a condannare il futuro di un territorio e dei suoi giovani alla più crudele involuzione  e miseria.

Lo sviluppo è incendiato

di Salvatore Albanese
http://www.ilvizzarro.it/lo-sviluppo-e-incendiato.html
Avrebbero dovuto riversarsi in piazza, a centinaia, a migliaia, i cittadini delle Serre che domenica scorsa, per l’ennesima volta, hanno dovuto soffocare nel silenzio il rancore di un futuro interrotto. Rimandato, a chi sa quando, da un male oscuro e allo stesso tempo presente ormai ovunque, di cui quasi si ha il timore di leggere anche soltanto quattro righe sul giornale. I mezzi della Trasversale, in un cantiere alle porte di Simbario, prendono fuoco. Lo decide la ‘ndrangheta, ancora una volta, leggera e arrogante. «Questione di racket – si dirà laconicamente – la solita storia».
E poi via di nuovo a scorrere verso altri fatti, altre notizie, altro vissuto, come se poco o nulla fosse accaduto per un popolo incapace di indignarsi anche di fronte ad una mostruosità che in qualsiasi altro punto d’Italia avrebbe ravvivato telecamere e prime serate, scatti di dignità e provvedimenti istituzionali, proteste e ovazioni di solidarietà. Qui invece no, qui il sud del sud continua a soccombere, vestito di quella gretta indifferenza che fa apparire digeribile anche la violenza più cruda.
Quella della Trasversale delle Serre è una storia fatta di vergogna. Di pastoie burocratiche, di varianti progettuali, di miliardi arraffati, di speranze svanite, di annunci, promesse, tagli di nastro, bombe ed incendi. Incendi come quello di due giorni fa, quando qualcuno – tra la notte di sabato e domenica scorsa – si intrufola in un cantiere e, visto che crede di avere avuto ancora poco, mette a fuoco cinque mezzi di un’azienda impegnata a completare i lavori. Alle tre di notte, sul posto, forze dell’ordine e vigili del fuoco impegnati a spegnere le fiamme criminali dell’estorsione.
Sono tanti i fattori che hanno contribuito a mettere nero su bianco i drammi di questo sviluppo negato, ma proprio le intimidazioni subite dalle aziende appaltatrici, hanno rappresentato il male maggiore. La ‘ndrangheta, più di tutto, ha posto il marchio su mezzo secolo di sogni traditi, di promesse sistematicamente disattese. I precedenti sono tanti, come quello del settembre 2008, quando, proprio a Simbario, fu dato alle fiamme un furgone parcheggiato in prossimità di alcune bombole di ossiacetilene. Fossero esplose, avrebbero provocato danni inimmaginabili per un cantiere in cui, all’epoca, lavoravano oltre cento persone. Ancora prima, il 26 marzo dello stesso anno, era stato ucciso Antonio Longo, titolare della “Tecnovese”, azienda in quel periodo impegnata nei lavori alla Trasversale. Quello di Longo, a 7 anni di distanza, è un omicidio rimasto avvolto nel mistero: un agguato spregiudicato, messo in atto da sicari che, in pieno giorno, viaggiando a bordo di un furgone affiancarono l’auto dell’imprenditore sulla “Strada dei due Mari”, che conduce da Lamezia a Catanzaro, riversandogli addosso, in corsa, interi caricatori di armi da fuoco. Nessuno vide nulla.
Anche oggi è il silenzio totale. Qualche antibiotico all’acqua di rose, condito dai soliti comunicati di routine arrivati dagli uffici stampa di onorevoli, sindaci, potenziali governatori e nulla più, nessun seguito. Poche parole buttate a casaccio con frasi ricavate grazie al “copia ed incolla” dell’ultimo attentato e poi basta, va bene così. Il compitino è svolto, dopo tutto ci sono campagne elettorali fresche su cui riversare attenzioni ed energie. Le responsabilità si fermano alla condanna delle lamiere infuocate e delle fiamme alte. Nessun provvedimento, nessun vertice, nessun decreto, nessuna operazione d’urgenza per scervellarsi casomai a tentare di portare finalmente a termine un’opera pubblica (una cinquantina di chilometri scarsi, mica la Muraglia cinese) concepita per la prima volta nel 1966.
Intanto lo Stato – la notizia è di una settimana fa – ci racconta che «il Paese cresce se crescono le infrastrutture», tanto che a tal proposito si pensa di dover riprendere i lavori del Ponte sullo Stretto e favorire una seria accelerazione sui cantieri della Tav. Insomma, un circo al contrario, per un Governo che ancora continua a saziare i questuanti milionari di opere scellerate e senza senso e, di contro, lascia nell’isolamento più totale la montagna dell’ultima provincia dell’ultima regione d’Italia, laddove a confronto basterebbero una manciata di reale buona volontà, tanto coraggio e pochi soldini. Invece no, il nostro territorio deve restare ai margini, in balia di clan e boss casomai da venerare. Sembra quindi bestemmia l’idea di far convogliare gli sforzi e le attenzioni verso quello che davvero è necessario, anzi imprescindibile. Perché non risulterebbe fantomatico, allora, impegnare magari l’esercito a sorveglianza dei lavori della Trasversale delle Serre, di giorno e di notte. Proprio lo stesso esercito che in genere si spende nelle costose pseudo missioni di pace all’estero e che si potrebbe, piuttosto, adoperare nei cantieri allestiti lungo quella lingua desolata di Calabria, dove ormai dal 1966 si combatte la guerra, quella vera. Una guerra che vede in contrasto la ‘ndrangheta e i diritti di intere popolazioni stuprate, prese in ostaggio da attentati alla civiltà.”
 

Pino Masciari: Lo spaccato quotidiano di un Paese

Scritto da Pino Masciari Il 14 - ottobre - 2014 COMMENTA

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E mentre in Calabria a San Ferdinando, nell’ operazione della Distrettuale Antimafia sono stati emessi 26 decreti di fermo, tra cui anche il primo cittadino ecoinvolti anche altri amministratori della zona, (http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/calabria/-ndrangheta-sgominata-cosca-bellocco-fermato-il-sindaco-di-san-ferdinando_2073528201402a.shtml),

ad Aosta si decide il Giudizio abbreviato per cinque imputati (Claudio Taccone, i suoi figli Ferdinando e Vincenzo tutti di Saint-Marcel, Santo Mammoliti e Domenico Mammoliti di Aosta)  nell’udienza relativa all’inchiesta Hybris, in cui per tutti ricorre l’aggravante prevista dal metodo mafioso.

http://www.lastampa.it/2014/04/14/edizioni/aosta/ndrangheta-giudizio-abbreviato-per-i-valdostani-imputati-MHmRG2mON1hMN9p6rIMDAJ/pagina.html)

ancora al sud e soprattutto in Calabria dove, secondo i dati aggiornati di Ossigeno per l’Informazione, si vuol imbavagliare il giornalista con la violenza (fino ad oggi ci sono già 30 casi accertati di giornalisti minacciati) -Denunciare la ‘Ndrangheta in terra di ’Ndrangheta

http://www.antimafiaduemila.com/2014101351795/cronache-italia/denunciare-la-ndrangheta-in-terra-di-ndrangheta.html

E a  Roma il Presidente della Repubblica Napolitano ,consegna l’onorificenza di grande ufficiale alla sorella del magistrato Falcone e ci ricorda  «Combattiamo la mafia come Falcone»,

http://www.corriere.it/politica/14_ottobre_13/napolitano-combattiamo-mafia-come-falcone-5822274e-5309-11e4-8e37-1a517d63eb63.shtml

Lo spaccato quotidiano di un Paese che cerca affannosamente di arginare il fenomeno mafioso, in ritardo rispetto alla velocità con cui si è estesa e consolidata ovunque la criminalità organizzata .

Forse si può riprendendo il pensiero di Falcone, “la mafia si può vincere cambiando completamente la società, attraverso un esercito di giovani educati alla legalità”.

Ossa bruciate, forse resti di testimone di giustizia.

Scritto da admin Il 7 - ottobre - 2014 2 COMMENTI

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Pino Masciari: Se il ritrovamento dovesse essere confermato è incredibile, nonchè spaventosa, la libertà con cui riescono ad agire le mafie per farsi “giustizia”! Le mafie non dimenticano, a differenza di chi dovrebbe tutelare la sicurezza di chi ha affidato, con sacrificio e coraggio, la propria vita e quella dei famigliari nelle mani dello Stato!

Ossa bruciate in campo a Valenzano: forse resti
di testimone di giustizia

BARI – Frammenti di ossa bruciacchiati trovati a 400 metri dalla sua abitazione. Lì, sotto un albero annerito, la macabra scoperta fatta dai Carabinieri domenica mattina. Troppo presto per dire se il cadavere carbonizzato, perché di resti umani si tratta, sia quello di Alessandro Leopardi, di 38 anni, artigiano di Valenzano di cui non si hanno più notizie dal 1° ottobre scorso.
La Procura di Bari ha avviato accertamenti su quei frammenti di ossa trovati in campagna alla periferia di Valenzano, sotto un albero di ulivo, a ridosso di un muretto a secco. I Carabinieri della Compagnia di Triggiano, coordinati dal Pm Manfredi Dini Ciacci, non escludono che si tratti dei resti dell’uomo. Prima, però, occorrerà attendere gli esami del Dna e i risultati di accertamenti di natura medico-legale affidati al professor Francesco Introna, dell’Università di Bari.
Ieri pomeriggio il padre di Leopardi ha raggiunto l’Istituto di medicina legale nel Policlinico, per sottoporsi al prelievo del Dna da confrontare con quello estratto da piccoli frammenti ossei. Un lavoro non semplice, considerate le condizioni in cui le ossa erano ridotte. Per conoscere il risultato occorrerà attendere una ventina di giorni. Omicidio l’ipotesi di reato. Una ragione tecnica anche per consentire agli investigatori di poter svolgere altri accertamenti e indagini.

Alessandro Leopardi denunciò nel 2005 per estorsione e fece arrestare tre presunti componenti del clan Stramaglia di Bari: Michele Buscemi, Luca Masciopinto e Matteo Radogna. L’uomo e la sua famiglia vennero sottoposti a un periodo di protezione nelle Marche fino al 2011. Poi decisero di tornare in Puglia.

Gli investigatori sospettano che l’uomo, un corniciaio che nel 2005, con la sua denuncia, contribuì a fare arrestare tre persone, sia stato vittima di una lupara bianca. Ma la pista non è affatto l’unica (sempre che quelle ossa siano di Leopardi). Appare strano, ad esempio, che i possibili assassini abbiano deciso di liberarsi del corpo a una distanza così ravvicinata dalla sua abitazione. Se fosse davvero lui, potrebbe avere incontrato qualcuno con cui ha litigato per ragioni diverse da quella vecchia denuncia? La zona in cui è stato ritrovato il corpo bruciacchiato era già stata battuta dai militari, ma subito dopo la denuncia di scomparsa, nell’immediatezza delle ricerche, quel corpo bruciacchiato e quei frammenti non erano apparsi così evidenti. Ad un secondo passaggio la macabra scoperta.
Leopardi mercoledì mattina, primo giorno di ottobre, presumibilmente intorno a mezzogiorno è uscito di casa, ha raggiunto la strada ed è salito in macchina. O qualcuno lo ha costretto a farlo. Da quell’esatto momento non se ne hanno più notizie. L’ultima a parlare con lui è stata la moglie Rossella, uscendo di casa poco dopo le 9. Poi il nulla. Quando la donna è rincasata, intorno alle 13.15 ha trovato la porta aperta, le pentole sui fornelli, le pietanze in cottura, il cellulare del marito sul tavolo. Nessun segno di scasso sulla porta, l’appartamento in perfetto ordine.

Chi lo conosce lo descrive come una persona tranquilla e perbene. Sono giorni terribili per chi gli vuole bene.
«È inquietante l’ipotesi che le ossa umane bruciate siano di Alessandro Leopardi, testimone di giustizia scomparso la scorsa settimana – afferma il deputato Davide Mattiello (Pd), componente della Commissione Antimafia -. La valutazione della attualità e della gravità del pericolo in situazioni come questa è rimessa alla Procura Distrettuale, che può proporre il soggetto per misure speciali previste dalla legge».

[fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno]

Lotta alla mafia a parole. A Renzi non interessa

Scritto da admin Il 6 - ottobre - 2014 1 COMMENTO

lotta alla mafia

Pino Masciari: Se lo Stato non è al fianco dei cittadini in questa lotta, tutto il lavoro fatto, i sacrifici, le rinuncie, le vite perse per combattere le mafie, tutto sarà vanificato e reso inutile. Uno Stato che non lotta contro la criminalità, l’illegalità e la corruzione non è uno Stato al fianco dei suoi cittadini! Voglio sperare che non sia così………

“È scomparsa dal programma dell’esecutivo. Su 43 ddl solo due sono diventati legge.”

La lotta alla mafia e alla criminalità organizzata è scomparsa dall’agenda del governo Renzi. E i pochi provvedimenti che il premier ha avuto il coraggio di presentare sono finiti su un binario morto. Un esempio? La norma sull’autoriciclaggio, che le Procure, tutte, reclamano a gran voce per avere uno strumento in più per la lotta alla mafia. Invece è finita insabbiata in commissione. Tanto che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha ammesso candidamente che il governo su questo ha (quasi) le mani legate perché non c’è accordo politico. E neppure la volontà da parte di Renzi di forzare la mano. Come invece ha fatto e sta facendo su altri temi. Nel Pd, però c’è anche chi come Rosy Bindi, presidente della commissione antimafia, non ci sta. E segnala che il «machismo» di Renzi non può funzionare solo su alcuni temi. «Il governo ha un doppio registro sospetto – ha scandito – forte con i lavoratori e debole con gli evasori fiscali. Noi dobbiamo “tipicizzare” il reato di autoriciclaggio. Quando lo faranno sarò sempre troppo tardi. Il decisionismo del presidente del Consiglio lo vorrei in tutti i settori, non solo sull’articolo 18». Invece Renzi sembra essere assai poco interessato alla lotta alla criminalità organizzata. Nei tanto sbandierati «mille giorni» che dovrebbero rivoluzionare il nostro Paese non c’è neppure un accenno, una proposta, una frase. E la mafia, come sottolinea il sito Openpolis.it, dati e cifre alla mano, non sembra essere una priorità neanche nel sito del governo «passodopopasso». A questa dimenticanza potrebbe supplire il Parlamento. Il quale, però, a sua volta, sembra essere altrettanto sordo a questa esigenza. Dei 43 disegni di legge presentati a Camera e Senato sulla materia, sottolinea ancora la ricerca del sito, 11 sono stati approvati nelle varie fasi dell’iter, e solamente due sono diventati definitivamente legge (Commissione Anti-Mafia, e modifica al 416-ter). Tutti gli altri sono finiti nelle sabbie mobili del Parlamento. C’è, ad esempio, un disegno di legge presentato a palazzo Madama dal senatore Franco Cardiello di Forza Italia che prevede «interventi urgenti in materia di beni della criminalità organizzata e a favore dell’agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata». È stato presentato l’11 luglio dell’anno scorso ma non è stato ancora assegnato a nessuna commissione. Così come quello del senatore del Pd Doris Lo Moro che prevede «norme in materia di scioglimento delle aziende sanitarie per infiltrazioni mafiose: presentato a settembre del 2013 aspetta ancora di essere assegnato.

Paolo Zapitelli – iltempo.it

corruzione

Pino Masciari: la politica, quella corrotta e marcia, non può farne a meno, non esisterebbe senza l’appoggio delle mafie. Ecco poi proliferare corruzione e malaffare in un mondo, quello politico, dove l’interesse non è più dei cittadini ma delle mafie e tutto ciò che ne è colluso con esse! Non permettiamo che questo sistema marcio sin dalla radice possa continuare!

‘Ndrangheta, Roberti: “Dall’Emilia in Calabria a cercar voti? Sai che lì si decide”

Da Reggio Emilia, il procuratore nazionale antimafia ha risposto così a chi gli chiedeva dei viaggi pre elettorali degli amministratori locali emiliani

Appena il cittadino in piedi in platea fa la domanda, nella sala del Tricolore si solleva un mormorio: “Quando esponenti di molti partiti vanno in campagna elettorale in Calabria, mi pongo il problema: per quale motivo si fa questo? E vorrei una risposta da lei”. Il procuratore nazionale antimafiaFranco Roberti, ospite a Reggio Emilia della web tv Cortocircuito, risponde senza esitazioni: “Se tu in occasione delle elezioni che si fanno qui in Emilia vai a fare campagna elettorale in Calabria, vuol dire che sai che l’appoggio o il non appoggio alla tua elezione viene dalla Calabria non dall’Emilia”. Nessuno, nemmeno nella domanda, fa nomi e cognomi, ma in sala in molti ripensano a un fatto che in città fece molto discutere: nella primavera 2009 diversi politici in corsa per la poltrona di sindaco, tra cui l’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio Graziano Delrio, allora primo cittadino uscente (poi riconfermato per il secondo mandato), discesero fino alla cittadina di Cutro in provincia di Crotone, a poche settimane dal voto.

Delrio – che, anche su viaggio, nel 2012 è stato sentito dai pm antimafia di Bologna come persona informata sui fatti, in una grossa inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta – spiegò allora che come sindaco in carica era stato invitato a una importante festa religiosa. Una visita istituzionale dunque: “La mia visita sottolinea questa amicizia e sarà occasione per rinnovare e rafforzare la collaborazione che lega Cutro e Reggio Emilia”, scrisse allora in una nota Delrio, che era stato effettivamente invitato alla festa dal sindaco del comune calabrese. Ma nonostante le spiegazioni ufficiali, ci fu chi a Reggio Emilia vide nella visita di Delrio e di molti altri candidati piuttosto una mossa a caccia di voti anche tra i tantissimi calabresi immigrati da decenni a Reggio Emilia.

“Candidati in Calabria alla ricerca di consensi”, titolava allora la Gazzetta di Modena online; “Caccia grossa al voto cutrese”, titolava il sito internet di TeleReggio.

 In quei giorni dell’aprile 2009 oltre a Delrio scesero in Calabria infatti Antonella Spaggiari, ex sindaco di Reggio e in quelle elezioni avversaria di Delrio, ma anche Fabio Filippi, candidato sindaco del Popolo della libertà. E poi tutta una serie di altri amministratori di diversi comuni emiliani. Ufficialmente per seguire una festa religiosa cutrese molto suggestiva, che si svolgeva ogni sette anni. Il Movimento 5 stelle di Reggio Emilia, che allora candidava Matteo Olivieri come sindaco, pubblicò un post online per prendere le distanze dai viaggi: “Non è in programma alcun viaggio a Cutro”.

“Se vai in Calabria vuol dire che sai che lì si decide”, ha spiegato Roberti (che però non cita mai il nome di Delrio o degli altri candidati). “Ovunque tu sia nel mondo, se appartieni alla ‘ndranghetaprendi ordini dal Crimine di Polsi (il vertice della ‘ndrangheta, ndr). E se tu vai in Calabria a chiederesostegno elettorale vuol dire che è da lì che deve arrivare l’ok al tuo sostegno elettorale”, spiega Roberti. A questo punto Elia Minari di Cortocircuito interrompe il procuratore antimafia: “Noi abbiamo avuto una grossa partecipazione di candidati abbastanza…”. Roberti non si scompone: “Io non so a che candidati lei si riferisca”, e poi conclude: “Se lei mi pone la domanda in questi termini io devo rispondere così. Evidentemente c’è un cordone ombelicale tra certi cittadini della regione Calabria e i cittadini che stanno qua in Emilia”.

[fonte: ilfattoquotidiano.it]

Uomini dello Stato legati alla ‘ndrangheta

Scritto da admin Il 30 - settembre - 2014 COMMENTA

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Pino Masciari: Siamo dinnanzi a due Stati, il primo che combatte la ‘ndrangheta al fianco dei suoi cittadini, che governa ed è governato da politici onesti, mentre poi c’è il secondo, quello più pericoloso, colluso con i mafiosi ed il suo sistema, uno Stato corrotto che pur di ottenere i suoi biechi interessi sta distruggendo il nostro paese, uno Stato che non si è mai fermato davanti a niente UCCIDENDO i suoi servitori onesti in mille modi! Ognuno di noi deve decidere da quale Stato essere governato, scegliere da quale parte stare come ho fatto io ed altrettanti cittadini onesti, esigere la legalità e l’onestà, riconoscere la corruzione ed i suoi corruttori e non aver paura di denunciare!

Ecco come i calabresi hanno conquistato la Lombardia

“Sono state rese note le motivazioni delle condanne in secondo grado per il processo “Infinito-Tenacia”. Lo spaccato è inquietante: dai «proficui rapporti» delle cosche con gli uomini dello Stato ai legami indissolubili con la terra d’origine, fino agli interessi per l’Expo.

C’E’ uno Stato che combatte ogni giorno la ‘ndrangheta e le organizzazioni criminali in genere. Ed un altro Stato che, invece, ci si allea. Fa accordi. Controlla gli affari. Gestisce operazioni finanziarie. Lancia “soffiate” e informa i mafiosi. In 800 pagine la Corte d’Appello di Milano racconta tutto questo. Uno spaccato inquietante, ricostruito nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso giugno, la Corte d’Appello di Milano ha confermato le condanne (LEGGI), seppure con qualche lieve riduzione di pena, per una quarantina di imputati arrestati nel 2010. 

Nomi eccellenti della ‘ndrangheta. Ma anche tanti nomi di politici, rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, manager, imprenditori. Nella sentenza di condanna per la maxi operazione “Infinito-Tenacia” è finita gente del calibro del presunto boss Giuseppe “Pino” Neri e poi l’ex dirigente dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco. Al primo sono stati inflitti 18 anni di carcere e al secondo 12 anni. Ma non sono gli unici. Perché nell’elenco delle condanne figurano nomi del calibro di Vincenzo Novella, figlio del mammasantissima Carmelo. E poi l’altro presunto boss Pio Candeloro. 

Un’inchiesta inquietante, rimasta legata all’immagine del summit nel circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano che, nel 2009, portò alla nomina di Pasquale Zappia ai vertici dell’organizzazione criminale nella regione, dopo l’omicidio di Carmelo Novella che risale al 14 luglio 2008.

Le parole usate nelle motivazioni della sentenza sono inquietanti, dunque. Le cosche della ‘ndrangheta radicate in Lombardia, secondo il collegio della prima sezione, presieduto da Marta Malacarne, avevano creato «proficui rapporti» con «uomini dello Stato», tra cui politici, appartenenti alle forze dell’ordine e manager della sanità. 

GUARDA IL VIDEO DELLA LETTURA DELLA SENTENZA

‘NDRANGHETA: MARCHIO IN FRANCHISING - I 1.300 chilometri che separano la Lombardia dalla Calabria, secondo i giudici, non sono nulla per le cosche calabresi. Perché nell’ambito di «una sorta di rapporto di franchising», sebbene le cosche lombarde agissero in autonomia, «la Calabria è proprietaria e depositaria del marchio “ndrangheta”, completo del suo bagaglio di arcaiche usanze e tradizioni, mescolate a fortissime spinte verso più moderni ed ambiziosi progetti di infiltrazione nella vita economica, amministrativa e politica». 

DALL’EXPO ALLA SANITA’ – Per questo la stessa «infiltrazione mafiosa nelle aziende della famiglia Perego», importante impresa lombarda nei settori edili e del movimento terra, era «seguita» – scrivono i giudici – «con attenzione dalla “madre patria” anche in previsione delle prospettive attribuite a Expo 2015». 

L’ex manager della Asl di Pavia Chiriaco, invece, svolgeva il ruolo di «stabile punto di riferimento per convogliare i voti controllati dall’associazione sui candidati in più tornate elettorali amministrative». Nelle motivazioni, tra l’altro, c’è un lungo elenco di «pubblici funzionari», ma anche di membri delle forze dell’ordine con cui le cosche avrebbero intrattenuto rapporti.

LA TALPA NELLA DIA - E tra i «proficui rapporti» ricostruiti nelle motivazioni della sentenza c’è anche il «contributo informativo» fornito alla mafia calabrese da un «appartenente alla Direzione Investigativa Antimafia di Milano, purtroppo ad oggi rimasto non identificato». 

I POLITICI E I FUNZIONARI – La Corte elenca alcuni di questi «uomini dello Stato» e spiega, ad esempio, che «gli affiliati del locale (ossia della cosca, ndr) di Desio» erano in rapporti con l’ex assessore regionale lombardo Massimo Ponzoni. Inoltre, il collegio scrive che nel procedimento «sono stati analizzati i rapporti degli imputati con altri pubblici funzionari», tra cui «Corso Vincenzo, ufficiale giudiziario in servizio a Desio», «Marando Pasquale, ispettore dell’Agenzia delle Entrate» e «Pilello Pietro», all’epoca «presidente del Collegio dei revisori dei conti della Provincia di Milano». 

E poi «rilevantissima», secondo i giudici, «l’infiltrazione nella società a completa partecipazione pubblica Ianomi, che raggruppa circa quaranta comuni della Valle dell’Olona e del Seveso, ed ha come oggetto sociale la gestione delle reti idriche». 

I CLAN E LE FORZE DELL’ORDINE – E poi ancora i «rapporti di Strangio Salvatore con il colonnello in pensione Giuseppe Romeo e con l’ispettore della Polizia stradale di Lecco Alberto Valsecchi». Nelle motivazioni si parla anche di un «sequestro illegale» di un’auto da parte di «agenti della polizia di Stato di Torino» ottenuto da uomini vicini al presunto boss Domenico Pio. Un pentito poi ha raccontato di «un appartenente alla Guardia di Finanza che aveva fornito loro notizie di arresti imminenti» e di «rapporti privilegiati con il comandante della Polizia locale di Erba» e con «Nardone Carlo Alberto, ex ufficiale dell’Arma dei carabinieri». Altri «proficui rapporti», spiegano i giudici, «sono rimasti nell’ombra» e se ne «desume l’esistenza» dai molti «episodi di fuga di notizie» nel corso dell’inchiesta.”
http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/730111/-Uomini-dello-Stato-legati-alla.html

[fonte: ilquotidianoweb.it]

 

In Italia ‘Ndrangheta piu’ forte e piu’ ricca

Scritto da admin Il 26 - settembre - 2014 COMMENTA

 

Antimafia

Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti:

“Sul piano transnazionale ci sono 3.600 bande criminali che si muovono con agire mafioso. Le nostre organizzazioni spesso si intrecciano e fanno affari con le altre. In Italia la ‘ndrangheta e’ sicuramente la piu’ forte e la piu’ ricca delle organizzazioni criminali e anche la piu’ ramificata sul territorio transnazionale”. A dirlo, a Palermo, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, a margine della Settimana Alfonsiana. “Il target delle nostre mafie – ha proseguito- e’ il traffico di stupefacenti ma hanno diversificato la loro attivita’ con il contrabbando, il traffico di rifiuti e tratta di esseri umani. Naturalmente estorsione e usura restano le fonti di accumulazione primarie”.
  A proposito dei rapporti tra organizzazioni criminali e politica ha chiarito: “Questi rapporti sono accertati anche da sentenze definitive, lo scambio e’ quello che oggi e’ fissato dall’articolo 416 ter, sostegno elettorale e altre utilita’ in cambio della partecipazione ad affari come gli appalti pubblici. Al di la’ di tutte le interpretazioni possiamo dire che ora c’e’ uno strumento efficace che ci consente di investigare sul patto di scambio politico-mafioso”.

[fonte: Agi.it]

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La correttezza morale cosi come l’ininfluenzabilità condannarono il giovane giudice Livatino ad essere vittima di agguato mafioso. Nel suo anniversario, il migliore ricordo resti il modello tangibile di esempio  da seguire e di cui essere orgogliosamente fieri.  Pino Masciari

24 anni fa la mafia uccideva il giudice Rosario Livatino

Ricorre domani il 24esimo anniversario dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 nell’agrigentino. Laureatosi a soli 22 anni in giurisprudenza, il “giudice ragazzino”, cosi’ come era stato soprannominato per la sua giovane eta’, era entrato subito nel mondo del lavoro vincendo il concorso per vicedirettore in prova presso la sede dell’Ufficio del Registro di Agrigento dove resto’ dall’1 dicembre 1977 al 17 luglio 1978. Aveva superato infatti un concorso in magistratura diventando uditore giudiziario a Caltanissetta.

Livatino fu ucciso, in un agguato mafioso la mattina del 21 settembre sul viadotto Gasena, lungo la strada statale 640 Agrigento-Caltanissetta, mentre – senza scorta, con la sua Ford Fiesta amaranto – si recava in Tribunale. Per la sua morte sono stati individuati, grazie al supertestimone Pietro Ivano Nava, i componenti del commando omicida e i mandanti che sono stati tutti condannati in tre diversi processi nei vari gradi di giudizio all’ergastolo, con pene ridotte per i”collaboranti”.

Nella sua attivita’ Livatino si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli siciliana ed aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni. Il 19 luglio 2011 e’ stato firmato dall’arcivescovo di Agrigento il decreto per l’avvio del processo diocesano di beatificazione, aperto ufficialmente il 21 settembre 2011 nella chiesa di San Domenico di Canicatti’.

http://agrigento.blogsicilia.it/24-anni-fa-la-mafia-uccideva-il-giudice-rosario-livatino/271685/

Vitalizi a condannati mafia. Pino Masciari: dovrebbe essere automatico

Scritto da Pino Masciari Il 17 - settembre - 2014 COMMENTA

soldiPino Masciari: avrebbe dovuto essere automatico sospendere il vitalizio ai condannati di mafia , comunque sia il popolo italiano sarà grato se tale iniziativa viene messa in pratica realmente , senza lungaggini o intoppi burocratici che beffano la dignità di coloro che, anche in parlamento, svolgono onestamente il proprio lavoro.

http://www.ansa.it/sicilia/notizie/2014/09/14/boldrini-no-vitalizi-a-condannati-mafia_e2d1bf65-a1ab-4b66-93dc-3309519441c0.html

Boldrini, no vitalizi a condannati mafia
Non serve neanche una legge, può deciderlo Ufficio presidenza

‘Ndrangheta e camorra si spartiscono immobili e aziende

Scritto da admin Il 6 - settembre - 2014 COMMENTA

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Pino Masciari: “Non basta confiscare i beni alle mafie, lo Stato deve vigilare sull’uso che ne viene fatto!”

“Un tesoro enorme sottratto ai clan. Un patrimonio che dovrebbe essere della collettività, ma che nella maggior parte dei casi resta inutilizzato. In totale il tesoretto vale tra 10 e i 34 miliardi di euro. Soltanto la Direzione investigativa antimafia ha confiscato alle organizzazioni mafiose oltre 2 miliardi tra case, ville, palazzi e società di capitali. Tutto questo dal 1991 al 2011. Una cifra in costante aumento.

Nel report di Ferragosto sulla sicurezza del Paese, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha presentato i successi dell’antimafia: negli ultimi quattro mesi sono stati sequestrati 2.500 beni e confiscati 414, per un valore complessivo che supera il miliardo. Cifre e volumi che farebbero pensare a una favola con il lieto fine. Eppure il meccanismo è in sofferenza e la macchina delle misure di prevenzione patrimoniale non viaggia come dovrebbe. Troppe le questioni irrisolte. In primis l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati che si inceppa nell’ultimo passaggio della riassegnazione: immobili che restano vuoti o ancora occupati dai familiari dei boss in carcere, terreni abbandonati dove invece potrebbero nascere cooperative di giovani, aziende che con i quattrini dei mafiosi andavano a gonfie vele e che la gestione statale ha affossato spingendole verso il fallimento. Così lo strumento principale di lotta alle cosche è diventato l’emblema dell’antimafia che non funziona. Tranne qualche rara eccezione. Ci sono i giovani che lavorano le terra che furono di ‘ndrangheta, camorra, cosa nostra e sacra corona unita. Ci sono le case dei padrini trasformate in centri per disabili. E qualche azienda che da Srl mafiosa si è trasformata in cooperativa di lavoratori onesti. Esempi unici che vanno avanti tra mille difficoltà, sfidando le resistenze dei mafiosi che vorrebbero riconquistare il loro territorio e l’indifferenza di buona parte della politica che sul contrasto alle mafie tace, salvo poi presentarsi alle commemorazioni per le vittime illustri.

Il quadro che emerge dall’inchiesta di Dataninja.it in collaborazione con i quotidiani locali del Gruppo Espresso è allarmante: abbiamo un tesoro e non sappiamo come utilizzarlo. C’è bisogno di un intervento del governo, di un piano per recuperare al meglio i quattrini sottratti ai capi mafia. Il rischio, altrimenti, è la resa di fronte al potere economico delle cosche. Che cantano vittoria ogni volta che fallisce un progetto di recupero di un bene immobile o aziendale.

Come nel caso di Palermo. Dove, nel silenzio generale, 120 lavoratori guidati dagli edili della Cgil stanno portando avanti una battaglia per salvaguardare il posto di lavoro. Sono gli operai della Ati Group, che fa parte dell’ex gruppo Aiello (l’ingegnere condannato per mafia che poteva contare sull’appoggio dell’ex presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro) sequestrato a Cosa nostra undici anni fa e solo l’anno scorso arrivato a confisca definitiva. È la più grande azienda edile sottratta dalle mani della criminalità organizzata. E sostenerla dovrebbe essere una priorità per lo Stato. Ma quella che doveva essere una vittoria si è trasformata in una condanna al fallimento.

Da quando il provvedimento è diventato definitivo, infatti, l’azienda ha iniziato il suo declino economico. Attualmente la stragrande maggioranza dei lavoratori è in cassa integrazione straordinaria senza salario. E l’amministrazione non anticipa più come nel passato quote di stipendio. «Lavoratori e famiglie vivono una condizione di disagio a volte al limite dell’indigenza» denunciano i sindacalisti della Fillea Cgil. E purtroppo non è l’unico caso. Oltre il 70 per cento delle imprese perdono terreno quando il proprietario diventa lo Stato. Cioè sono destinate a chiudere.

Perciò capita spesso di trovarsi davanti a picchetti di lavoratori infuriati che davanti alle telecamere urlano che la mafia dà lavoro e le istituzioni della Repubblica lo tolgono. Un amaro paradosso che dà la misura dell’interesse riposto dai governi, che si sono succeduti, nella lotta alla mafia in generale, e in particolare alla tutela del patrimonio confiscato. Con buona pace di Pio La Torre, che inventò il reato di associazione mafiosa e il sequestro, e di tutti i magistrati uccisi che sull’idea del comunista ucciso da Cosa nostra hanno inflitto duri colpi ai clan.”

fonte: Espresso.it

Pietro-Di-Costa

“…..per andare alla DDA ho preso un taxi”

<<Fa rabbia….Ci sono congiunti di politici, figli anche minori di politici, che vanno a passeggio sul corso di Vibo Valentia con la scorta. Mi domando chi abbiano mai denunciato per avere bisogno di protezione, mi domando chi abbia denunciato o cos’abbia fatto il loro illustre genitore, che magari è stato pure condannato, per avere bisogno della scorta>>. Questo l’incipit che usa il testimone di giustizia Pietro Di Costa. Nei giorni scorsi è stato chiamato dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per la redazione di alcuni verbali e per tale motivo è rientrato in Calabria dalla località segreta. Torna il superteste sul tema della sicurezza:<<Mi fa rabbia pensare a questa storia dei politici scortati e dei loro congiunti scortati anche quando sono a passeggio, quando poi chi, come noi testimoni di giustizia, è davvero in pericolo si trova sovraesposto a causa dei cortocircuiti del sistema.>>.

Un esempio? Il percorso fatto per tornare dalla località segreta in Calabria. In auto come si vede in certi film? <<No, in treno. E se c’è da scappare, su un treno come scappi?>>, dice e si domanda Pietro Di Costa. E non si tratta di un solo treno. >>Parti dalla località segreta, arrivi in una città, cambi, poi vai in un’altra, cambi, poi c’è l’aggancio con la scorta che ti porta qui. Io -prosegue- non sono un pacco, ne è un pacco qualsiasi altro testimone di giustizia. Siamo prima di tutto uomini, gente che ha denunciato gravi reti e criminali pericolosissimi che non dimenticano e che sono capaci di aspettare mesi, anni, per vendicarsi>>.

Altre volte deve fare di necessità virtù. <<L’ultima, per andare alla Dda, ho dovuto prendere un taxi. Ma come? Non c’è un auto per assicurare la giusta tutela non solo al testimone ma pure alla scorta?>>.

Lo stesso tetimone di giustizia vibonese, già titolare di un istituto di vigilanza finito nel giogo della criminalità organizzata e per questo finito sul lastrico, da tempo conduce una battaglia per migliorare lo status di quanti, vittime delle mafie, hanno avuto fiducia negli apparati dello Stato mettendo nero su bianco le vessazioni e le ancherie subite. <<Una fiducia -spiega Pietro Di Costa- spesso tradita. Fatti salvi alcuni magistrati e alcuni apparati investigativi, è evidente che il sistema non funziona e finchè non ci saranno interventi seri, anche sul fronte legislativo, la fiducia nelle istituzioni sarà scoraggiata anzichè incoraggiata>>.

fonte: Il Quotidiano della Calabria

Pino Masciari- Ancora lui: Totò Riina

Scritto da Pino Masciari Il 3 - settembre - 2014 COMMENTA
190910792-d2286e85-3091-460a-8e80-ce9ad80a44f1-1Alla vigilia del 32 esimo anniversario dell’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa torna il mistero della cassaforte, né parla dal carcere il boss Totò Riina.
Oggi il ricordo della morte del generale Dalla Chiesa è ancora più amaro, accompagnato da un profondo sentimento di tristezza per la perdita del valore di un uomo onesto e per la mancanza di verità.
Mentre i carnefici parlano a rate, tengono banco e sottopressione l’intero Paese, si sfalda la nostra libertà e la Democrazia.

 

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Pino Masciari: sostenere Don Ciotti vuol dire rinvigorire la ribellione delle coscienze contro le mafie, vuol dire rafforzare il messaggio di pensiero e di opere di quei cittadini che si uniscono nel “noi” per fare bene comune.
Basta con questi sciacalli  criminali che, pur nelle misure di detenzione, per sentirsi ancora protagonisti del male e della violenza, si permettono di minacciare e creare inquietudine e allarme sociale.
Che le istituzioni e le forze politiche si attivino a scongiurare pericoli per chi si trova in prima linea e con fermezza ad arginare personaggi e fenomeni mafiosi che vogliono ancora oggi piegare il nostro Paese.
Basta con le mafie, basta con la corruzione, basta con l’illegalità: il prezzo che stiamo pagando è troppo alto per tutti!
Vuoi incontrare Pino?

Se vuoi organizzare un incontro in cui ti piacerebbe che Pino Masciari fosse ospite, invia una mail al seguente indirizzo :  info@pinomasciari.it   -

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