Wednesday, 22 October, 2014

Pericolosi intrecci tra Vaticano, ‘ndrangheta e Stato

Scritto da admin Il 18 - ottobre - 2014 COMMENTA

inzitari

Pino Masciari: Il potere della ‘ndrangheta viene sottovalutato, gli intrecci che questa notizia ci espone (qualora ne venga avvalorata la sua fondatezza) va’ oltre il pensiero di molti, ma non dobbiamo stupirci più di tanto, dobbiamo solo indignarci e lottare contro questo scempio sociale.

“Ragazzo ucciso in Calabria, spunta lo 007 vaticano

Un sacerdote in contatto con il servizio segreto della Santa Sede interviene nell’inchiesta su un omicidio commesso in Calabria. Un mistero su cui proseguono le indagini.”

Il servizio segreto del Vaticano, “l’Entità” che da quattro secoli spia per conto della Santa Sede, è intervenuto nelle indagini su un delitto di ndrangheta in Calabria. Una vicenda dai risvolti ancora misteriosi che viene rivelata da Lirio Abbate sul numero de “l’Espresso” in edicola domani.

Una storia che comincia con l’omicidio di un diciottenne, assassinato nel dicembre 2009 a Taurianova, alle pendici dell’Aspromonte. Il ragazzo è stato ucciso da un killer solitario mentre festeggiava il compleanno di un’amica. La vittima, Francesco Inzitari, è il figlio di Pasquale, un politico e imprenditore di Rizziconi arrestato nel maggio del 2008 con l’accusa di essere colluso con i clan.

Di fronte all’omertà dei testimoni, vengono messi sotto controllo i telefoni. Cinque giorni dopo una delle testimoni riceve  un sms: «Ciao Angela, ti sei ripresa un po’? Se vuoi qualcosa non farti problemi a chiedermela. Non preoccuparti: sappiamo chi è stato. A presto». A scriverlo è un giovane prete, Giuseppe Francone, originario di Polistena, che all’epoca aveva 25 anni e affiancava il parroco di Rizziconi. Il padre della ragazza chiama il sacerdote per chiedere spiegazioni.

E Don Francone gli risponde di conoscere sia l’esecutore che i mandanti. Poi si mettono d’accordo: non bisogna dire nulla.

I magistrati della procura di Reggio Calabria che conducono l’inchiesta convocano il prete. Ma don Francone si giustifica e minimizza. Spiega solo di «aver sentito alcune voci in parrocchia sui possibili autori del delitto che sono vicini alla famiglia Crea» e di averne parlato in Curia.

Dopo la deposizione, grazie a una cimice nascosta sulla sua auto, i carabinieri registrano una sua telefonata. Il sacerdote chiama il Vaticano e chiede di parlare con la segreteria di Stato. Poi si fa passare un ufficio di copertura dei servizi segreti del Santo Padre e si presenta al suo interlocutore con un codice numerico di sei cifre. A quel punto domanda di «monsignore Lo Giudice», a cui fa rapporto. Accenna all’ipotesi che qualcuno, forse dell’intelligence vaticana, possa avere «interferito» con le indagini. Evoca verbali e archivi, custoditi in Calabria, farà un controllo per vedere cosa emerge su Crea e Inzitari. Infine dice: «L’unica cosa che mi hanno chiesto è che se acquisiamo informazioni di fargliele avere». Ma sottolinea che prima di passare le informazioni ai magistrati vuole trasmetterle in Vaticano, in modo tale che possano «lavorarle» a Roma.

L’unica foto disponibile di don Francone sulla sua pagina Twitter lo mostra mentre stringe la mano  a papa Francesco. Nel 2012 ha lasciato la Calabria e si è trasferito in una parrocchia del quartiere Prati, a pochi passi da San Pietro. L’ipotesi investigativa è che dietro l’uccisione del diciottenne ci sia una vendetta. Una punizione di sangue del clan Crea nei confronti del padre, Pasquale Inzitari, che assieme al cognato Nino Princi avrebbe fatto sapere alla polizia come catturare il padrino latitante Teodoro Crea. E la famiglia Crea dispone di relazioni romane molto forti, anche tra uomini dello Stato. Una vicenda su cui il gip ha ordinato di compiere nuove indagini.

[fonte: L'Espresso]


Unknownimage

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
L’EMIGRAZIONE CLANDESTINA dei TESTIMONI DI GIUSTIZIA. Pino Masciari: Chi agisce accanto allo Stato non può essere “sbattuto fuori” dal suo Paese! La punizione sarebbe davvero troppa e il messaggio che passa è devastante.Mentre l’Italia accoglie i clandestini, l’italiano-testimone diventa clandestino nel proprio paese e clandestino- immigrato in altro paese.

Certo che l’immigrazione è diventata la specialità del Ministero dell’Interno e del suo Ministro.  

La vera emergenza è che la mafia è tanto espansa ed efficace da aumentare il Pil  e le risorse dello Stato italiano in questo campo si vuole siano sempre meno.

Così come la burocrazia, lenta e ferraginosa, attanaglia vicende di testimoni per troppo tempo, non offrendo soluzioni energiche nei tempi giusti.

Esprimere debolezza vuole dire lasciare stare. Arrendersi. Abbandonare il campo!

E per coloro che ormai da anni si trovano all’interno del sistema di protezione?

Si abbandonano al proprio destino, in questo caso certo della vendetta criminale, e il problema è risolto.

L’ Italia non può demandare ad altri paesi un problema così importante e profondo che la stringe nel cuore.

Ma interessante è l’ articolo di Saverio Lodato che cita testualmente: ”Uno Stato-Mafia e una Mafia-Stato sono le entità che resero possibile la carneficina in Sicilia che ebbe come vittime tutti coloro i quali credevano di avere le spalle coperte dallo Stato. D’altra parte, se avessero avuto ragione loro, non sarebbero stati massacrati dal tritolo e dai pallettoni. Invece avevano torto. Andavano allo sbaraglio mentre Stato-Mafia e Mafia-Stato li pugnalavano alle spalle”.

(http://www.antimafiaduemila.com/saverio-lodato/signora-falcone-parli.html#.VD9mTyVqGoU.email).

 

I testimoni e pentiti costano troppo. E lo Stato pensa di mandarli all’estero- L’ESPRESSO- 14 ottobre 2014

Le persone sottoposte a programmi di protezione hanno superato quota 6000. E In sei mesi sono stati spesi oltre 42 milioni di euro. Alfano parla di ‘emergenza’. E il Viminale spera in un aiuto dagli altri Paesi. 
DI CLEMENTE PISTILLI

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/13/news/boom-di-pentiti-1.183879

Il numero dei collaboratori e dei testimoni di giustizia è in aumento E in soli sei mesi lo Stato ha messo a bilancio oltre 42 milioni di euro per il loro sostegno economico. La soluzione? Proteggerli sì, ma all’estero. Un sacrificio enorme chiesto a chi ha dato un contributo alle indagini. E soprattutto a quei commercianti e imprenditori che non hanno commesso alcun reato, ma liberamente e con coraggio hanno scelto di denunciare.
Le persone sottoposte a programmi di protezione, il dato è di fine giugno, hanno superato quota 6000. Mai così tante dal 1995. Un aiuto notevole nella lotta al crimine organizzato, che rischia di innescare un problema di risorse per lo Stato, privo di mezzi e uomini a sufficienza per garantire ai pentiti, ai testimoni e ai relativi familiari la necessaria sicurezza e il sostegno economico.

In sei mesi sono stati spesi oltre 42 milioni di euro, il Ministero dell’interno ha cercato di risparmiare in tutti i modi, ma mancano finanziamenti adeguati. A lanciare l’allarme è stato lo stesso ministro Angelino Alfano, in una relazione inviata a Montecitorio e relativa al monitoraggio compiuto sui programmi di protezione, tra gennaio e giugno di quest’anno. Il fenomeno della collaborazione è stato definito dal Viminale “in crescita esponenziale”. La protezione è stata concessa a 1158 collaboratori di giustizia (1144 nel 2003), a 86 testimoni di giustizia (80 nel 2003) e a 4759 familiari di pentiti e testi, per un totale appunto di 6003 persone. In sei mesi una crescita di 162 unità.

I pentiti di camorra sono 521, di Cosa Nostra 289, di ‘ndrangheta 139, della criminalità organizzata pugliese 113 e delle altre organizzazioni criminali 97. Per quanto riguarda invece i testimoni di giustizia il numero maggiore riguarda quelli dei procedimenti contro la n’drangheta (28), seguiti da quelli dei procedimenti contro la camorra (22), Cosa Nostra (15), criminalità organizzata pugliese (7), senza contare quelli contro le altre organizzazioni (14). Per quanto riguarda le nuove richieste di protezione avanzate dalle Procure il numero maggiore è arrivato  da Napoli (34), seguita da Bari (5), Salerno (4), Catania (3), Palermo (3), Catanzaro (3), Reggio Calabria (2), Caltanissetta (2). Una sola proposta infine è arrivata dalle Procure di Roma, Perugia, Messina, Lucca, Bologna e L’Aquila.
I pentiti in stato di libertà sono 476, 387 quelli ammessi a misure alternative al carcere e 295 ancora reclusi. La situazione più pesante riguarda, però, i familiari di collaboratori e testimoni, strappati ai loro affetti e alla loro vita, in particolare i minorenni, a cui viene fornito sostegno psicologico. I minori inseriti nei programmi di protezione sono ben 1997, 452 tra 0 e 5 anni, 617 tra 6 e 10 anni, 629 tra gli 11 e i 15 anni, e 298 tra 16 e 18 anni.
Complesso, infine, per lo Stato reinserire nel mondo del lavoro chi aiuta gli inquirenti nelle indagini. In molti finiscono così per continuare a gravare sul bilancio delle spese di protezione. Una piaga. Tanto che Alfano ha parlato di una gestione “sempre più emergenziale”, con una “carenza di disponibilità finanziaria che si protrae ormai da parecchi anni”. Soluzioni dietro l’angolo non se ne vedono e il Viminale spera in un aiuto dagli altri Paesi con uno scambio di ospitalità di nuclei familiari da proteggere tra Stati membri. Per chi decide di collaborare con la giustizia si profila così un ulteriore sacrificio: addio alla propria vita e anche al proprio Paese.

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/13/news/boom-di-pentiti-1.183879

mezzi_trasversale_incendiati

Pino Masciari: perchè nella mia terra non  cambia nulla?                                     Un popolo sopraffatto dalla rassegnazione e un indistruttibile vuoto politico continuano a condannare il futuro di un territorio e dei suoi giovani alla più crudele involuzione  e miseria.

Lo sviluppo è incendiato

di Salvatore Albanese
http://www.ilvizzarro.it/lo-sviluppo-e-incendiato.html
Avrebbero dovuto riversarsi in piazza, a centinaia, a migliaia, i cittadini delle Serre che domenica scorsa, per l’ennesima volta, hanno dovuto soffocare nel silenzio il rancore di un futuro interrotto. Rimandato, a chi sa quando, da un male oscuro e allo stesso tempo presente ormai ovunque, di cui quasi si ha il timore di leggere anche soltanto quattro righe sul giornale. I mezzi della Trasversale, in un cantiere alle porte di Simbario, prendono fuoco. Lo decide la ‘ndrangheta, ancora una volta, leggera e arrogante. «Questione di racket – si dirà laconicamente – la solita storia».
E poi via di nuovo a scorrere verso altri fatti, altre notizie, altro vissuto, come se poco o nulla fosse accaduto per un popolo incapace di indignarsi anche di fronte ad una mostruosità che in qualsiasi altro punto d’Italia avrebbe ravvivato telecamere e prime serate, scatti di dignità e provvedimenti istituzionali, proteste e ovazioni di solidarietà. Qui invece no, qui il sud del sud continua a soccombere, vestito di quella gretta indifferenza che fa apparire digeribile anche la violenza più cruda.
Quella della Trasversale delle Serre è una storia fatta di vergogna. Di pastoie burocratiche, di varianti progettuali, di miliardi arraffati, di speranze svanite, di annunci, promesse, tagli di nastro, bombe ed incendi. Incendi come quello di due giorni fa, quando qualcuno – tra la notte di sabato e domenica scorsa – si intrufola in un cantiere e, visto che crede di avere avuto ancora poco, mette a fuoco cinque mezzi di un’azienda impegnata a completare i lavori. Alle tre di notte, sul posto, forze dell’ordine e vigili del fuoco impegnati a spegnere le fiamme criminali dell’estorsione.
Sono tanti i fattori che hanno contribuito a mettere nero su bianco i drammi di questo sviluppo negato, ma proprio le intimidazioni subite dalle aziende appaltatrici, hanno rappresentato il male maggiore. La ‘ndrangheta, più di tutto, ha posto il marchio su mezzo secolo di sogni traditi, di promesse sistematicamente disattese. I precedenti sono tanti, come quello del settembre 2008, quando, proprio a Simbario, fu dato alle fiamme un furgone parcheggiato in prossimità di alcune bombole di ossiacetilene. Fossero esplose, avrebbero provocato danni inimmaginabili per un cantiere in cui, all’epoca, lavoravano oltre cento persone. Ancora prima, il 26 marzo dello stesso anno, era stato ucciso Antonio Longo, titolare della “Tecnovese”, azienda in quel periodo impegnata nei lavori alla Trasversale. Quello di Longo, a 7 anni di distanza, è un omicidio rimasto avvolto nel mistero: un agguato spregiudicato, messo in atto da sicari che, in pieno giorno, viaggiando a bordo di un furgone affiancarono l’auto dell’imprenditore sulla “Strada dei due Mari”, che conduce da Lamezia a Catanzaro, riversandogli addosso, in corsa, interi caricatori di armi da fuoco. Nessuno vide nulla.
Anche oggi è il silenzio totale. Qualche antibiotico all’acqua di rose, condito dai soliti comunicati di routine arrivati dagli uffici stampa di onorevoli, sindaci, potenziali governatori e nulla più, nessun seguito. Poche parole buttate a casaccio con frasi ricavate grazie al “copia ed incolla” dell’ultimo attentato e poi basta, va bene così. Il compitino è svolto, dopo tutto ci sono campagne elettorali fresche su cui riversare attenzioni ed energie. Le responsabilità si fermano alla condanna delle lamiere infuocate e delle fiamme alte. Nessun provvedimento, nessun vertice, nessun decreto, nessuna operazione d’urgenza per scervellarsi casomai a tentare di portare finalmente a termine un’opera pubblica (una cinquantina di chilometri scarsi, mica la Muraglia cinese) concepita per la prima volta nel 1966.
Intanto lo Stato – la notizia è di una settimana fa – ci racconta che «il Paese cresce se crescono le infrastrutture», tanto che a tal proposito si pensa di dover riprendere i lavori del Ponte sullo Stretto e favorire una seria accelerazione sui cantieri della Tav. Insomma, un circo al contrario, per un Governo che ancora continua a saziare i questuanti milionari di opere scellerate e senza senso e, di contro, lascia nell’isolamento più totale la montagna dell’ultima provincia dell’ultima regione d’Italia, laddove a confronto basterebbero una manciata di reale buona volontà, tanto coraggio e pochi soldini. Invece no, il nostro territorio deve restare ai margini, in balia di clan e boss casomai da venerare. Sembra quindi bestemmia l’idea di far convogliare gli sforzi e le attenzioni verso quello che davvero è necessario, anzi imprescindibile. Perché non risulterebbe fantomatico, allora, impegnare magari l’esercito a sorveglianza dei lavori della Trasversale delle Serre, di giorno e di notte. Proprio lo stesso esercito che in genere si spende nelle costose pseudo missioni di pace all’estero e che si potrebbe, piuttosto, adoperare nei cantieri allestiti lungo quella lingua desolata di Calabria, dove ormai dal 1966 si combatte la guerra, quella vera. Una guerra che vede in contrasto la ‘ndrangheta e i diritti di intere popolazioni stuprate, prese in ostaggio da attentati alla civiltà.”
 

Pino Masciari: Lo spaccato quotidiano di un Paese

Scritto da Pino Masciari Il 14 - ottobre - 2014 COMMENTA

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E mentre in Calabria a San Ferdinando, nell’ operazione della Distrettuale Antimafia sono stati emessi 26 decreti di fermo, tra cui anche il primo cittadino ecoinvolti anche altri amministratori della zona, (http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/calabria/-ndrangheta-sgominata-cosca-bellocco-fermato-il-sindaco-di-san-ferdinando_2073528201402a.shtml),

ad Aosta si decide il Giudizio abbreviato per cinque imputati (Claudio Taccone, i suoi figli Ferdinando e Vincenzo tutti di Saint-Marcel, Santo Mammoliti e Domenico Mammoliti di Aosta)  nell’udienza relativa all’inchiesta Hybris, in cui per tutti ricorre l’aggravante prevista dal metodo mafioso.

http://www.lastampa.it/2014/04/14/edizioni/aosta/ndrangheta-giudizio-abbreviato-per-i-valdostani-imputati-MHmRG2mON1hMN9p6rIMDAJ/pagina.html)

ancora al sud e soprattutto in Calabria dove, secondo i dati aggiornati di Ossigeno per l’Informazione, si vuol imbavagliare il giornalista con la violenza (fino ad oggi ci sono già 30 casi accertati di giornalisti minacciati) -Denunciare la ‘Ndrangheta in terra di ’Ndrangheta

http://www.antimafiaduemila.com/2014101351795/cronache-italia/denunciare-la-ndrangheta-in-terra-di-ndrangheta.html

E a  Roma il Presidente della Repubblica Napolitano ,consegna l’onorificenza di grande ufficiale alla sorella del magistrato Falcone e ci ricorda  «Combattiamo la mafia come Falcone»,

http://www.corriere.it/politica/14_ottobre_13/napolitano-combattiamo-mafia-come-falcone-5822274e-5309-11e4-8e37-1a517d63eb63.shtml

Lo spaccato quotidiano di un Paese che cerca affannosamente di arginare il fenomeno mafioso, in ritardo rispetto alla velocità con cui si è estesa e consolidata ovunque la criminalità organizzata .

Forse si può riprendendo il pensiero di Falcone, “la mafia si può vincere cambiando completamente la società, attraverso un esercito di giovani educati alla legalità”.

’Ndrangheta in Liguria, due secoli di carcere

Scritto da admin Il 8 - ottobre - 2014 COMMENTA

giustizia-martello

“A Ventimiglia c’era una locale della ’ndrangheta. Guidata da un signore di 82 anni, Giuseppe Marcianò, sul cui volto non è comparsa alcuna emozione quando il giudice gli ha detto quanto tempo avrebbe dovuto passare in carcere: sedici anni. Tre in più del figlio Vincenzo. Ma se a Ventimiglia c’era la ’ndrangheta, non aveva l’appoggio della politica: l’ex sindaco Gaetano Scullino e il suo braccio destro, l’ex general manager del Comune Marco Prestileo, sono stati assolti dal reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Anche se la società costituita dalla locale per ottenere gli appalti pubblici, la “Marvon”, ne aveva ottenuti alcuni, non c’è prova dell’aiuto dei due amministratori.

Le prime condanne per 416 bis nella storia giudiziaria della provincia di Imperia, arrivate ieri con la sentenza del processo “La Svolta” , sono state sedici. Per un totale di centotrentotto anni. E hanno colpito non solo la locale della città di confine, ma anche quella di Bordighera, distinta dalla prima. Autonoma. E comandata dal clan Pellegrino-Barilaro. Ci sono poi altre dodici condanne, per usura, traffico d’armi, spaccio di cocaina (e il conto finale rasenta i due secoli di carcere). Reati commessi sia dagli imputati per associazione a delinquere di stampo mafioso che dai “fiancheggiatori” della locale, della quale non facevano comunque parte.

Il verdetto, definito dal pm Antimafia Giovanni Arena «un pezzettino di storia», perché, nonostante sia appunto il primo per 416 bis, va messo in conto il lungo iter ancora da affrontare – altri due gradi di giudizio – è arrivato intorno a mezzogiorno e quaranta. Il presidente del collegio Paolo Luppi, con ai lati i giudici Anna Bonsignorio e Massimiliano Botti, ha iniziato a leggere il dispositivo nel silenzio più assoluto. Spezzato quando ha cominciato a pronunciare l’entità delle pene inflitte. Quei sedici anni all’anziano boss, che mai, nel corso della mattinata, si era alzato dalla panca al centro della gabbia. Lo farà solo quando dovrà seguire gli agenti della penitenziaria, destinazione il centro medico del carcere di Torino, dove si trova dalla scorsa primavera, dopo il malore che lo aveva colto in aula. I tredici al figlio Vincenzo, altri sette e mezzo al nipote, anche lui di nome Vincenzo. Quattordici ad Antonio Palamara, che con Peppino Marcianò ha condiviso il grado di capo della locale, e altrettanti a Giuseppe Gallotta. E poi via via tutti gli altri, compresi tre dei quattro fratelli Pellegrino: Maurizio, Roberto e Giovanni (l’unico assente in aula), sedici anni al primo, dieci e mezzo a testa agli altri due. Mentre il quarto fratello, Michele, è stato assolto.

La sentenza del Tribunale di Imperia mette un primo punto fermo sull’esistenza della criminalità organizzata in questo lembo di Liguria. Esistenza rimarcata con decisione dall’allora procuratore di Sanremo Roberto Cavallone, il primo a portare a processo proprio il clan Pellegrino-Barilaro per il caso delle minacce agli ex assessori di Bordighera, con il metodo mafioso. Vi fu un’assoluzione, ma non la resa della Procura e dei carabinieri, che negli ultimi anni hanno tessuto la loro rete attorno alla ’ndrangheta nell’estremo Ponente. Prima con l’indagine “Spiga” – spaccio, usura e armi – poi con l’operazione “La Svolta”. Fino a quella relazione firmata dal capitano Sergio Pizziconi, comandante del nucleo investigativo del comando provinciale -e testimone al processo assieme ai suoi uomini – che ha rappresenta l’atto di accusa decisivo contro i Marcianò, i Pellegrino, i Barilaro, Palamara, Gallotta e gli altri condannati per 461 bis.

«L’impianto accusatorio ha retto», il commento al termine del processo del pm Arena, consapevole di avere messo la sua, di firma, sul “pezzettino di storia”. Quella che dice che la ’ndragheta, a Ventimiglia e Bordighera, nonostante abbia sempre cercato di rispettare la regola del “basso profilo”, non è riuscita a nascondersi. È stata scoperta. E condannata.”

[fonte: ilsecoloxix.it]

Ossa bruciate, forse resti di testimone di giustizia.

Scritto da admin Il 7 - ottobre - 2014 2 COMMENTI

testimoni-di-giustizia

Pino Masciari: Se il ritrovamento dovesse essere confermato è incredibile, nonchè spaventosa, la libertà con cui riescono ad agire le mafie per farsi “giustizia”! Le mafie non dimenticano, a differenza di chi dovrebbe tutelare la sicurezza di chi ha affidato, con sacrificio e coraggio, la propria vita e quella dei famigliari nelle mani dello Stato!

Ossa bruciate in campo a Valenzano: forse resti
di testimone di giustizia

BARI – Frammenti di ossa bruciacchiati trovati a 400 metri dalla sua abitazione. Lì, sotto un albero annerito, la macabra scoperta fatta dai Carabinieri domenica mattina. Troppo presto per dire se il cadavere carbonizzato, perché di resti umani si tratta, sia quello di Alessandro Leopardi, di 38 anni, artigiano di Valenzano di cui non si hanno più notizie dal 1° ottobre scorso.
La Procura di Bari ha avviato accertamenti su quei frammenti di ossa trovati in campagna alla periferia di Valenzano, sotto un albero di ulivo, a ridosso di un muretto a secco. I Carabinieri della Compagnia di Triggiano, coordinati dal Pm Manfredi Dini Ciacci, non escludono che si tratti dei resti dell’uomo. Prima, però, occorrerà attendere gli esami del Dna e i risultati di accertamenti di natura medico-legale affidati al professor Francesco Introna, dell’Università di Bari.
Ieri pomeriggio il padre di Leopardi ha raggiunto l’Istituto di medicina legale nel Policlinico, per sottoporsi al prelievo del Dna da confrontare con quello estratto da piccoli frammenti ossei. Un lavoro non semplice, considerate le condizioni in cui le ossa erano ridotte. Per conoscere il risultato occorrerà attendere una ventina di giorni. Omicidio l’ipotesi di reato. Una ragione tecnica anche per consentire agli investigatori di poter svolgere altri accertamenti e indagini.

Alessandro Leopardi denunciò nel 2005 per estorsione e fece arrestare tre presunti componenti del clan Stramaglia di Bari: Michele Buscemi, Luca Masciopinto e Matteo Radogna. L’uomo e la sua famiglia vennero sottoposti a un periodo di protezione nelle Marche fino al 2011. Poi decisero di tornare in Puglia.

Gli investigatori sospettano che l’uomo, un corniciaio che nel 2005, con la sua denuncia, contribuì a fare arrestare tre persone, sia stato vittima di una lupara bianca. Ma la pista non è affatto l’unica (sempre che quelle ossa siano di Leopardi). Appare strano, ad esempio, che i possibili assassini abbiano deciso di liberarsi del corpo a una distanza così ravvicinata dalla sua abitazione. Se fosse davvero lui, potrebbe avere incontrato qualcuno con cui ha litigato per ragioni diverse da quella vecchia denuncia? La zona in cui è stato ritrovato il corpo bruciacchiato era già stata battuta dai militari, ma subito dopo la denuncia di scomparsa, nell’immediatezza delle ricerche, quel corpo bruciacchiato e quei frammenti non erano apparsi così evidenti. Ad un secondo passaggio la macabra scoperta.
Leopardi mercoledì mattina, primo giorno di ottobre, presumibilmente intorno a mezzogiorno è uscito di casa, ha raggiunto la strada ed è salito in macchina. O qualcuno lo ha costretto a farlo. Da quell’esatto momento non se ne hanno più notizie. L’ultima a parlare con lui è stata la moglie Rossella, uscendo di casa poco dopo le 9. Poi il nulla. Quando la donna è rincasata, intorno alle 13.15 ha trovato la porta aperta, le pentole sui fornelli, le pietanze in cottura, il cellulare del marito sul tavolo. Nessun segno di scasso sulla porta, l’appartamento in perfetto ordine.

Chi lo conosce lo descrive come una persona tranquilla e perbene. Sono giorni terribili per chi gli vuole bene.
«È inquietante l’ipotesi che le ossa umane bruciate siano di Alessandro Leopardi, testimone di giustizia scomparso la scorsa settimana – afferma il deputato Davide Mattiello (Pd), componente della Commissione Antimafia -. La valutazione della attualità e della gravità del pericolo in situazioni come questa è rimessa alla Procura Distrettuale, che può proporre il soggetto per misure speciali previste dalla legge».

[fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno]

Lotta alla mafia a parole. A Renzi non interessa

Scritto da admin Il 6 - ottobre - 2014 1 COMMENTO

lotta alla mafia

Pino Masciari: Se lo Stato non è al fianco dei cittadini in questa lotta, tutto il lavoro fatto, i sacrifici, le rinuncie, le vite perse per combattere le mafie, tutto sarà vanificato e reso inutile. Uno Stato che non lotta contro la criminalità, l’illegalità e la corruzione non è uno Stato al fianco dei suoi cittadini! Voglio sperare che non sia così………

“È scomparsa dal programma dell’esecutivo. Su 43 ddl solo due sono diventati legge.”

La lotta alla mafia e alla criminalità organizzata è scomparsa dall’agenda del governo Renzi. E i pochi provvedimenti che il premier ha avuto il coraggio di presentare sono finiti su un binario morto. Un esempio? La norma sull’autoriciclaggio, che le Procure, tutte, reclamano a gran voce per avere uno strumento in più per la lotta alla mafia. Invece è finita insabbiata in commissione. Tanto che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha ammesso candidamente che il governo su questo ha (quasi) le mani legate perché non c’è accordo politico. E neppure la volontà da parte di Renzi di forzare la mano. Come invece ha fatto e sta facendo su altri temi. Nel Pd, però c’è anche chi come Rosy Bindi, presidente della commissione antimafia, non ci sta. E segnala che il «machismo» di Renzi non può funzionare solo su alcuni temi. «Il governo ha un doppio registro sospetto – ha scandito – forte con i lavoratori e debole con gli evasori fiscali. Noi dobbiamo “tipicizzare” il reato di autoriciclaggio. Quando lo faranno sarò sempre troppo tardi. Il decisionismo del presidente del Consiglio lo vorrei in tutti i settori, non solo sull’articolo 18». Invece Renzi sembra essere assai poco interessato alla lotta alla criminalità organizzata. Nei tanto sbandierati «mille giorni» che dovrebbero rivoluzionare il nostro Paese non c’è neppure un accenno, una proposta, una frase. E la mafia, come sottolinea il sito Openpolis.it, dati e cifre alla mano, non sembra essere una priorità neanche nel sito del governo «passodopopasso». A questa dimenticanza potrebbe supplire il Parlamento. Il quale, però, a sua volta, sembra essere altrettanto sordo a questa esigenza. Dei 43 disegni di legge presentati a Camera e Senato sulla materia, sottolinea ancora la ricerca del sito, 11 sono stati approvati nelle varie fasi dell’iter, e solamente due sono diventati definitivamente legge (Commissione Anti-Mafia, e modifica al 416-ter). Tutti gli altri sono finiti nelle sabbie mobili del Parlamento. C’è, ad esempio, un disegno di legge presentato a palazzo Madama dal senatore Franco Cardiello di Forza Italia che prevede «interventi urgenti in materia di beni della criminalità organizzata e a favore dell’agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata». È stato presentato l’11 luglio dell’anno scorso ma non è stato ancora assegnato a nessuna commissione. Così come quello del senatore del Pd Doris Lo Moro che prevede «norme in materia di scioglimento delle aziende sanitarie per infiltrazioni mafiose: presentato a settembre del 2013 aspetta ancora di essere assegnato.

Paolo Zapitelli – iltempo.it

corruzione

Pino Masciari: la politica, quella corrotta e marcia, non può farne a meno, non esisterebbe senza l’appoggio delle mafie. Ecco poi proliferare corruzione e malaffare in un mondo, quello politico, dove l’interesse non è più dei cittadini ma delle mafie e tutto ciò che ne è colluso con esse! Non permettiamo che questo sistema marcio sin dalla radice possa continuare!

‘Ndrangheta, Roberti: “Dall’Emilia in Calabria a cercar voti? Sai che lì si decide”

Da Reggio Emilia, il procuratore nazionale antimafia ha risposto così a chi gli chiedeva dei viaggi pre elettorali degli amministratori locali emiliani

Appena il cittadino in piedi in platea fa la domanda, nella sala del Tricolore si solleva un mormorio: “Quando esponenti di molti partiti vanno in campagna elettorale in Calabria, mi pongo il problema: per quale motivo si fa questo? E vorrei una risposta da lei”. Il procuratore nazionale antimafiaFranco Roberti, ospite a Reggio Emilia della web tv Cortocircuito, risponde senza esitazioni: “Se tu in occasione delle elezioni che si fanno qui in Emilia vai a fare campagna elettorale in Calabria, vuol dire che sai che l’appoggio o il non appoggio alla tua elezione viene dalla Calabria non dall’Emilia”. Nessuno, nemmeno nella domanda, fa nomi e cognomi, ma in sala in molti ripensano a un fatto che in città fece molto discutere: nella primavera 2009 diversi politici in corsa per la poltrona di sindaco, tra cui l’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio Graziano Delrio, allora primo cittadino uscente (poi riconfermato per il secondo mandato), discesero fino alla cittadina di Cutro in provincia di Crotone, a poche settimane dal voto.

Delrio – che, anche su viaggio, nel 2012 è stato sentito dai pm antimafia di Bologna come persona informata sui fatti, in una grossa inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta – spiegò allora che come sindaco in carica era stato invitato a una importante festa religiosa. Una visita istituzionale dunque: “La mia visita sottolinea questa amicizia e sarà occasione per rinnovare e rafforzare la collaborazione che lega Cutro e Reggio Emilia”, scrisse allora in una nota Delrio, che era stato effettivamente invitato alla festa dal sindaco del comune calabrese. Ma nonostante le spiegazioni ufficiali, ci fu chi a Reggio Emilia vide nella visita di Delrio e di molti altri candidati piuttosto una mossa a caccia di voti anche tra i tantissimi calabresi immigrati da decenni a Reggio Emilia.

“Candidati in Calabria alla ricerca di consensi”, titolava allora la Gazzetta di Modena online; “Caccia grossa al voto cutrese”, titolava il sito internet di TeleReggio.

 In quei giorni dell’aprile 2009 oltre a Delrio scesero in Calabria infatti Antonella Spaggiari, ex sindaco di Reggio e in quelle elezioni avversaria di Delrio, ma anche Fabio Filippi, candidato sindaco del Popolo della libertà. E poi tutta una serie di altri amministratori di diversi comuni emiliani. Ufficialmente per seguire una festa religiosa cutrese molto suggestiva, che si svolgeva ogni sette anni. Il Movimento 5 stelle di Reggio Emilia, che allora candidava Matteo Olivieri come sindaco, pubblicò un post online per prendere le distanze dai viaggi: “Non è in programma alcun viaggio a Cutro”.

“Se vai in Calabria vuol dire che sai che lì si decide”, ha spiegato Roberti (che però non cita mai il nome di Delrio o degli altri candidati). “Ovunque tu sia nel mondo, se appartieni alla ‘ndranghetaprendi ordini dal Crimine di Polsi (il vertice della ‘ndrangheta, ndr). E se tu vai in Calabria a chiederesostegno elettorale vuol dire che è da lì che deve arrivare l’ok al tuo sostegno elettorale”, spiega Roberti. A questo punto Elia Minari di Cortocircuito interrompe il procuratore antimafia: “Noi abbiamo avuto una grossa partecipazione di candidati abbastanza…”. Roberti non si scompone: “Io non so a che candidati lei si riferisca”, e poi conclude: “Se lei mi pone la domanda in questi termini io devo rispondere così. Evidentemente c’è un cordone ombelicale tra certi cittadini della regione Calabria e i cittadini che stanno qua in Emilia”.

[fonte: ilfattoquotidiano.it]

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Pino Masciari: “Nemmeno la Svizzera è esclusa dallo strapotere mafioso della ‘ndrangheta e non solo! Ovunque ci sia terreno fertile, le mafie proliferano. Non è più un caso italiano ma mondiale che dev’essere arginato e debellato prima che sia troppo tardi, anche se troppo tardi non lo è mai, ci vuole volontà e coraggio di lottare!

“Cosa Nostra” a casa nostra

L’allarme: “Indispensabile non sottovalutare il fenomeno delle infiltrazioni”

Il procuratore nazionale antimafia italiano, Franco Roberti, ha concesso un’intervista al CdT sul tema della presenza inquietante anche in Svizzera delle organizzazioni criminali mafiose. Ne esce un quadro allarmante. Il mafioso (come lo ‘ndranghetista o il camorrista) nel vostro Paese non ha un solo identikit, dice. Ci sono «soldati» e «colonnelli» dell’organizzazione mafiosa che, pur operando in modo più discreto, svolgono compiti e funzioni criminali non dissimili da quelle che si possono osservare nei territori d’origine. «È indispensabile non prendere sottogamba quest’ultima osservazione», aggiunge.

Recenti indagini delle autorità penali federali hanno in un caso dimostrato l’effettivo insediamento di appartenenti alla ‘ndrangheta in Ticino, «operazione blue call», nell’altro di persone perlomeno vicine a quella realtà mafiosa addirittura nel cuore della Svizzera (canton Turgovia). Procuratore, crede che il nostro Paese debba ritenersi assediato e in pericolo? Lo è l’ordine pubblico oppure la sua piazza finanziaria?

«Dalle indagini svolte dalle autorità inquirenti italiane risulta che in Svizzera vi è una presenza strutturata della ‘ndrangheta calabrese. Quando parliamo di ‘ndrangheta non facciamo riferimento ad un mero ed indistinto fenomeno criminale caratterizzato dal fatto che una serie di delitti commessi in un certo territorio – che possono andare dal traffico di droga, agli omicidi, dalle estorsioni al riciclaggio – sono commessi da soggetti caratterizzati dalle comuni origini calabresi o comunque da una comune impronta culturale, ma piuttosto parliamo di una associazione per delinquere di tipo mafioso unitaria che opera a livello planetario, dall’Australia alle Americhe. Questa associazione unitaria ha delle proprie regole, dei propri (dis)valori, dei propri e peculiari moduli organizzativi che valgono ovunque. La vigenza e l’effettività di tali regole viene assicurata da un organo sovraordinato, “La Provincia”, che è l’espressione dei vertici dei tre Mandamenti storici della ‘ndrangheta, quello Ionico, quello Tirrenico e quello del Centro, tutti insediati nella Provincia di Reggio Calabria».

L’interesse di queste organizzazioni criminali per la Svizzera è un fenomeno recente o consolidato? Vi è stato o vi è un cambiamento nelle finalità di questo interessamento?

«L’espressione “presenza strutturata”, quindi, deve essere intesa nel senso che la ‘ndrangheta, in Svizzera, oramai da alcuni decenni, si è organizzata in modo stabile, secondo moduli che ricalcano in modo pedissequo quelli che, da sempre, tale organizzazione criminale ha utilizzato, prima in Calabria poi in tutta Italia e infine nel resto del mondo (Canada, Australia, Germania, solo per citare le presenze ‘ndranghetiste più significative). In particolare, in Svizzera, gli affiliati alla ‘ndrangheta hanno dato vita ad alcuni “locali”. I “locali” sono le cellule fondamentali dell’organizzazione. Segnatamente il “locale” di ‘ndrangheta è una struttura, composta da almeno 50 affiliati, che opera su base territoriale (che normalmente coincide con un Comune), che ha pari dignità ed autonomia rispetto agli altri locali di ‘ndrangheta esistenti nel mondo. La stessa nascita e la successiva esistenza del “locale” però, sono consentiti solo con il benestare della “Provincia”, che deve verificare la sussistenza di tutti i presupposti che consentono prima “l’apertura” e poi la permanenza in vita del “locale”. Infatti, una volta che la “Provincia” autorizza la nascita del “locale”, e lo riconosce, esso – pur mantenendo una sua autonomia nella elaborazione e attuazione delle proprie strategie criminali – deve sempre rispondere della correttezza del suo operato alla “Provincia” (e ciò, ad esempio, quanto alle nomine delle figure di vertice del “locale”, quanto ai suoi rapporti con altri “locali”, quanto alla esecuzione degli omicidi di maggiore importanza, quanto alla ammissione di nuovi componenti)».

«Per comprendere meglio il funzionamento di tali meccanismi sarà opportuno fare un esempio concreto emerso nel corso delle indagini che riguardavano, anche, il territorio elvetico. Premesso che l’entità del fenomeno ‘ndra nghetista è assai simile in Germania e Svizzera (le due realtà risultano collegate da comuni dinamiche criminali) risultava da indagini svolte dalla Procura distrettuale di Reggio Calabria, che proprio a Singen (in Germania) e nelle zone limitrofe era attiva un “locale” della ‘ndrangheta in cui era inserito un esponente che in quel contesto ricopriva un ruolo apicale. La figura di quest’ultimo emergeva attraverso le intercettazioni svolte nei confronti del “Capo Crimine” (capo della “Provincia” di Reggio Calabria, dunque esponente di maggiore rilievo dell’intera ‘ndrangheta a livello mondiale) al quale il primo membro (che si recava personalmente a Rosarno dove risiedeva il capo) riportava le vicende che riguardavano il contesto criminale in cui era inserito chiedendo un autorevole intervento risolutore. Proprio l’emergere della figura di colui che era di stanza in Germania a Singen, quale uomo di vertice del sodalizio ‘ndranghetista e, quindi, capo locale nella predetta città tedesca, consentiva di svolgere attività d’intercettazione direttamente in Germania (grazie alla tempestiva e proficua collaborazione offerta dalla autorità giudiziaria tedesca, già positivamente sperimentata, con riferimento a fatti di ‘ndrangheta, nel contesto dell’indagine sulla strage di Duisburg) con l’evidente conseguenza di potere ampliare grandemente lo spettro delle conoscenze del fenomeno in quella nazione. Risultava così che, a fronte di un forte attrito con il capo del “locale” di Frauenfeld (ubicato in Svizzera ma distante pochi chilometri da Singen), determinato dal tentativo del “locale” svizzero di annettersi quello di Singen, il crimine esercitasse una funzione di arbitraggio favorevole al primo personaggio posta l’assoluta mancanza di ragioni e di regole ‘ndranghetiste che consentissero una simile operazione di “annessione”. In particolare, accertata l’esistenza di “locali” di ‘ndrangheta in quelle regioni della Germania e della Svizzera, oltre alla dipendenza di queste proiezioni estere della ‘ndrangheta dal Crimine, si poneva, pure, in evidenza un rapporto di dipendenza (sia del “locale” di Singen che del “locale” svizzero di Frauenfeld) con il “locale” di Fabrizia (località da cui provenivano molti ‘ndranghtisti emigrati in quei territori), circostanza questa assolutamente in linea con le risultanze delle investigazioni svolte nei contesti dell’Italia settentrionale».

«In altri termini, il cordone ombelicale che lega i “locali” esteri alla casa madre, passa non solo necessariamente (ma sarebbe meglio dire, normativamente) per il vertice dell’intera ‘ndrangheta, e quindi per la “Provincia” e il suo capo, ma pure per le “locali” dei territori di provenienza della ‘ndrangheta migrata laddove operando gli esponenti di maggiore carisma delle stesse famiglie le cui costole si sono ristrutturate e delocalizzate all’estero. E così, proprio per meglio comprendere siffatte dinamiche, nello specifico succedeva che direttamente o indirettamente i “capi-locale” di Singen e di Frauenfeld si rivolgevano pure al “capo-locale” di Fabrizia per dirimere l’illustrata controversia nata dalle mire espansionistiche di Frauenfeld. Chiarito, con questo esempio, il funzionamento della struttura di ‘ndrangheta insediata fuori dalla Calabria, quanto agli interessi criminali coltivati in Svizzera dagli appartenenti alla ‘ndrangheta, deve dirsi che gli stessi spaziano dal traffico di droga alle estorsioni, dal riciclaggio al reimpiego di capitali di illecita provenienza in attività imprenditoriali (specie nel settore delle imprese edili)».

[fonte: Corriere del Ticino]

Ci vuole coraggio per essere liberi. Padroni delle nostre vite.

Scritto da Pino Masciari Il 3 - ottobre - 2014 COMMENTA


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Ci vuole coraggio per essere liberi.

Padroni delle nostre vite.

Ture Magro porta in scena la storia vera di Pino Masciari, l’imprenditore che negli anni Novanta fece tremare la Calabria denunciando politici corrotti e ‘ndranghetisti.

Dall’11 al 30 settembre alla Galleria Toledo di Napoli si è tenuta la quarta edizione della rassegna Stazioni di emergenza, volta a promuovere «formazioni teatrali d’ultima generazione, le cui opere possano offrire occasione d’osservazione, per nuovi segni e modalità operative nella messinscena». È in questo contesto che s’inserisce la pièce scritta e interpretata da Ture Magro, Padroni delle nostre vite, acclamato esempio di teatro d’impegno civile basato sulla storia vera di Pino Masciari.

Siamo nella metà degli anni Novanta, l’imprenditore calabrese Pino Masciari subisce ormai da troppo tempo richieste ed estorsioni. Non ci sta più e decide di denunciare tutti, ‘ndranghetisti e politici collusi, portando alla luce un sistema corrotto fino al midollo. Questa sua decisione non soltanto metterà a repentaglio la sua vita e quella dei suoi cari, ma segnerà un punto di svolta nella sua stessa esistenza. Privato (e con lui la famiglia) della propria identità e, sopra ogni cosa, della libertà, da quel momento la sua quotidianità diverrà un continuo scappare, uno spostarsi di città in città, un costante tentativo di tener salva la pelle. In questo modo verrà svelata anche l’incapacità dello Stato di tutelare chi ha scelto di dire no e di ribellarsi a un sistema malato eppur tanto radicato, sarà manifesta – accanto ai vuoti legislativi – la solitudine che presto circonda chi con coraggio ha preferito non abbassare la testa.

Questa storia, realmente accaduta, è al centro dello spettacolo di Magro che non solo è, insieme con Emilia Mangano, autore del testo, ma veste anche i panni dello stesso protagonista Masciari. Lo fa in maniera sublime, reggendo l’intera scena e ammaliando con la propria forza interpretativa lo spettatore, con movimenti minimali che attraversano la scarna scenografia. Pochi passi e pochi gesti che allontanano la sensazione di staticità, altrimenti avvertibile.

Magro racconta l’intera vicenda in prima persona, in modo lineare, pulito, chiaro, efficace e lo fa senza giri di parole, come se la raccontasse a un amico fidato, in un crescendo che va dalla pacata ricostruzione storica degli eventi alle domande gridate e senza risposta che sul finire scuotono la coscienza della platea. Una scelta vincente, giacché, ricordiamolo, questa storia ha intento di denuncia, di monito e deve dunque arrivare alla consapevolezza di tutti. Il pubblico partecipa alla vicenda, s’indigna, si arrabbia, empatizzando con l’attore/narratore. Funzionale a tutto ciò è anche l’organizzazione dello spazio scenico, riempito solo dalle luci e da tre grossi schermi che circondano l’attore e dai quali, di tanto in tanto, fanno capolino alcune figure virtuali che con lui interagiscono, quali il malavitoso, l’amico dispensatore di consigli non richiesti, il tirapiedi o un impiegato del dipartimento di protezione testimoni. Personaggi che appaiono e scompaiono, lasciando Magro comunque da solo, come solo era rimasto Masciari. E gli schermi, sul finale, proiettano anche alcuni degli ambienti che funzionano da sfondo alle vicende raccontate e contribuiscono a rendere una sorta di dinamicità che ben si sposa con il fare concitato delle ultime battute (forse più drammatici dell’intera vicenda). Una scelta che contrasta col palcoscenico buio e spoglio, in altri momenti – invece – efficacissimo.

Uno spettacolo di grosso impatto, appassionante. Eccellente esempio di teatro d’impegno civile che, come ha scritto anche la Wertmuller «deve andare ovunque».

Lo spettacolo è andato in scena:

Teatro Stabile D’Innovazione Galleria Toledo

Via Concezione A Montecalvario 34 – Napoli

Lunedì 29 e martedì 30 Settembre ore 21:00

Padroni delle nostre vite

Testo Ture Magro, Emilia Mangano

Regia Ture Magro

Con Ture Magro

Attori Virtuali Cosimo Coltraro, Emanuele Puglia, Fiorenzo Fiorito, Gabriele Arena, Stefano Brivio, Rosario Minardi, David Marchese, Alfio Zappalà

Progettazione e scena R.M. Architettura

Scenografia Rosario Magro, Pippo Magro, Andrea Salomon

Scenografia set video Andrea Salomon

Assistente scenografia set video Dimitri di Noto

Produzione video Studio Nois

Postproduzione Bruno Urso, Fabrizio Urso

Fotografia video Giuseppe Consales

Sonorizzazione Michele Musarra

Produzione SciaraProgetti in collaborazione con Studio Nois

http://teatro.persinsala.it/padroni-delle-nostre-vite/11866

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Pino Masciari: “E’ questo l’atteggiamento che la ‘ndrangheta si aspetta dalla società civile ed i suoi cittadini, omertà, silenzio e paura sono i peggiori sentimenti sui quali ‘ndrangheta e malaffare fanno leva per agire indisturbati nel loro disegno criminale. Non esitate a denunciare ed a ribellarvi, l’omertà serve solo ad aiutare le mafie, non a combatterle! Così facendo lasciamo ai nostri figli è una società marcia e corrotta, è così che vogliamo il loro futuro?

Il caso Pavia: ‘ndrangheta, malaffari e minacce ai giornalisti. Nell’indifferenza della città

Giovannetti: «Pavia è una città omertosa. Con quello che è saltato fuori dovrebbe succedere il finimondo, invece c’è un silenzio tombale, sia da parte delle istituzioni che della società civile»

La Lombardia è terra fertile per i «proficui rapporti» tra ‘ndrangheta e uomini dello Stato. È quanto scrivono i giudici della Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza che conferma le condanne a quaranta imputati, arrestati il 13 luglio del 2010 durante l’operazione «Infinito », che aveva l’obiettivo di smantellare la penetrazione delle cosche nella regione.

Un Comune che ben simboleggia i «proficui rapporti» in Lombardia è Pavia, città molto pericolosa per chi ostacola i piani degli affaristi. Non a caso tra i condannati spiccano l’avvocato tributarista Giuseppe “Pino” Neri e l’ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco: il primo condannato a diciotto anni di carcere con l’accusa di essere un boss della ‘ndrangheta in Lombardia, l’altro a dodici anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Entrambi sono calabresi cresciuti professionalmente a Pavia.

Ma anche nei casi in cui non compaiono affiliati alla ‘ndrangheta, la sostanza dei «proficui rapporti» a Pavia è pur sempre mafiosa: lo sostiene chi, denunciandoli, ne è rimasto vittima.

«Pavia è una città omertosa. Con quello che è saltato fuori dovrebbe succedere il finimondo, invece c’è un silenzio tombale, sia da parte delle istituzioni che della società civile», dice l’attivista e giornalista freelance Giovanni Giovannetti. Il cronista si riferisce a minacce di morte nei confronti suoi e di un collega del quotidiano la Provincia pavese, Fabrizio Merli, emerse da alcune intercettazioni telefoniche rese pubbliche due settimane fa dopo la chiusura delle indagini della procura di Pavia su «Punta Est», un cantiere sequestrato all’imprenditore Dario Maestri, finito agli arresti domiciliari nel 2013. È lui a dire «questi bisogna eliminarli fisicamente», riferendosi a Giovannetti e Merli, perché infastidito dai loro articoli che denunciavano le irregolarità su cui si fondavano i suoi cantieri, avvallate da funzionari pubblici con le mani pronte a intascare denaro.
 
Uno di questi, secondo gli inquirenti, è Ettore Filippi, ex dirigente della Polizia di Stato, vicesindaco durante l’amministrazione di centro-sinistra di Piera Capitelli, poi passato a sostenere la giunta di Alessandro Cattaneo (Fi), infine arrestato per corruzione lo scorso marzo con l’accusa di avere ricevuto da Maestri circa 130mila euro. È con lui che l’imprenditore, nella primavera del 2012, si sfoga contro i due cronisti (che si aggiungono agli oltre 2mila giornalisti minacciati in Italia negli ultimi otto anni, come rilevato dall’ osservatorio Ossigeno per l’Informazione ). Alle minacce di morte, Filippi dice a Maestri di «non scherzare», ma poi gli presenta un amico investigatore, Fabrizio Scabini di Voghera, per pedinare i giornalisti. Anche al telefono con Scabini, Maestri minaccia. Parla di Merli, che ha pubblicato quella mattina del 10 marzo 2012 un importante articolo: «Ormai non penso più alla querela ma gli spacco la faccia a quello lì», trascrivono gli inquirenti il 10 marzo del 2012.

Dopo l’uscita di queste intercettazioni, a Pavia c’è stato un personaggio pubblico che ha reagito con un appello alla città e ai partiti. Nessuno, finora, l’ha raccolto. Cristina Niutta, ex assessore della giunta Cattaneo, in una lettera alla Provincia pavese del 16 settembre ha denunciato che Maestri «ha finanziato negli anni campagne elettorali di candidati variamente collocati», ed ha espresso solidarietà ai giornalisti. «La Città però deve rispondere. Non deve lasciarli soli», ha continuato Niutta, parlando di «un vero attentato al corretto svolgimento di una funzione costituzionalmente garantita» e chiedendo che i «politici che in passato hanno accettato il contributo elettorale o, comunque, l’appoggio della persona sospettata di tali gravi fatti ne prendano ora pubblicamente le distanze».

A Pavia è come se nessuno avesse letto le righe dell’ex assessore. «In questa storia non è tanto importante il mio singolo caso, quanto la non reazione della città. La magistratura – dice Merli – parla di una condotta che ha in sé l’archetipo della mafiosità. Mi sarei aspettato che qualcuno affrontasse il problema, riflettendo su quanto sia facile arrivare al confine di condotte che sono sostanzialmente mafiose. Invece, Niutta a parte, Pavia dorme un sonno secolare». Secondo Giovannetti, dalle intercettazioni «emerge il sistema Pavia. Filippi è stato vicesindaco di Capitelli, perciò la vicenda imbarazza un po’ tutti: irregolarità nei piani urbanistici ci sono state anche prima della giunta di Cattaneo», dice il giornalista.

Chi non sembra imbarazzato è l’attuale sindaco del Pd, Massimo Depaoli. Perché non ha detto nulla su quanto emerso dalle intercettazioni? «Il taglio netto con il passato lo stiamo dimostrando con la trasparenza della nostra amministrazione», risponde il sindaco, che al suo partito ha imposto Angelo Gualandi come assessore all’Urbanistica, «uomo di assoluta fiducia, perché proviene dai movimenti ambientalisti come me». Depaoli spiega che «il segno della mia campagna elettorale è stata la discontinuità con il passato. Anche l’amministrazione Capitelli ha fatto scelte politiche sbagliate, improntate a un eccessivo sviluppo». Come l’area della ex Marelli, riconvertita con 112 appartamenti rimasti invenduti, o l’abbattimento di un edificio storico dell’ex Snia (in teoria posti sotto tutela) per far spazio a centri commerciali e palazzine. Inoltre, continua Depaoli, «alle vittime delle minacce avevo già espresso solidarietà a suo tempo».

Vale a dire quando nell’abitazione di Giovannetti era stato appiccato un incendio doloso , alla fine del 2012. Pochi mesi dopo i pedinamenti dell’investigatore ingaggiato da Maestri. E poche settimane in seguito all’auto in fiamme del consigliere comunale Walter Veltri e alle croci nere disegnate sulla porta dello studio dell’avvocato Franco Maurici, anche loro attivisti di Insieme per Pavia, colpevoli di presentare esposti in procura contro progetti urbanistici sospetti. Per Maestri è già stato chiesto il rinvio a giudizio come mandante delle croci a Maurici. Filippi, l’ex poliziotto che all’imprenditore consigliava di far pedinare i giornalisti, era stato il primo ad esprimere solidarietà a Giovannetti per l’incendio doloso.

Oltre agli attentati, il giornalista è stato minacciato per le sue inchieste sui periodici locali con oltre venti querele negli ultimi sette anni. Non è mai stato rinviato a giudizio. L’ultima querela è arrivata un paio di settimane fa, dal presunto boss Pino Neri: «In un volantino l’ho definito il capo della ‘ndrangheta in Lombardia. Non sono per nulla preoccupato, verrà archiviata anche questa querela. Tutto è dimostrato dalle sentenze», dice Giovannetti. Per lo stesso volantino , il giornalista era già stato querelato dall’ex sindaco Cattaneo.

[fonte: espresso.repubblica.it]

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Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa -Il nuovo orrore delle schiave rumene

Cinquemila donne lavorano nelle serre della provincia siciliana. Vivono segregate in campagna. Spesso con i figli piccoli. Nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale. Una realtà fatta di aborti, “festini” e ipocrisia. Dove tutti sanno e nessuno parla.

«Possono prendere il mio corpo. Possono farmi tutto. Ma l’anima no. Quella non possono toccarmela». Alina mi indica un locale in mezzo alla campagna. «Lì dentro succede tutte cose possibili». È uno dei pochi edifici che interrompe la serie infinita di serre. Il bianco dei teli di plastica va da Acate a Santa Croce Camerina. Siamo a Sud di Tunisi, terra rossa e mare azzurro che guarda l’Africa. Siamo nella “città delle primizie”, uno dei distretti ortofrutticoli più importanti d’Italia. Il centro di un sistema produttivo che esporta in tutta Europa annullando il tempo e le stagioni. Gli ortaggi che altrove maturano a giugno qui sono pronti a gennaio. Un miracolo chimico che ha ancora bisogno di braccia.

I tunisini arrivarono già negli anni ’80, a frontiere aperte. Le dune di sabbia, il clima rovente, le case cubiche più o meno incomplete ricordavano la nazione di provenienza. Hanno contribuito al miracolo economico della provincia – l’oro verde – e poi sono stati sostituiti senza un grazie. Dal 2007 arrivano nuovi migranti che lavorano per metà salario. I rumeni. E soprattutto le rumene. Nell’isolamento della campagna sono una presenza gradita. Così è nato il distretto del doppio sfruttamento: agricolo e sessuale.

FESTINI
Una cascina in aperta campagna. Ragazze rumene sui vent’anni. Un padrone che offre carne fresca ai parenti, agli amici. Ai figli. Tutti sanno e tutti tacciono. Don Beniamino Sacco è il sacerdote che per primo ha denunciato i “festini agricoli”. «Sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare», denuncia il parroco. Tre anni fa ha mandato in carcere un padrone sfruttatore. Ha subito minacce e risposto con una battuta: «Non muoio neanche se mi ammazzano».

La solidarietà è scarsa, anche tra rumeni. Come è possibile che tutto questo succeda nel silenzio generale? Secondo Ausilia Cosentini, operatrice sociale dell’associazione “Proxima”, «la mancanza di solidarietà tra i rumeni, e la loro mentalità omertosa, si incastra con quella altrettanto omertosa del territorio. In più, da qualche mese noto un aumento dell’intolleranza».

«Se non ci fossero i migranti, la nostra agricoltura si bloccherebbe», dice all’Espresso Giuseppe Nicosia, sindaco di Vittoria. «C’è una buona integrazione, ma la violenza sulle donne è un peso sulla coscienza di tutti. Un fenomeno disgustoso, anche se in regressione». Giuseppe Scifo della Flai Cgil spiega che allo sfruttamento lavorativo si aggiunge la segregazione. Per questo è stato avviato il progetto “Solidal Transfert”, un pulmino che permette di spostarsi senza dipendere dai padroni. «Ho conosciuto rumeni che non erano mai stati in paese», dice.

Uno squillo
«Se sei abituato dalla Romania, qui non è tanto più pesante», spiega Adriana con un sorriso. Non è facile crederci ascoltando la storia di Luana, quaranta anni. I due figli l’hanno raggiunta dopo il suicidio del marito in Romania. Lavora in una serra sperduta nelle campagne di Vittoria, vive in un casolare fatiscente nei pressi. La scuola è difficile da raggiungere a piedi. Il tragitto è lungo e pericoloso per due bambini soli. Il padrone è un signore di Vittoria. Si offre generosamente: «Li accompagno io». La sua non è una richiesta disinteressata.

In piena notte la chiama. Chiede se i bambini si sono addormentati. Le dice di raggiungerlo sotto un albero. Anche il padrone vive lì, a due passi. Con la moglie e un figlio. Luana teme soprattutto le minacce dell’uomo, ha paura per i bambini. A volte si nega. Lui subito minaccia. «Non li porto più a scuola. Niente acqua da bere. Neanche a te. Qui c’è caldo e l’acqua che diamo alle serre è avvelenata. Vuoi andare al supermercato? È molto lontano».

Luana sopporta tutto. Persino quando lui perde la testa e la minaccia con la pistola. Ma quando dice che non porterà più i bambini a scuola, condannandoli all’isolamento più assoluto, pensa che può bastare. Decide di fuggire. Di notte prepara la valigia, prende i bambini per mano. Luana è stata accolta e protetta nel centro di accoglienza dell’associazione “Proxima”. È inserita nei programmi destinati alle vittima di tratta. Come se fosse una storia di prostituzione. Si tratta invece di lavoratrici che producono ortaggi. Quelli che tutti compriamo al supermercato. Dopo un mese ha deciso di andare via. Ora lavora nuovamente nelle serre. Sfruttamento estremo significa anche mancanza di alternative.

Lontano da Seva
La storia di Luana è stata raccolta da Alessandra Sciurba, ricercatrice dell’Università di Palermo. Perché le donne accettano queste condizioni? «In genere sono consapevoli di quello che le aspetta. Ma lo fanno per tenere unita la famiglia». Nelle serre puoi vivere coi bambini. A casa di un anziano no. Meglio quindi fare la contadina che la badante. Per questo ci sono nelle serre tante mamme rumene coi bambini. «Possiamo parlare di un estremo esercizio del diritto all’unità familiare».

Le rumene vengono da Botosani, una delle zone più povere del paese. Anche lì lavoravano in campagna. «Non potevo stare lontana da Seva, sono troppo attaccata», dice Adriana. Sciurba spiega che le rumene possono essere definite bread winner. Sono le prime a partire. I mariti, se arrivano, arrivano dopo. Intanto gli italiani diventano padroni della loro vita e della loro morte. Sono padroni in tutti i sensi. Le rumene hanno una “considerazione inferiorizzata” di tutti gli uomini: tunisini, rumeni, italiani. «Qualunque cosa possono farci, loro sono niente», conferma Adriana.

Un’altra storia raccolta da Sciurba è quella di Cornelia e Marco. Cercavano una situazione tranquilla. Una serra dove portare la bambina e un padrone che tiene le mani a posto. Hanno trovato un lavoro vicino Gela. Dieci ore al giorno, pochi soldi e in nero. La “casa” è una stanza spoglia nel magazzino. «Ma non devi guardare mia moglie», ha chiarito Mario al padrone. Va bene, ha risposto lui. Anche perché c’è un’altra rumena, sposata, che assecondava le sue voglie. Il marito fa finta di niente per non perdere il lavoro.

Nella serra ci sono cani da guardia molto aggressivi. Sono addestrati per sorvegliare e controllare i lavoratori. Un giorno un dobermann azzanna Cornelia e la bimba, ferendo gravemente alla coscia la piccola. «Ci sono voluti quasi 100 punti», dice mostrando la gambetta della bimba. «Io la tenevo in braccio e ho cercato di proteggerla ma è stato impossibile fermare il cane». Arrivano i carabinieri, il padrone dice che l’animale passava per caso. Intanto il dobermann viene nascosto. La rumena che ha una relazione col padrone conferma. Cornelia e Marco devono ricevere ancora 5000 euro. Denunciano l’uomo. La bambina dovrà essere sottoposta a intervento chirurgico per fare in modo che il muscolo possa svilupparsi correttamente.

Almeno i due non pagavano l’affitto. C’è anche chi chiede fino a 300 euro al mese per un rudere. «Ci sono abitazioni piccole e senza infissi», rivela una ricerca condotta dall’“Associazione per i diritti umani”. «I buchi nel soffitto fanno passare l’acqua piovana. Le mura sono erose dall’umidità. Proliferano i miceti, con conseguenti patologie come l’asma in soggetti, soprattutto in tenera età, prima perfettamente sani. Il tutto nel totale disinteresse del locatario». Nella zona sono intervenuti sia Emergency che Medici Senza Frontiere. Come fosse una zona di guerra e non un distretto produttivo. Spesso gli operatori affermano che certe cose (letti di cartoni, cucine col fornelletto a gas, magazzini adattati ad abitazione) non le hanno viste nemmeno in Africa.

L’anima non me la toccano
È il più spaventoso dei metodi contraccettivi. Vittoria è il primo comune in Italia per estensione delle coltivazioni plastificate e per numero di aborti in proporzione al numero di abitanti. Va avanti così da anni. Spesso le rumene sono giovanissime. Arrivano in ambulatorio accompagnate da uomini, in genere italiani ma a volte anche tunisini e albanesi. «Restano sedute con lo sguardo fisso a terra e gli uomini parlano al posto loro», racconta un’operatrice dell’Asl. «Anni fa un tunisino mi ha portato tre ragazze rumene, tutte incinta, per farle abortire. Parlavano poco. Quando sono rimasta sola con loro mi hanno detto di lavorare nelle serre di cui lui era proprietario».
«Nel caso specifico di Vittoria le donne si trovano impossibilitate ad interrompere la gravidanza poiché tutti i medici sono obiettori di coscienza», spiega la ricerca dell’“Associazione Diritti Umani”. Solo all’ospedale di Modica sono presenti medici non obiettori, ma la crescita esponenziale di richieste di aborto porta un allungamento dei tempi di attesa, rendendo impossibile l’aborto entro i tre mesi previsti dalla legge. Alcune donne sono costrette a ritornare nei loro paesi d’origine per abortire. Altre, invece, si affidano a strutture abusive e a persone che, sotto cospicuo pagamento, praticano l’aborto senza averne competenza».

L’uomo cacciatore
Per le vittoriesi la colpa è delle rumene. Sono loro a tentare il maschio siciliano, per sua natura focoso. C’è una fortissima rivalità tra donne. L’“uomo cacciatore”, ovviamente, è orgoglioso delle “conquiste”. Vantarsi di queste cose dentro le serre è normale. Molto complessa la figura del marito rumeno, a volte presente anche lui in serra. Sa e non sa, vede e non vede. Se non accetta la situazione, è il primo a essere cacciato.
Di fronte a certi orrori lo sfruttamento sul lavoro passa quasi in secondo piano. Anche se significa salari da dieci euro al giorno, temperature di fuoco sotto i teloni, veleno che può rovinare i polmoni, la pelle, gli occhi. Per non parlare delle “fumarole”. Quando di notte bruciano piante secche e fili di nylon, di mattina si soffoca.
Così si produce l’ortofrutta che troviamo in tutti i supermercati. «Abbiamo circa 3000 aziende agricole di piccola e media dimensione», spiega il sindaco Nicosia. «È la più grossa espressione dell’ortofrutta meridionale, oltre che il mercato è il più importante d’Italia di prodotto con confezionato». Nel 2011 risultavano regolarmente registrati 11845 migranti, una stima di quelli che lavorano nelle serre oscilla tra 15mila e 20mila. Migliaia di schiavi che ci permettono di mangiare ortaggi fuori stagione.

[fonte: repubblica.it]

Uomini dello Stato legati alla ‘ndrangheta

Scritto da admin Il 30 - settembre - 2014 COMMENTA

stato-e-mafia

Pino Masciari: Siamo dinnanzi a due Stati, il primo che combatte la ‘ndrangheta al fianco dei suoi cittadini, che governa ed è governato da politici onesti, mentre poi c’è il secondo, quello più pericoloso, colluso con i mafiosi ed il suo sistema, uno Stato corrotto che pur di ottenere i suoi biechi interessi sta distruggendo il nostro paese, uno Stato che non si è mai fermato davanti a niente UCCIDENDO i suoi servitori onesti in mille modi! Ognuno di noi deve decidere da quale Stato essere governato, scegliere da quale parte stare come ho fatto io ed altrettanti cittadini onesti, esigere la legalità e l’onestà, riconoscere la corruzione ed i suoi corruttori e non aver paura di denunciare!

Ecco come i calabresi hanno conquistato la Lombardia

“Sono state rese note le motivazioni delle condanne in secondo grado per il processo “Infinito-Tenacia”. Lo spaccato è inquietante: dai «proficui rapporti» delle cosche con gli uomini dello Stato ai legami indissolubili con la terra d’origine, fino agli interessi per l’Expo.

C’E’ uno Stato che combatte ogni giorno la ‘ndrangheta e le organizzazioni criminali in genere. Ed un altro Stato che, invece, ci si allea. Fa accordi. Controlla gli affari. Gestisce operazioni finanziarie. Lancia “soffiate” e informa i mafiosi. In 800 pagine la Corte d’Appello di Milano racconta tutto questo. Uno spaccato inquietante, ricostruito nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso giugno, la Corte d’Appello di Milano ha confermato le condanne (LEGGI), seppure con qualche lieve riduzione di pena, per una quarantina di imputati arrestati nel 2010. 

Nomi eccellenti della ‘ndrangheta. Ma anche tanti nomi di politici, rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, manager, imprenditori. Nella sentenza di condanna per la maxi operazione “Infinito-Tenacia” è finita gente del calibro del presunto boss Giuseppe “Pino” Neri e poi l’ex dirigente dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco. Al primo sono stati inflitti 18 anni di carcere e al secondo 12 anni. Ma non sono gli unici. Perché nell’elenco delle condanne figurano nomi del calibro di Vincenzo Novella, figlio del mammasantissima Carmelo. E poi l’altro presunto boss Pio Candeloro. 

Un’inchiesta inquietante, rimasta legata all’immagine del summit nel circolo Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano che, nel 2009, portò alla nomina di Pasquale Zappia ai vertici dell’organizzazione criminale nella regione, dopo l’omicidio di Carmelo Novella che risale al 14 luglio 2008.

Le parole usate nelle motivazioni della sentenza sono inquietanti, dunque. Le cosche della ‘ndrangheta radicate in Lombardia, secondo il collegio della prima sezione, presieduto da Marta Malacarne, avevano creato «proficui rapporti» con «uomini dello Stato», tra cui politici, appartenenti alle forze dell’ordine e manager della sanità. 

GUARDA IL VIDEO DELLA LETTURA DELLA SENTENZA

‘NDRANGHETA: MARCHIO IN FRANCHISING - I 1.300 chilometri che separano la Lombardia dalla Calabria, secondo i giudici, non sono nulla per le cosche calabresi. Perché nell’ambito di «una sorta di rapporto di franchising», sebbene le cosche lombarde agissero in autonomia, «la Calabria è proprietaria e depositaria del marchio “ndrangheta”, completo del suo bagaglio di arcaiche usanze e tradizioni, mescolate a fortissime spinte verso più moderni ed ambiziosi progetti di infiltrazione nella vita economica, amministrativa e politica». 

DALL’EXPO ALLA SANITA’ – Per questo la stessa «infiltrazione mafiosa nelle aziende della famiglia Perego», importante impresa lombarda nei settori edili e del movimento terra, era «seguita» – scrivono i giudici – «con attenzione dalla “madre patria” anche in previsione delle prospettive attribuite a Expo 2015». 

L’ex manager della Asl di Pavia Chiriaco, invece, svolgeva il ruolo di «stabile punto di riferimento per convogliare i voti controllati dall’associazione sui candidati in più tornate elettorali amministrative». Nelle motivazioni, tra l’altro, c’è un lungo elenco di «pubblici funzionari», ma anche di membri delle forze dell’ordine con cui le cosche avrebbero intrattenuto rapporti.

LA TALPA NELLA DIA - E tra i «proficui rapporti» ricostruiti nelle motivazioni della sentenza c’è anche il «contributo informativo» fornito alla mafia calabrese da un «appartenente alla Direzione Investigativa Antimafia di Milano, purtroppo ad oggi rimasto non identificato». 

I POLITICI E I FUNZIONARI – La Corte elenca alcuni di questi «uomini dello Stato» e spiega, ad esempio, che «gli affiliati del locale (ossia della cosca, ndr) di Desio» erano in rapporti con l’ex assessore regionale lombardo Massimo Ponzoni. Inoltre, il collegio scrive che nel procedimento «sono stati analizzati i rapporti degli imputati con altri pubblici funzionari», tra cui «Corso Vincenzo, ufficiale giudiziario in servizio a Desio», «Marando Pasquale, ispettore dell’Agenzia delle Entrate» e «Pilello Pietro», all’epoca «presidente del Collegio dei revisori dei conti della Provincia di Milano». 

E poi «rilevantissima», secondo i giudici, «l’infiltrazione nella società a completa partecipazione pubblica Ianomi, che raggruppa circa quaranta comuni della Valle dell’Olona e del Seveso, ed ha come oggetto sociale la gestione delle reti idriche». 

I CLAN E LE FORZE DELL’ORDINE – E poi ancora i «rapporti di Strangio Salvatore con il colonnello in pensione Giuseppe Romeo e con l’ispettore della Polizia stradale di Lecco Alberto Valsecchi». Nelle motivazioni si parla anche di un «sequestro illegale» di un’auto da parte di «agenti della polizia di Stato di Torino» ottenuto da uomini vicini al presunto boss Domenico Pio. Un pentito poi ha raccontato di «un appartenente alla Guardia di Finanza che aveva fornito loro notizie di arresti imminenti» e di «rapporti privilegiati con il comandante della Polizia locale di Erba» e con «Nardone Carlo Alberto, ex ufficiale dell’Arma dei carabinieri». Altri «proficui rapporti», spiegano i giudici, «sono rimasti nell’ombra» e se ne «desume l’esistenza» dai molti «episodi di fuga di notizie» nel corso dell’inchiesta.”
http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/730111/-Uomini-dello-Stato-legati-alla.html

[fonte: ilquotidianoweb.it]

 

colletti binachi

Pino Masciari: lo dico da sempre che le “nuove mafie”, ‘ndrangheta in primis, hanno cambiato modo di imporsi. Le “nuove leve”, i giovani figli dei boss, giovani acculturati ed intelligenti che hanno capito che l’illegalità rende di più se fatta in modo silente, con meno armi in mano e con più intelligenza! E’ finita da tempo l’era della lupara, oggi la ‘ndrangheta come le altre mafie, agiscono con giacca e cravatta nei piani alti, negli appalti migliardari, nelle grandi opere e dove i governi gestiscono ingenti mole di denaro pubblico!

La ‘nuova mafia’ al Nord: meno padrini doc e più area grigia

La “nuova mafia“, l’ha definita il procuratore generale di Brescia Pier Luigi Dell’Osso, uno che se ne intende dato che a suo tempo si occupò degli intrecci fra il Banco ambrosiano di Roberto Calvie la Banda della Magliana. La “nuova mafia”, svelata da una recente inchiesta della procura di Brescia, è un mix di evasione fiscalefatture falselavoro nero, riciclaggio, usura, minacce, violenze, porto abusivo d’armi. Colletti bianchi con la pistola in tasca, come racconta Andrea Tornago nella nuova sezione “Mafie” di ilfattoquotidiano.it.

Per nessuno dei 15 arrestati la Guardia di finanza, che ha condotto le indagini, ha ritenuto di avere elementi sufficienti per proporre l’accusa di associazione mafiosa (416bis), e neppure l’aggravante mafiosa da “appiccicare” agli altri reati. Ma il presunto “network criminale” capeggiato da un ex funzionario dell’Agenzia delle entrate e da un imprenditore calabrese pluripregiudicato anche per reati di droga presenta “seppur solo allo stato nascente i tratti tipici del nucleo di criminalità organizzata operativo con modalità di stampo mafioso”, scrive il gip Enrico Ceravone nell’ordine di custodia cautelare. Ecco la “nuova mafia”: meno padrini doc, più area grigia economico-politico-criminale.

Sempre nella nostra sezione “Mafie”, Fabio Abati dà conto delle informative della Guardia di Finanza che segnalano Poste Italiane (allo stato non indagata) per il reato di profitto da attività illecite dei dipendenti e per violazione delle norme antiriciclaggio, nell’ambito dell’inchiesta sulla “banca della ‘ndrangheta” scoperta a Seregno in Brianza, in un “tugurio” dove però circolava denaro variamente sporco per milioni di euro. Dipendenti di ben sei uffici postali tra le province di Monza Brianza e di Milano sono accusati di aver chiuso gli occhi e di aver agevolato versamenti di contanti alquanto sospetti (non sempre la ripulitura del denaro sporco passa per sofisticate tecniche di riciclaggio internazionale, anzi). Anche nell’inchiesta di Brescia è indagata la direttrice di uno dei più importanti uffici postali della città, insieme a un funzionario di Veneto Banca. Le complicità agli sportelli degli istituti di credito sono ormai un classico delle inchieste di mafia o “nuova mafia”.

Poi va anche detto che la “nuova mafia” prospera grazie a leggi solitamente benevole con i colletti bianchi (basta vedere che cosa è successo in Parlamento negli ultimi mesi, dalla tormentata riforma del voto di scambio alla telenovela sul nuovo reato di autoriciclaggio). Nelle conversazioni intercettate (zeppe di “pota” e “figa”, tipici intercalari bresciani, per chi ancora considerasse certe questioni strettamente calabresi, siciliane, campane…) gli indagati concordano sul fatto che il loro sistema si basa su “reati fiscali di lieve entità e comunque sostenibili in sede dibattimentale”, osserva il gip. Così come paga il trucco – diffusissimo – di far sparire le società, e i loro conti in sospeso, dopo un paio anni di attività. Uno degli indagati racconta al telefono come accoglie i nuovi clienti: “Gli dico ‘sapete che i contributi non ne vengono pagati!? Li pago in un’altra maniera…li compenso’. Però, un anno, due anni vengono a trovarti (gli accertamenti, ndr) e arrivano perché oggi a non pagare le cose ti arrivano”.

Ma la nuova mafia non è fatta solo di carte false. Con altrettanta competenza, in un’altra intercettazione due degli arrestati discettano sulle caratteristiche della pistola Beretta e convengono che armi particolarmente sofisticate non servono, tanto “considera che una persona con 5 colpi se vuoi la secchi”. Hanno appena sparato alla vetrina di una pizzeria di Palazzolo sull’Oglio, cittadina a metà strada fra le operose province lombarde di Brescia e Bergamo.

[fonte: Il Fatto Quotidiano]

“MAFIA, SOLDI DEI SERVIZI SEGRETI A OTTO PADRINI”

Scritto da admin Il 28 - settembre - 2014 COMMENTA

servizi-segreti

Mafia, soldi dei Servizi segreti a otto padrini per avere soffiate sulle cosche.

PinoMasciari: se la notizia dovesse corrispondere al vero, sarebbe un macigno per questo Stato ed ogni commento sarebbe superfluo!!!

Il documento / Ecco il “protocollo farfalla” desecretato. E al processo trattativa Stato-Mafia Riina chiede di essere presente alla deposizione di Napolitano

di SALVO PALAZZOLOPALERMO - I servizi di sicurezza hanno offerto laute ricompense a otto autorevoli padrini di Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra rinchiusi al 41 bis, per cercare di ottenere informazioni. Eccolo, il segreto che per dieci anni è stato custodito dentro un documento di sei pagine chiamato “Protocollo Farfalla”. Un segreto di Stato ai vertici dell’antimafia, sottoscritto nel 2004 dai vertici dell’allora Sisde e del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Nei giorni scorsi il protocollo servizi-carceri è stato declassificato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, e oggi Repubblica è in grado di svelarne il contenuto più riservato. 

“Farfalla” non è stato soltanto un accordo per consentire uno scambio d’informazioni più veloce fra 007 e operatori penitenziari. Il protocollo Farfalla ha previsto la stipula di un patto riservatissimo con gli irriducibili delle mafie. Tanti soldi in cambio di informazioni sui segreti del crimine organizzato in Italia. Soldi provenienti dai fondi riservati dei Servizi. In fondo, a questo dovrebbero servire: come ricompensa per le notizie ottenute da confidenti d’eccezione. Nel protocollo, lo erano davvero d’eccezione. Anche troppo. Sono stati contattati Cristoforo Cannella, uno dei sicari della strage Borsellino, e altri nomi di primo piano di Cosa nostra: i palermitani Vincenzo Buccafusca e Salvatore Rinella, il catanese Giuseppe Maria Di Giacomo. Gli 007 si sono presentati anche nelle celle del camorrista Modestino Genovese e dello ‘ndranghetista Antonino Pelle. Ora, sul protocollo Farfalla indagano i pm dell’inchiesta trattativa Stato-mafia, e anche la commissione antimafia. Perché tante sono le domande ancora senza risposta: i servizi segreti hanno mai pagato uno degli assassini di Borsellino o qualche altro capomafia al 41 bis? Per quali rivelazioni? Domande pesanti, anche perché sulle indagini per la strage Borsellino c’è l’ombra del depistaggio costruito con tante informazioni fasulle.

“Farfalla” è uno degli snodi del processo d’appello al generale Mario Mori, l’ex direttore del Sisde che avviò l’operazione, assolto in primo grado dall’accusa di aver favorito la latitanza di Provenzano. In aula, il pg Roberto Scarpinato e il sostituto Luigi Patronaggio hanno chiesto di riaprire il caso: “Il punto critico del protocollo è la mancanza di un controllo di legalità da parte della magistratura”. È pesantissimo il giudizio della procura generale sull’ex direttore del Sisde: “Ha disatteso i suoi doveri istituzionali”. “Farfalla” è uno dei cinque capitoli del nuovo atto d’accusa. La ricostruzione di Scarpinato parte dagli anni ’70, quando Mori era al servizio segreto Sid; arriva agli anni ’90, quando i Ros avrebbero fatto scappare il boss Nitto Santapaola (“Abbiamo trovato una relazione di servizio falsa”, accusa il pg). “Il modus operandi di Mori è stato sempre da appartenente a strutture segrete”, accusa Scarpinato. Insorgono i legali di Mori, Basilio Milio ed Enzo Musco: “È un tentativo di rivisitare la storia d’Italia.”

[fonte: Repubblica.it]

In Italia ‘Ndrangheta piu’ forte e piu’ ricca

Scritto da admin Il 26 - settembre - 2014 COMMENTA

 

Antimafia

Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti:

“Sul piano transnazionale ci sono 3.600 bande criminali che si muovono con agire mafioso. Le nostre organizzazioni spesso si intrecciano e fanno affari con le altre. In Italia la ‘ndrangheta e’ sicuramente la piu’ forte e la piu’ ricca delle organizzazioni criminali e anche la piu’ ramificata sul territorio transnazionale”. A dirlo, a Palermo, il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, a margine della Settimana Alfonsiana. “Il target delle nostre mafie – ha proseguito- e’ il traffico di stupefacenti ma hanno diversificato la loro attivita’ con il contrabbando, il traffico di rifiuti e tratta di esseri umani. Naturalmente estorsione e usura restano le fonti di accumulazione primarie”.
  A proposito dei rapporti tra organizzazioni criminali e politica ha chiarito: “Questi rapporti sono accertati anche da sentenze definitive, lo scambio e’ quello che oggi e’ fissato dall’articolo 416 ter, sostegno elettorale e altre utilita’ in cambio della partecipazione ad affari come gli appalti pubblici. Al di la’ di tutte le interpretazioni possiamo dire che ora c’e’ uno strumento efficace che ci consente di investigare sul patto di scambio politico-mafioso”.

[fonte: Agi.it]

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Se vuoi organizzare un incontro in cui ti piacerebbe che Pino Masciari fosse ospite, invia una mail al seguente indirizzo :  info@pinomasciari.it   -

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