Friday, 24 October, 2014
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“‘Ndrangheta, arrestati 13 imprenditori-  Le indagini si spingono fino a Verona

L’operazione della Guardia di finanza in Calabria e Lombardia.
Scoperto un intreccio tra alcune imprese riconducibili alla cosca Pesce e le coop scaligere”
Pino Masciari-Ancora ‘ndrangheta, ancora intromissione nel circuito economico del Paese, in apparenza normale per la connivenza di ditte e imprese compiacenti.
Perché il pericolo è sempre quello, che la ‘ndrangheta diventi sponda fertile di attività e lavoro.
Bene l’azione della Procura di Reggio Calabria e della guardia di finanza che continuano incessantemente a scovare filoni criminali .
E la lotta va avanti, non si deve rimanere indifferenti a strategie che ipotecano il futuro dei cittadini.
Il nostro Paese sta morendo, si arricchiscono le sole mafie e gli imprenditori  onesti chiudono, adesso basta! Dobbiamo reagire tutti. Il Paese vuole il cambiamento anche se è imprigionato nella paura e nella sfiducia. Dobbiamo cambiare. Occorrono idee e progetti seri. Il futuro appartiene a Noi. Proviamo a riprendercelo insieme. Italia, “Organizziamo il coraggio” .
Fonte: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2014/21-ottobre-2014/-ndrangheta-arrestati-13-imprenditori-indagini-si-spingono-fino-verona-230386412325.shtml

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Alessandro Marinelli, nostro studente di #Cinema, ci parla del suo documentario “Pino Masciari, storia di un imprenditore calabrese”, che ha da poco vinto il prestigioso Premio Ilaria Alpi. — con Alessandro Marinelli https://www.facebook.com/178842118824026/photos/a.725506610824238.1073741832.178842118824026/777764942265071/?type=1&fref=nf

Ossa bruciate, forse resti di testimone di giustizia.

Scritto da admin Il 7 - ottobre - 2014 2 COMMENTI

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Pino Masciari: Se il ritrovamento dovesse essere confermato è incredibile, nonchè spaventosa, la libertà con cui riescono ad agire le mafie per farsi “giustizia”! Le mafie non dimenticano, a differenza di chi dovrebbe tutelare la sicurezza di chi ha affidato, con sacrificio e coraggio, la propria vita e quella dei famigliari nelle mani dello Stato!

Ossa bruciate in campo a Valenzano: forse resti
di testimone di giustizia

BARI – Frammenti di ossa bruciacchiati trovati a 400 metri dalla sua abitazione. Lì, sotto un albero annerito, la macabra scoperta fatta dai Carabinieri domenica mattina. Troppo presto per dire se il cadavere carbonizzato, perché di resti umani si tratta, sia quello di Alessandro Leopardi, di 38 anni, artigiano di Valenzano di cui non si hanno più notizie dal 1° ottobre scorso.
La Procura di Bari ha avviato accertamenti su quei frammenti di ossa trovati in campagna alla periferia di Valenzano, sotto un albero di ulivo, a ridosso di un muretto a secco. I Carabinieri della Compagnia di Triggiano, coordinati dal Pm Manfredi Dini Ciacci, non escludono che si tratti dei resti dell’uomo. Prima, però, occorrerà attendere gli esami del Dna e i risultati di accertamenti di natura medico-legale affidati al professor Francesco Introna, dell’Università di Bari.
Ieri pomeriggio il padre di Leopardi ha raggiunto l’Istituto di medicina legale nel Policlinico, per sottoporsi al prelievo del Dna da confrontare con quello estratto da piccoli frammenti ossei. Un lavoro non semplice, considerate le condizioni in cui le ossa erano ridotte. Per conoscere il risultato occorrerà attendere una ventina di giorni. Omicidio l’ipotesi di reato. Una ragione tecnica anche per consentire agli investigatori di poter svolgere altri accertamenti e indagini.

Alessandro Leopardi denunciò nel 2005 per estorsione e fece arrestare tre presunti componenti del clan Stramaglia di Bari: Michele Buscemi, Luca Masciopinto e Matteo Radogna. L’uomo e la sua famiglia vennero sottoposti a un periodo di protezione nelle Marche fino al 2011. Poi decisero di tornare in Puglia.

Gli investigatori sospettano che l’uomo, un corniciaio che nel 2005, con la sua denuncia, contribuì a fare arrestare tre persone, sia stato vittima di una lupara bianca. Ma la pista non è affatto l’unica (sempre che quelle ossa siano di Leopardi). Appare strano, ad esempio, che i possibili assassini abbiano deciso di liberarsi del corpo a una distanza così ravvicinata dalla sua abitazione. Se fosse davvero lui, potrebbe avere incontrato qualcuno con cui ha litigato per ragioni diverse da quella vecchia denuncia? La zona in cui è stato ritrovato il corpo bruciacchiato era già stata battuta dai militari, ma subito dopo la denuncia di scomparsa, nell’immediatezza delle ricerche, quel corpo bruciacchiato e quei frammenti non erano apparsi così evidenti. Ad un secondo passaggio la macabra scoperta.
Leopardi mercoledì mattina, primo giorno di ottobre, presumibilmente intorno a mezzogiorno è uscito di casa, ha raggiunto la strada ed è salito in macchina. O qualcuno lo ha costretto a farlo. Da quell’esatto momento non se ne hanno più notizie. L’ultima a parlare con lui è stata la moglie Rossella, uscendo di casa poco dopo le 9. Poi il nulla. Quando la donna è rincasata, intorno alle 13.15 ha trovato la porta aperta, le pentole sui fornelli, le pietanze in cottura, il cellulare del marito sul tavolo. Nessun segno di scasso sulla porta, l’appartamento in perfetto ordine.

Chi lo conosce lo descrive come una persona tranquilla e perbene. Sono giorni terribili per chi gli vuole bene.
«È inquietante l’ipotesi che le ossa umane bruciate siano di Alessandro Leopardi, testimone di giustizia scomparso la scorsa settimana – afferma il deputato Davide Mattiello (Pd), componente della Commissione Antimafia -. La valutazione della attualità e della gravità del pericolo in situazioni come questa è rimessa alla Procura Distrettuale, che può proporre il soggetto per misure speciali previste dalla legge».

[fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno]

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Pino Masciari: “E’ questo l’atteggiamento che la ‘ndrangheta si aspetta dalla società civile ed i suoi cittadini, omertà, silenzio e paura sono i peggiori sentimenti sui quali ‘ndrangheta e malaffare fanno leva per agire indisturbati nel loro disegno criminale. Non esitate a denunciare ed a ribellarvi, l’omertà serve solo ad aiutare le mafie, non a combatterle! Così facendo lasciamo ai nostri figli è una società marcia e corrotta, è così che vogliamo il loro futuro?

Il caso Pavia: ‘ndrangheta, malaffari e minacce ai giornalisti. Nell’indifferenza della città

Giovannetti: «Pavia è una città omertosa. Con quello che è saltato fuori dovrebbe succedere il finimondo, invece c’è un silenzio tombale, sia da parte delle istituzioni che della società civile»

La Lombardia è terra fertile per i «proficui rapporti» tra ‘ndrangheta e uomini dello Stato. È quanto scrivono i giudici della Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza che conferma le condanne a quaranta imputati, arrestati il 13 luglio del 2010 durante l’operazione «Infinito », che aveva l’obiettivo di smantellare la penetrazione delle cosche nella regione.

Un Comune che ben simboleggia i «proficui rapporti» in Lombardia è Pavia, città molto pericolosa per chi ostacola i piani degli affaristi. Non a caso tra i condannati spiccano l’avvocato tributarista Giuseppe “Pino” Neri e l’ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco: il primo condannato a diciotto anni di carcere con l’accusa di essere un boss della ‘ndrangheta in Lombardia, l’altro a dodici anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Entrambi sono calabresi cresciuti professionalmente a Pavia.

Ma anche nei casi in cui non compaiono affiliati alla ‘ndrangheta, la sostanza dei «proficui rapporti» a Pavia è pur sempre mafiosa: lo sostiene chi, denunciandoli, ne è rimasto vittima.

«Pavia è una città omertosa. Con quello che è saltato fuori dovrebbe succedere il finimondo, invece c’è un silenzio tombale, sia da parte delle istituzioni che della società civile», dice l’attivista e giornalista freelance Giovanni Giovannetti. Il cronista si riferisce a minacce di morte nei confronti suoi e di un collega del quotidiano la Provincia pavese, Fabrizio Merli, emerse da alcune intercettazioni telefoniche rese pubbliche due settimane fa dopo la chiusura delle indagini della procura di Pavia su «Punta Est», un cantiere sequestrato all’imprenditore Dario Maestri, finito agli arresti domiciliari nel 2013. È lui a dire «questi bisogna eliminarli fisicamente», riferendosi a Giovannetti e Merli, perché infastidito dai loro articoli che denunciavano le irregolarità su cui si fondavano i suoi cantieri, avvallate da funzionari pubblici con le mani pronte a intascare denaro.
 
Uno di questi, secondo gli inquirenti, è Ettore Filippi, ex dirigente della Polizia di Stato, vicesindaco durante l’amministrazione di centro-sinistra di Piera Capitelli, poi passato a sostenere la giunta di Alessandro Cattaneo (Fi), infine arrestato per corruzione lo scorso marzo con l’accusa di avere ricevuto da Maestri circa 130mila euro. È con lui che l’imprenditore, nella primavera del 2012, si sfoga contro i due cronisti (che si aggiungono agli oltre 2mila giornalisti minacciati in Italia negli ultimi otto anni, come rilevato dall’ osservatorio Ossigeno per l’Informazione ). Alle minacce di morte, Filippi dice a Maestri di «non scherzare», ma poi gli presenta un amico investigatore, Fabrizio Scabini di Voghera, per pedinare i giornalisti. Anche al telefono con Scabini, Maestri minaccia. Parla di Merli, che ha pubblicato quella mattina del 10 marzo 2012 un importante articolo: «Ormai non penso più alla querela ma gli spacco la faccia a quello lì», trascrivono gli inquirenti il 10 marzo del 2012.

Dopo l’uscita di queste intercettazioni, a Pavia c’è stato un personaggio pubblico che ha reagito con un appello alla città e ai partiti. Nessuno, finora, l’ha raccolto. Cristina Niutta, ex assessore della giunta Cattaneo, in una lettera alla Provincia pavese del 16 settembre ha denunciato che Maestri «ha finanziato negli anni campagne elettorali di candidati variamente collocati», ed ha espresso solidarietà ai giornalisti. «La Città però deve rispondere. Non deve lasciarli soli», ha continuato Niutta, parlando di «un vero attentato al corretto svolgimento di una funzione costituzionalmente garantita» e chiedendo che i «politici che in passato hanno accettato il contributo elettorale o, comunque, l’appoggio della persona sospettata di tali gravi fatti ne prendano ora pubblicamente le distanze».

A Pavia è come se nessuno avesse letto le righe dell’ex assessore. «In questa storia non è tanto importante il mio singolo caso, quanto la non reazione della città. La magistratura – dice Merli – parla di una condotta che ha in sé l’archetipo della mafiosità. Mi sarei aspettato che qualcuno affrontasse il problema, riflettendo su quanto sia facile arrivare al confine di condotte che sono sostanzialmente mafiose. Invece, Niutta a parte, Pavia dorme un sonno secolare». Secondo Giovannetti, dalle intercettazioni «emerge il sistema Pavia. Filippi è stato vicesindaco di Capitelli, perciò la vicenda imbarazza un po’ tutti: irregolarità nei piani urbanistici ci sono state anche prima della giunta di Cattaneo», dice il giornalista.

Chi non sembra imbarazzato è l’attuale sindaco del Pd, Massimo Depaoli. Perché non ha detto nulla su quanto emerso dalle intercettazioni? «Il taglio netto con il passato lo stiamo dimostrando con la trasparenza della nostra amministrazione», risponde il sindaco, che al suo partito ha imposto Angelo Gualandi come assessore all’Urbanistica, «uomo di assoluta fiducia, perché proviene dai movimenti ambientalisti come me». Depaoli spiega che «il segno della mia campagna elettorale è stata la discontinuità con il passato. Anche l’amministrazione Capitelli ha fatto scelte politiche sbagliate, improntate a un eccessivo sviluppo». Come l’area della ex Marelli, riconvertita con 112 appartamenti rimasti invenduti, o l’abbattimento di un edificio storico dell’ex Snia (in teoria posti sotto tutela) per far spazio a centri commerciali e palazzine. Inoltre, continua Depaoli, «alle vittime delle minacce avevo già espresso solidarietà a suo tempo».

Vale a dire quando nell’abitazione di Giovannetti era stato appiccato un incendio doloso , alla fine del 2012. Pochi mesi dopo i pedinamenti dell’investigatore ingaggiato da Maestri. E poche settimane in seguito all’auto in fiamme del consigliere comunale Walter Veltri e alle croci nere disegnate sulla porta dello studio dell’avvocato Franco Maurici, anche loro attivisti di Insieme per Pavia, colpevoli di presentare esposti in procura contro progetti urbanistici sospetti. Per Maestri è già stato chiesto il rinvio a giudizio come mandante delle croci a Maurici. Filippi, l’ex poliziotto che all’imprenditore consigliava di far pedinare i giornalisti, era stato il primo ad esprimere solidarietà a Giovannetti per l’incendio doloso.

Oltre agli attentati, il giornalista è stato minacciato per le sue inchieste sui periodici locali con oltre venti querele negli ultimi sette anni. Non è mai stato rinviato a giudizio. L’ultima querela è arrivata un paio di settimane fa, dal presunto boss Pino Neri: «In un volantino l’ho definito il capo della ‘ndrangheta in Lombardia. Non sono per nulla preoccupato, verrà archiviata anche questa querela. Tutto è dimostrato dalle sentenze», dice Giovannetti. Per lo stesso volantino , il giornalista era già stato querelato dall’ex sindaco Cattaneo.

[fonte: espresso.repubblica.it]

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Pino Masciari: E’ una sconfitta, dello Stato, della società e di tutti coloro che credono nella legalità e nella giustizia! Quando si giunge al punto di disfarsi di un proprio bene, sudato con anni di lavoro e sacrifici, perchè oberati da minacce e ritorsioni delle mafie, non è altro che una sconfitta!

‘Ndrangheta, imprenditore agricolo: ‘Gratteri le regalo le terre, troppe minacce’

“Caro dottor Gratteri, le regalo le mie terre a Gerace (provincia di Reggio C.)“. È una provocazione quella di Francesco Calabrò, il ricercatore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria che, esasperato dopo l’ennesima intimidazione, ha deciso di scrivere una lettera al procuratore aggiunto della Dda Nicola Gratteri, la cui abitazione-bunker dista poche centinaia di metri dagli uliveti della famiglia Calabrò. “Piuttosto che dare le mie terre alla ‘ndrangheta le regalo al pm antimafia che per me è un simbolo”. Domenica scorsa, mentre il padre del ricercatore era sul terreno, qualcuno ha incendiato alcuni ulivi, l’ennesima intimidazione. “Ho chiamato i Carabinieri, ma non è venuto nessuno – ha spiegato Calabrò -. Il messaggio era chiaro: ‘Se vieni la prossima volta ti ammazziamo’. Abbiamo provato a vendere tutto, ma nessuno vuole la mia terra a causa del contesto ambientale. Mi dica lo Stato a chi la devo dare”

[fonte: ilFattoQuotidiano.tv]

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Pino Masciari: Il sostegno della politica e dello Stato sono importantissimi per poter contrastare la ‘ndrangheta ed in generale l’illegalità ma, altrettanto importante, deve cambiare la cultura degli imprenditori e dei cittadini che non devono aver paura di denunciare atti di illegalità, estorsioni e angherie mafiose. Subbire in silenzio non fa’ altro che alimentare il potere delle mafie!

“Per migliorare la situazione a Reggio Calabria abbiamo bisogno che la politica si muova e ci sostenga”. Lo ha detto il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho (in foto), rivolgendosi alla commissione parlamentare Antimafia. “Alcuni decenni fa – ha aggiunto il magistrato nel corso di un’audizione – la ‘ndrangheta era silenziosa e non era contrastata dalle istituzioni, ma oggi le cose sono cambiate e questo e’ stato avvertito anche dalla gente”. Cafiero de Raho ha poi ricordato le recenti ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 120 esponenti di cosche, in particolare nella Locride. Il magistrato ha quindi spiegato ai membri della commissione che “il controllo del territorio da parte delle cosche e’ cosi’ serrato da imporre agli imprenditori il pagamento del ‘pizzo’. Ed anche per un guasto ad un impianto idrico o elettrico – ha proseguito – bisogna chiamare la ditta indicata dalla cosca di quartiere”.

[fonte: Antimafiaduemila.com]

g0YVoiw7Om15l19atbEX2uIxUX6p1--300x225Pino Masciari: Lo Stato dimostri ora a se stesso e al paese determinazione nel contrasto alle mafie.

In Calabria, terra di ‘ndrangheta, il gesto della demolizione dell’abitazione del clan Pesce da parte di Saffioti, testimone di giustizia, vuole dire allo Stato che è ora di riappropriarsi in termini di legalità ed etica del proprio territorio. Territorio umiliato e deturpato per troppo tempo.

Lo Stato non abbandoni la famiglia Saffioti e non abbandoni tutti coloro che si sono schierati dalla parte della legalità senza compromesso alcuno.

La rappresentanza politica e di governo agiscano tempestivamente senza vincolarsi a cavilli burocratici e sostengano con i fatti quel pugno di testimoni che hanno sacrificato la propria vita e creato un esempio di resistenza che se incoraggiato e seguito, può risollevare le sorti etiche del paese.

 

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La Prefettura ha emesso un’interdittiva antimafia per l’azienda che stava cablando il centro controlli dell’evento. Secondo gli investigatori, la Ausengineering srl, con sede a Pieve Emanuele e proprietà quasi completamente calabrese, è vicina alla cosca Mancuso di Limbadi in provincia di Vibo Valentia.

Grandi vetrate e lamiere grigie con inserti colorati. Alta poco più di due piani, la sua singolare forma geometrica la rende molto riconoscibile dentro a questo dedalo di vie e palazzoni di periferia. Via Drago a Milano, zona nord a pochi passi dal sito di Expo 2015. E non a caso. Perché nei progetti questa struttura, di proprietà del Comune, deve ospitare la centrale operativa per la gestione della sicurezza di tutta l’Esposizione universale che si prepara ad accogliere venti milioni di visitatori. Da ieri però, i lavori si sono fermati. E non per problemi tecnici, ma perché il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca, su indicazione del capo centro della Dia di Milano Alfonso Di Vito, ha emesso un’uniterdittiva antimafia nei confronti dell’azienda che nell’aprile scorso si è aggiudicata l’appalto di riqualificazione.

Sul tavolo circa un milione di euro. Ma in questo caso non è tanto la cifra a fare scandalo, quanto il fatto che i lavori per mettere a punto l’intera sicurezza di Expo sono stati affidati a una società infiltrata dalla ‘ndrangheta. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la Ausengineering srl – con sede a Pieve Emanuele e proprietà quasi completamente calabrese – è legata alla cosca Mancuso di Limbadi in provincia di Vibo Valentia. Alla base della decisione del Prefetto ci sono “frequentazioni dei titolari con uomini del clan”, uno dei più potenti della ‘ndrangheta, capace di monopolizzare il proprio territorio intrattenendo relazioni anche con uomini delle istituzioni, come ha dimostrato una recente inchiesta del Ros dei carabinieri. Ed è di ieri (12 settembre) la notizia che la squadra Mobile di Catanzaro ha arrestato in Argentina il boss latitante Pantaleone Mancuso soprannominato ‘l’ingegnere’.
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Dalle campagne di Limbadi al cuore della sicurezza di Expo. Questo racconta l’ultimo episodio di infiltrazione dei boss all’interno dell’Esposizione universale. Il City Commande Centre di via Drago, infatti, avrà funzioni di raccordo operativo tra Protezione civile, sicurezza, viabilità e pronto intervento. Nella sede rinnovata prenderanno posto tutte le forze dell’ordine. La palazzina inoltre ospiterà uno sportello internazionale di prima accoglienza per le informazioni e la sede della task force per coordinare le polizie locali di Milano, Rho, Pero e Baranzate.

Stando al capitolato di gara, la Ausengineering, vincitrice di mega appalti per gli aeroporti di Firenze e Napoli, avrebbe dovuto cablare l’intera palazzina tirando oltre un chilometro di cavi direttamente dal sito di Expo. Sostanzialmente tutto ciò che riguarda le telecamere di sicurezza installate nei padiglioni e all’esterno dell’esposizione. Nel maggio del 2013, il comune di Milano ha dato il via libera alla convenzione con Expo spa. Affidamento gratuito della palazzina e grandi annunci. Come quando Tullio Mastrangelo, comandante della Polizia locale, dichiarava: “Dal centro avanzato di controllo Expo 2015 sarà possibile seguire il grande flusso di persone, mezzi e merci che 24 ore su 24 nel semestre espositivo graviteranno sull’area e in tutta la città. Qui opereranno tutte le Forze dell’Ordine, le public utilities, Vigili del Fuoco, 118, aziende di trasporto eccetera in collegamento con tutte le relative centrali operative esterne”.

Mentre l’assessore alla Sicurezza Marco Granelli annunciava: “Con la firma di questa convenzione l’Esposizione Universale si dota di una sede strategica per il coordinamento operativo dell’evento. Grazie ai lavori che saranno effettuati dalla società Expo 2015 restituiremo alla città un centro avanzato e potenziato per la sicurezza e la gestione delle emergenze”. Era il 2013 e ancora i lavori per i cablaggi dovevano iniziare. L’aggiudicazione definitiva arriverà solo nell’aprile scorso. L’Ausengineering vince la gara con un ribasso del 33%. Al punto f) del documento però si rende noto che “in ragione del numero di offerte pervenute, inferiori a dieci, e della conseguente impossibilità di applicarel’esclusione automatica delle offerte anomale, Expo ha provveduto a richiedere al concorrente primo classificato elementi idonei a consentire di valutare la congruità dell’offerta presentata”.

Insomma, fin da subito la società era risultata sospetta. E del resto già ad agosto scorso alcuni vigili che controllano la zona di via Drago avevano intuito la presenza della mafia. Assieme all’interdittiva per il centro interforze di via Drago, sempre ieri il prefetto ha bloccato altre due aziende che lavorano al cantiere della Tangenziale esterna Milano. In totale le imprese escluse per sospette collusioni con la mafia salgono così a trenta.

[fonte: Il Fatto Quotidiano]

“Si reinvestano i tesori delle mafie”

Scritto da admin Il 11 - settembre - 2014 COMMENTA

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Oltre 3 miliardi di euro non utilizzati dllo Stato

«Forze dell’ordine senza benzina, antiracket dalle casse asciutte. Imprenditori ancora in attesa di ricevere i risarcimenti per i danni subiti dalla criminalità organizzata, testimoni di giustizia bistrattati…. Se il problema è economico allora la risposta è nei soldi della mafia dimenticati dallo Stato».

La cover story raccontata da SkyTg24, la quale spiega come su un tesoro di 3.5 miliardi che potrebbero finire nelle casse dei Ministeri dell’Interno e della giustizia lo Stato utilizza appena il 10%, stimola la reazione del testimone di giustizia Pietro Di Costa. «In un sistema che penalizza gli operatori di Polizia i quali protestano per l’ennesimo blocco degli stipendi, dove spesso per carenza di fondi le indagini sono costrette a fermarsi e dove chi ha fiducia nello Stato viene poi tradito e lasciato marcire nella miseria – spiega l’ex imprenditore nel settore della vigilanza privata – è inaccettabile prendere atto di questi numeri che, in quanto numeri, sono difficilmente opinabili».

Prosegue Di Costa: «Guardiamo la realtà delle cose e, senza andare troppo lontano, quello che accade proprio nel Vibonese, dove alcuni importanti imprenditori, tra i pochi che hanno avuto il coraggio di denunciare la criminalità organizzata, Vincenzo Ceravolo e Pino Masciari, dopo chissà quanti attentati subiti non hanno ottenuto o hanno ottenuto parzialmente e con ritardo, il rimborso per i danni subiti. E poi scopriamo che c’è un tesoro di oltre tre miliardi di euro che non viene utilizzato….».

Da questa riflessione l’invito alla classe politica: «Mi auguro che ci sia qualche rappresentante della politica e della partitocrazia anche calabrese, che sia disponibile a spendersi su questo fronte, che ponga la questione al governo e che conduca una battaglia affinchè queste risorse siano investite nel settore della sicurezza e della legalità, assicurando quell’indispensabile supporto agli apparati dello Stato impegnati in prima linea contro la mafia e a sostegno di quanti questa battaglia l’hanno sposata come scelta di vita. Potrebbe essere – conclude Di Costa – anche il momento propizio per rivedere la gestione dei beni confiscati, i quali dovrebbero essere non solo strappati alle mafie ma restituiti all’economia legale, magari supportando l’iniziativa imprenditoriale degli stessi imprenditori finiti sul lastrico dopo aver incontrato le cosche sul loro cammino».

fonte: “il quotidiano del sud

La pericolosa “zona grigia” di Gratteri

Scritto da admin Il 10 - settembre - 2014 COMMENTA

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La “zona grigia” (così definita dal Procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri) è il “limbo” dove la ‘ndrangheta sta creando un pericolosissimo sistema d’affari. L’intento non è quello di creare il caos come avvenuto negli anni passati con attentati ed uccisioni ma anzi, proprio il contrario, cercare di stabilire uno spaventoso equilibrio tra illegalità e legalità, creare una collusione tra i colletti bianchi delle cosche, i giovani, le “nuove leve” e i nomi che contano delle famiglie “per bene”! E’ qui che lo Stato deve intervenire con il pugno duro per interrompere il dilagarsi di questo sistema già abbastanza radicato nella società!

L’intervista al Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicol Gratteri

E’ una situazione divenuta ormai insostenibile!!!

Scritto da admin Il 9 - settembre - 2014 COMMENTA

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Pino Masciari: “E’ una situazione divenuta ormai insostenibile! Ovunque si parli di appalti, costruzioni o grandi opere, dobbiamo ogni giorno fare i conti con una realtà che ha proporzioni forse indefinibili! Corruzioni, estorsioni, pur di aggiudicarsi appalti e mettere un nuovo “mattone” per un muro che sembra non voler mai cadere! E come sempre accade, c’è sempre lo zampino del politico di turno corrotto e senza coscienza! Inoltre la messa in sicurezza di una scuola e di vitale importanza, se poi si scopre che è la ‘ndrangheta ad occuparsene allora la cosa deve spaventare!

‘Ndrangheta, 29 arresti. Le mani delle cosche sugli appalti

Non si deve aver paura di denunciare!

Scritto da admin Il 7 - settembre - 2014 COMMENTA

 

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Pino Masciari: “Denunciare le mafie é un dovere! I cittadini non devono aver paura di denunciare e devono opporsi al potere mafioso é solo cosí che, insieme allo Stato ed alle Forze dell’Ordine che lo rappresentano,  si potrá avere la meglio su questo “cancro” della societá civile!”

Don Ciotti: non si può demandare la lotta alle forze dell’ordine

 

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Pino Masciari: “è un riconoscimento per tutti noi, per la mia famiglia, per gli Amici di Pino Masciari e per tutti coloro che hanno vissuto da vicino la nostra storia!”

L’autore del documentario Alessandro Marinelli “Pino Masciari, storia di un imprenditore calabrese” 50′
Premio Ilaria Alpi Doc Rai (per reportage e inchieste giornalistiche inedite)
“È stato un lavoro molto impegnativo, durato quattro anni e auto-prodotto. Vincere il Premio è una soddisfazione importante e come dice il protagonista Pino Masciari “Ogni persona che viene a conoscenza della mia storia mi allunga la vita di un giorno”. L’ho fatto per diffonderlo in modo capillare, era un dovere morale e civile diffondere la sua storia che rappresenta una battaglia e un punto a favore dello stato di diritto. Questo premio è un traguardo importantissimo”.

[iliariaalpi.it]

Il trailer del documentario

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L’ usura è la conseguenza di una pesante sofferenza economica delle famiglie che, pur di tamponare situazioni legate alla sopravvivenza della propria attività lavorativa piuttosto che a quella della propria famiglia, si rivolgono, non più come estrema ratio ma come vero e proprio riferimento di approvvigionamento, a chi possiede ingente liquidità, per lo più la criminalità organizzata.
Il rapporto con le banche è diventato difficile, tra diffidenza e anatocismo, per cui il riferimento ormai prezioso è divenuto l’usuraio.
In barba all’ antireciclaggio e al reddito tassato, neanche le denunce contro tale illegalità risulta ormai efficace.

  http://www.ilquotidianoweb.it/news/economia/728874/Niente-soldi-dalle-banche-a-famiglie.html#.U_hJQGHaI_8.twitte

Niente soldi dalle banche a famiglie e imprese. 
E in Calabria scoppia l’allarme per l’usura
Negli ultimi due anni è stata registrata una chiusura nell’accesso a credito, ma in questo modo si rischia di aumentare il ricorso all’usura. Altissimo il tasso di rischio per la Calabria, tra le tre regioni con più pericoli

http://www.casertanews.it/public/articoli/2014/08/24/074329_economia-cgia-rischio-usura-assume-dimensioni-sempre-piu-preoccupanti-sud.htm

Cgia: rischio usura assume dimensioni sempre più preoccupanti al Sud.

 

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Non ho parole per esprimere la mia rabbia difronte al pesante atto intimidatorio avvenuto nei confronti dei due giovani imprenditori Daniele Rossi (presidente di Confindustria Catanzaro) e Matteo Tubertini, dell’azienda Guglielmo di Copanello.

Conosco le modalità, la paura, la costernazione che si provano.

Ma quello che inquieta è la tempistica: all’indomani della lettera pubblicata dal presidente Daniele Rossi, del suo significato di ribellione ma soprattutto di consapevolezza che solo una reazione di dignità condotta dai giovani calabresi potrà invertire la rotta.

L’analisi che pone il Presidente di Confindustria nella sua lettera è chiara e i numeri non sono un’opinione.

Ho conosciuto Daniele Rossi a Catanzaro in occasione dell’ incontro-dibattito del 30 maggio scorso patrocinato dall’ Ufficio Scolastico Regionale e dall’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, dibattito che ha visto coinvolti gli studenti delle scuole che hanno aderito al progetto “Testimoni di giustizia, costruttori di pace”.

Penso che è proprio da qui che bisogna incominciare. Ed è per questo che mi unisco al suo grido di allarme e alla sua proposta di libertà.

 

«La condizione della Calabria è letteralmente sconcertante. Sento il dovere di lanciare un appello ai giovani di questa terra di essere sempre liberi di scegliere il proprio futuro, non devono essere gli altri a scegliere per voi così da farvi rimanere sempre sotto una cappa, giovani calabresi che sono stati privati del diritto di vivere in modo civile, di avere un lavoro, una casa e una famiglia. Ribelliamoci – ha concluso – in modo democratico, ma ribelliamoci. Non facciamoci più abbindolare da promesse scellerate. La Calabria ha bisogno di una vera rivoluzione nei contenuti e nei metodi dell’agire politico».

http://www.corrieredellacalabria.it/index.php/cronaca/item/22837-copanello,-bomba-distrugge-ristorante

http://www.catanzaroinforma.it/pgn/newslettura.php?id=68172

 

Ancora e sempre grazie Falcone e Borsellino!

Scritto da Pino Masciari Il 23 - maggio - 2014 COMMENTA

 

 

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E’ trascorso appena un anno da quando salpavo sulla nave della legalità, organizzata dalla fondazione Falcone,  in commemorazione di “Giovanni e Paolo”.  E rimane viva in me l’emozione dello   “sbarco a Palermo” con mille trecento ragazzi,  che sulla nave avevano vissuto     l’esperienza toccante della lezione di Don Ciotti,  quella del prefetto Trevisone  e la mia testimonianza di vita.

E’ passato il tempo nella consapevolezza che il ricordo del loro sacrificio, della loro sorprendente trasparenza , ti abbraccia  più che mai, ti rinnova nello spirito, indicando una strada difficile ma percorribile , unica  e saporita……..quella della Legalità.

Oggi più che mai è una esigenza ricostruire un pezzo di storia nel solco  del senso della loro vita . Unita al senso di devozione degli agenti della scorta che insieme a loro restano i nostri eroi: Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo , Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Paolo Borsellino,  Agostino Catalano, Emanuela Loi , Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Ancora e sempre grazie  Falcone e Borsellino!

 

La mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere. il mio pensiero e la mia gratitudine va a i servitori dello Stato, alle loro famiglie che hanno vissuto il dramma della perdita dei loro cari.

Bisogna rimboccarsi le maniche, a partire dalle classi dirigenti, per non parlare della classe politica che va rinnovata completamente, dalle fondamenta. Solo così potremmo uscirne: tutti insieme, organizzando il coraggio” diventando noi tutti “Padroni delle nostre vite”.

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