Friday, 31 October, 2014

Congresso federale Lega Nord al Forum di Assago

‘Ndrangheta, Maroni e la Lega nel mirino della Dda di Reggio Calabria? L’inchiesta de L’Espresso

Per oltre un anno Isabella Votino, la portavoce del governatore lombardo Roberto Maroni, e’ stata intercettata dai magistrati della procura antimafia di Reggio Calabria. Lo rivela “l’Espresso” nel numero in edicola domani. La donna, scrive il settimanale in una anticipazione fornita oggi, “e’ finita nell’inchiesta sul lato oscuro della Lega, l’intreccio tra professionisti calabresi e politici del partito che secondo i magistrati avrebbero riciclato sia i fondi del movimento padano che quelli della ‘ndrangheta, in particolare della potente famiglia De Stefano che da vent’anni domina Reggio Calabria. I contatti della Votino, che e’ stata portavoce di Maroni anche al ministero dell’Interno, con alcuni di questi indagati hanno fatto scattare l’iniziativa dei pm antimafia”. Dalle intercettazioni, secondo quanto scrive l’Espresso “emergono inoltre contatti della Votino con investigatori milanesi per tentare di ottenere informazioni su inchieste in corso che potrebbero interessare persone vicine alla Lega e a Maroni. Ed emerge anche il suo peso nel tessere relazioni politiche con esponenti di primo piano del centrodestra. Oltre alla Votino e’ finito intercettato un altro fidato uomo di Maroni, l’avvocato Domenico Aiello, legale del governatore lombardo”.

 

carabinieri_ansa2-kXgC-U10401958377849CG-640x320@LaStampa.itTredici arresti tra Lombardia e Calabria : ancora ‘ndrangheta, ancora al nord, si annida lì dove le grandi opere diventano interesse economico di affermazione e arricchimento.

L impegno della magistratura e delle forze di polizia è massiccio, ma la caccia ai cattivi se non supportata da leggi forti,rischia di rimanere fine a se stessa.

E le leggi antimafia e anticorruzione come funzionano?

Ormai il progetto expo volge alla sua conclusione dunque sono stati tanti gli affari permessi nel frattempo a tali cosche.

Poi magari per assurdo va a finire come il boss Giulio Lampada che “terrorizzato dalle sbarre” sconta la sua pena in una comunità terapeutica.

  Sopraffatto dalla mafia e dalla corruzione,  Il nostro Paese sta morendo, si arricchiscono le sole mafie e gli imprenditori disonesti , adesso basta! Dobbiamo reagire tutti. Pino Masciari

fonte: http://www.lastampa.it/2014/10/28/italia/cronache/le-mani-della-ndrangheta-sulle-grandi-opere-arrestate-persone-tra-lombardia-e-calabria-CjfOMmz4YhJSDj1PqhfRiL/pagina.html

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Solidarietà a Bentivoglio ,  Cutrò Coppola, e a tutti i testimoni di giustizia che urlano (urliamo) il proprio dolore.
E’ inconcepibile soffrire per uno Stato che si dimostra  ingrato, che agisce come Pilato “lavandosi le mani “ e che  deride di quei cittadini onesti che hanno servito lo stesso Stato.
La tecnica della delegittimazione e dell’ isolamento, facendo pesare la scelta di legalità, mentre le mafie sorridono soddisfatte, viene operata proprio dalle istituzioni che invece dovrebbero andare al di là dei numeri e agire con buon senso.
La Commissione Parlamentare Antimafia, che ha operato un ottimo lavoro in questi ultimi mesi, continua a denunciare le criticità sul sistema che coordina le vite dei testimoni di giustizia, mentre il Ministero dell’ Interno naviga per conto suo: stia in pace, la lezione è servita per promuovere  l’estinzione della razza dei testimoni di giustizia.
Il resto sono solo parole vuote e inconcludenti che servono ad imbiancare una facciata di finta legalità.
Reggio, Bentivoglio: “Finché sarà possibile sceglierò di non essere un testimone di giustizia”
“Ho appreso dalla stampa dell’interrogazione parlamentare presentata sulle mie vicende all’attenzione del signor Ministro dell’Interno da parte dell’On. Fabio Rampelli, che ringrazio per la sensibilità dimostrata. In merito alla risposta fornita dall’On. Alfano mi preme specificare che, finché sarà possibile, sceglierò di non essere quello che la burocrazia ministeriale definisce “testimone di giustizia”” lo afferma l’imprenditore Tiberio Bentivoglio.
“Per quel che so, oggi, essere sottoposti al “programma speciale di protezione”, e quindi potersi tecnicamente dire “testimoni di giustizia”, non è una scelta né un traguardo. Significa, nella stragrande maggioranza dei casi, essere costretti ad allontanarsi dall’oggi al domani con tutta la propria famiglia in una località segreta, dover cambiare identità e abbassare, forse per sempre, le saracinesche della propria azienda. Significa, soprattutto, distaccarsi, spesso definitivamente, da tutti gli affetti e dalla propria città. Ho vissuto e vivo sulla mia pelle, come chi è sottoposto al “programma speciale di protezione”, la scelta di denunciare, di mettermi a servizio dello Stato e degli inquirenti e di dover entrare in un’aula di tribunale facendo nomi e cognomi di chi cerca di incrociare il tuo sguardo dalle gabbie. A tutt’oggi non ho avuto la sfortuna di dover entrare in questo regime di protezione e, pur sotto scorta e tra mille difficoltà, ringrazio Dio di avere ancora la possibilità di portare avanti le mie denunce rimanendo in Calabria, continuando a tenere in vita la mia azienda e, dove possibile, convincendo altri a denunciare”.
“Ho appreso anche che il signor Ministro ha ritenuto di dover comunicare in diretta televisiva a tutta Italia, mafiosi compresi, l’importo corrisposto, fino ad oggi, in applicazione della legge n. 44/99, al sottoscritto e a mia moglie per l’attività di impresa. Avrei preferito che, allo stesso modo, il signor Ministro avesse comunicato all’opinione pubblica anche l’importo del danno complessivo, superiore ai due milioni di euro, causato dalla criminalità alla mia azienda e alla mia famiglia, il calo di fatturato e clientela che la mia attività ha subito a seguito dell’assedio della ‘ndrangheta e gli anni di ritardo con cui quelle somme ci sono state, nel tempo e dopo mille accertamenti, corrisposte”.
“Avrei ancora gradito – conclude – che il signor Ministro specificasse che quelle somme, come la legge impone attraverso il deposito in Prefettura delle relative fatture quietanzate, sono state utilizzate esclusivamente per il ripristino, e purtroppo solo di una parte, della merce distrutta da due dei sette attentati subiti. Solo comunicando almeno questi ulteriori dati, il Ministro dell’Interno avrebbe potuto dire di aver fornito al Parlamento un quadro chiaro e completo della mia storia, capace di trasmettere, almeno in piccola parte, le sofferenze e ansie che io e la mia famiglia continuiamo a provare per aver scelto di stare ogni giorno dalla parte giusta”.http://www.strettoweb.com/2014/10/reggio-bentivoglio-finche-possibile-scegliero-non-essere-testimone-giustizia/203538/
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  Le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza mostrano che nessun allarme è scattato nonostante il Cutrò, colpito da un malessere fisico, giacesse a terra privo di sensi.
23/10/2014 – L’associazione nazionale testimoni di giustizia nell’esprimere piena solidarietà al suo Presidente, Ignazio Cutrò, chiede al Prefetto di Agrigento, dott. Nicola Diomede, ed al Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza di avviare una seria verifica del malfunzionamento del sistema di videosorveglianza dell’abitazione del testimone di giustizia Cutrò. Le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza mostrano che nessun allarme è scattato nonostante il Cutrò, colpito da un malessere fisico, giacesse a terra privo di sensi. L’Associazione non chiede il rafforzamento del dispositivo di sicurezza tantomeno il potenziamento del sistema di videosorveglianza; chiediamo semmai, e senza alcun onere a carico delle istituzioni preposte alla tutela della famiglia Cutrò, di far funzionare ciò che c’è già: le telecamere e che le immagini riprese dalle stesse siano costantemente sotto stretta osservazione da parte del personale della caserma dei carabinieri addetto a tale servizio. Confidiamo che questo nostro appello alle Istituzioni venga prontamente posto alla attenzione degli organi preposti a salvaguardare la vita della famiglia Cutrò.
http://parcodeinebrodi.blogspot.it/2014/10/testimoni-di-giustizia-solidarieta-al.html

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Luigi Coppola-

Camorra: testimone giustizia, Stato mi costringe all’elemosina

testo Napoli, 19 ott. (AdnKronos)

(Rre/AdnKronos)

“Il viceministro Bubbico asserisce che risolverà il problema dei testimoni di giustizia, ma se ciò fosse vero perché non è in grado di risolvere il mio di problema?”. L’appello è di Luigi Coppola, testimone di giustizia di Pompei, che nei mesi scorsi aveva chiesto proprio a Bubbico di interessarsi alla drammatica situazione in cui si trova costretto a vivere con moglie e figlie: “Senza casa, senza lavoro, ero un imprenditore e ora sono un elemosinante e un morto che cammina senza più la protezione”, è la denuncia di Coppola, che amaramente conclude: “E’ meglio espatriare che denunciare le mafie. Io posso provare che una volta che hai testimoniato diventi il niente, nessuno si interesserà se vivi oppure crepi, e il mio caso lo dimostra”.

“Se è capace venga a Pompei a vedere lo Stato e l’indifferenza come hanno ridotto Luigi coppola e famiglia. Io ci metto la faccia. Faccia altrettanto Bubbico”, conclude il testimone di giustizia.

 

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Pino Masciari: questa non è la giustizia che meritano i cittadini italiani, né vera esemplarità.
Non vi è legalità senza giustizia.
La lungaggine dei tempi di giustizia è vergognosa( in questo caso si attende da circa quindici anni per alcuni capi d’ imputazione come estorsione, usura e associazione mafiosa), mentre il terrore ambientale è il vero trionfo.
Chi è morto per la giustizia diceva“Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico” (Livatino).

“‘Ndrangheta, processi a rilento: a Vibo tornano liberi due boss di primo piano del clan Mancuso di Limbadi

Si tratta dei figli di “don Mico” Mancuso, considerati esponenti di spicco della pericolosa cosca. Hanno scontato le pene per cui erano in carcere ma su di loro pesano altri processi: uno è legato a un’operazione di 15 anni fa

VIBO VALENTIA – Due boss della ‘ndrangheta tornano liberi per fine pena. Si tratta dei fratelli Diego (detto “Mazzola”) e Francesco “Ciccio Tabacco” Mancuso, di 61 e 57 anni, esponenti di spicco del clan di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, considerato uno dei più pericolosi di tutta italia. Per loro, ormai, nessuna misura restrittiva: Diego ha scontato 15 anni per associazione mafiosa e truffa al termine dei processi “Dinasty” e “Batteria”, Ciccio è stato in carcere 11 anni per mafia e usura dopo le condanne nei processi “Dinasty” e “Senza Respiro”.

Figli entrambi di “don Mico” Mancuso, sono stati condannati in primo grado nel maggio 2013 ad ulteriori 6 anni di carcere a testa per associazione mafiosa nel processo “Genesi”, il cui appello a Catanzaro deve però ancora essere fissato, e sono attualmente imputati, per estorsione ed usura, pure nel processo “Impeto”, nato da un’operazione antimafia del 1999 ma che aspetta ancora la sentenza di primo grado.

Nel frattempo, però, per loro le porte del carcere si riaprono. Con le scarcerazioni di Diego e Francesco Mancuso salgono a 6 gli esponenti di spicco del clan tornati liberi. Nel luglio 2012, dopo 19 anni di detenzione, è stato infatti scarcerato (ed è attualmente irreperibile) il boss Luigi Mancuso, mentre liberi sono anche Cosmo Mancuso, Francesco Mancuso, detto “Bandera”, Domenico e Salvatore Mancuso.”

mercoledì 22 ottobre 2014 18:34

http://www.ilquotidianoweb.it/news/cronache/730824/-Ndrangheta–processi-a-rilento.html

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“‘Ndrangheta, arrestati 13 imprenditori-  Le indagini si spingono fino a Verona

L’operazione della Guardia di finanza in Calabria e Lombardia.
Scoperto un intreccio tra alcune imprese riconducibili alla cosca Pesce e le coop scaligere”
Pino Masciari-Ancora ‘ndrangheta, ancora intromissione nel circuito economico del Paese, in apparenza normale per la connivenza di ditte e imprese compiacenti.
Perché il pericolo è sempre quello, che la ‘ndrangheta diventi sponda fertile di attività e lavoro.
Bene l’azione della Procura di Reggio Calabria e della guardia di finanza che continuano incessantemente a scovare filoni criminali .
E la lotta va avanti, non si deve rimanere indifferenti a strategie che ipotecano il futuro dei cittadini.
Il nostro Paese sta morendo, si arricchiscono le sole mafie e gli imprenditori  onesti chiudono, adesso basta! Dobbiamo reagire tutti. Il Paese vuole il cambiamento anche se è imprigionato nella paura e nella sfiducia. Dobbiamo cambiare. Occorrono idee e progetti seri. Il futuro appartiene a Noi. Proviamo a riprendercelo insieme. Italia, “Organizziamo il coraggio” .
Fonte: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2014/21-ottobre-2014/-ndrangheta-arrestati-13-imprenditori-indagini-si-spingono-fino-verona-230386412325.shtml

Pericolosi intrecci tra Vaticano, ‘ndrangheta e Stato

Scritto da admin Il 18 - ottobre - 2014 COMMENTA

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Pino Masciari: Il potere della ‘ndrangheta viene sottovalutato, gli intrecci che questa notizia ci espone (qualora ne venga avvalorata la sua fondatezza) va’ oltre il pensiero di molti, ma non dobbiamo stupirci più di tanto, dobbiamo solo indignarci e lottare contro questo scempio sociale.

“Ragazzo ucciso in Calabria, spunta lo 007 vaticano

Un sacerdote in contatto con il servizio segreto della Santa Sede interviene nell’inchiesta su un omicidio commesso in Calabria. Un mistero su cui proseguono le indagini.”

Il servizio segreto del Vaticano, “l’Entità” che da quattro secoli spia per conto della Santa Sede, è intervenuto nelle indagini su un delitto di ndrangheta in Calabria. Una vicenda dai risvolti ancora misteriosi che viene rivelata da Lirio Abbate sul numero de “l’Espresso” in edicola domani.

Una storia che comincia con l’omicidio di un diciottenne, assassinato nel dicembre 2009 a Taurianova, alle pendici dell’Aspromonte. Il ragazzo è stato ucciso da un killer solitario mentre festeggiava il compleanno di un’amica. La vittima, Francesco Inzitari, è il figlio di Pasquale, un politico e imprenditore di Rizziconi arrestato nel maggio del 2008 con l’accusa di essere colluso con i clan.

Di fronte all’omertà dei testimoni, vengono messi sotto controllo i telefoni. Cinque giorni dopo una delle testimoni riceve  un sms: «Ciao Angela, ti sei ripresa un po’? Se vuoi qualcosa non farti problemi a chiedermela. Non preoccuparti: sappiamo chi è stato. A presto». A scriverlo è un giovane prete, Giuseppe Francone, originario di Polistena, che all’epoca aveva 25 anni e affiancava il parroco di Rizziconi. Il padre della ragazza chiama il sacerdote per chiedere spiegazioni.

E Don Francone gli risponde di conoscere sia l’esecutore che i mandanti. Poi si mettono d’accordo: non bisogna dire nulla.

I magistrati della procura di Reggio Calabria che conducono l’inchiesta convocano il prete. Ma don Francone si giustifica e minimizza. Spiega solo di «aver sentito alcune voci in parrocchia sui possibili autori del delitto che sono vicini alla famiglia Crea» e di averne parlato in Curia.

Dopo la deposizione, grazie a una cimice nascosta sulla sua auto, i carabinieri registrano una sua telefonata. Il sacerdote chiama il Vaticano e chiede di parlare con la segreteria di Stato. Poi si fa passare un ufficio di copertura dei servizi segreti del Santo Padre e si presenta al suo interlocutore con un codice numerico di sei cifre. A quel punto domanda di «monsignore Lo Giudice», a cui fa rapporto. Accenna all’ipotesi che qualcuno, forse dell’intelligence vaticana, possa avere «interferito» con le indagini. Evoca verbali e archivi, custoditi in Calabria, farà un controllo per vedere cosa emerge su Crea e Inzitari. Infine dice: «L’unica cosa che mi hanno chiesto è che se acquisiamo informazioni di fargliele avere». Ma sottolinea che prima di passare le informazioni ai magistrati vuole trasmetterle in Vaticano, in modo tale che possano «lavorarle» a Roma.

L’unica foto disponibile di don Francone sulla sua pagina Twitter lo mostra mentre stringe la mano  a papa Francesco. Nel 2012 ha lasciato la Calabria e si è trasferito in una parrocchia del quartiere Prati, a pochi passi da San Pietro. L’ipotesi investigativa è che dietro l’uccisione del diciottenne ci sia una vendetta. Una punizione di sangue del clan Crea nei confronti del padre, Pasquale Inzitari, che assieme al cognato Nino Princi avrebbe fatto sapere alla polizia come catturare il padrino latitante Teodoro Crea. E la famiglia Crea dispone di relazioni romane molto forti, anche tra uomini dello Stato. Una vicenda su cui il gip ha ordinato di compiere nuove indagini.

[fonte: L'Espresso]


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L’EMIGRAZIONE CLANDESTINA dei TESTIMONI DI GIUSTIZIA. Pino Masciari: Chi agisce accanto allo Stato non può essere “sbattuto fuori” dal suo Paese! La punizione sarebbe davvero troppa e il messaggio che passa è devastante.Mentre l’Italia accoglie i clandestini, l’italiano-testimone diventa clandestino nel proprio paese e clandestino- immigrato in altro paese.

Certo che l’immigrazione è diventata la specialità del Ministero dell’Interno e del suo Ministro.  

La vera emergenza è che la mafia è tanto espansa ed efficace da aumentare il Pil  e le risorse dello Stato italiano in questo campo si vuole siano sempre meno.

Così come la burocrazia, lenta e ferraginosa, attanaglia vicende di testimoni per troppo tempo, non offrendo soluzioni energiche nei tempi giusti.

Esprimere debolezza vuole dire lasciare stare. Arrendersi. Abbandonare il campo!

E per coloro che ormai da anni si trovano all’interno del sistema di protezione?

Si abbandonano al proprio destino, in questo caso certo della vendetta criminale, e il problema è risolto.

L’ Italia non può demandare ad altri paesi un problema così importante e profondo che la stringe nel cuore.

Ma interessante è l’ articolo di Saverio Lodato che cita testualmente: ”Uno Stato-Mafia e una Mafia-Stato sono le entità che resero possibile la carneficina in Sicilia che ebbe come vittime tutti coloro i quali credevano di avere le spalle coperte dallo Stato. D’altra parte, se avessero avuto ragione loro, non sarebbero stati massacrati dal tritolo e dai pallettoni. Invece avevano torto. Andavano allo sbaraglio mentre Stato-Mafia e Mafia-Stato li pugnalavano alle spalle”.

(http://www.antimafiaduemila.com/saverio-lodato/signora-falcone-parli.html#.VD9mTyVqGoU.email).

 

I testimoni e pentiti costano troppo. E lo Stato pensa di mandarli all’estero- L’ESPRESSO- 14 ottobre 2014

Le persone sottoposte a programmi di protezione hanno superato quota 6000. E In sei mesi sono stati spesi oltre 42 milioni di euro. Alfano parla di ‘emergenza’. E il Viminale spera in un aiuto dagli altri Paesi. 
DI CLEMENTE PISTILLI

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/13/news/boom-di-pentiti-1.183879

Il numero dei collaboratori e dei testimoni di giustizia è in aumento E in soli sei mesi lo Stato ha messo a bilancio oltre 42 milioni di euro per il loro sostegno economico. La soluzione? Proteggerli sì, ma all’estero. Un sacrificio enorme chiesto a chi ha dato un contributo alle indagini. E soprattutto a quei commercianti e imprenditori che non hanno commesso alcun reato, ma liberamente e con coraggio hanno scelto di denunciare.
Le persone sottoposte a programmi di protezione, il dato è di fine giugno, hanno superato quota 6000. Mai così tante dal 1995. Un aiuto notevole nella lotta al crimine organizzato, che rischia di innescare un problema di risorse per lo Stato, privo di mezzi e uomini a sufficienza per garantire ai pentiti, ai testimoni e ai relativi familiari la necessaria sicurezza e il sostegno economico.

In sei mesi sono stati spesi oltre 42 milioni di euro, il Ministero dell’interno ha cercato di risparmiare in tutti i modi, ma mancano finanziamenti adeguati. A lanciare l’allarme è stato lo stesso ministro Angelino Alfano, in una relazione inviata a Montecitorio e relativa al monitoraggio compiuto sui programmi di protezione, tra gennaio e giugno di quest’anno. Il fenomeno della collaborazione è stato definito dal Viminale “in crescita esponenziale”. La protezione è stata concessa a 1158 collaboratori di giustizia (1144 nel 2003), a 86 testimoni di giustizia (80 nel 2003) e a 4759 familiari di pentiti e testi, per un totale appunto di 6003 persone. In sei mesi una crescita di 162 unità.

I pentiti di camorra sono 521, di Cosa Nostra 289, di ‘ndrangheta 139, della criminalità organizzata pugliese 113 e delle altre organizzazioni criminali 97. Per quanto riguarda invece i testimoni di giustizia il numero maggiore riguarda quelli dei procedimenti contro la n’drangheta (28), seguiti da quelli dei procedimenti contro la camorra (22), Cosa Nostra (15), criminalità organizzata pugliese (7), senza contare quelli contro le altre organizzazioni (14). Per quanto riguarda le nuove richieste di protezione avanzate dalle Procure il numero maggiore è arrivato  da Napoli (34), seguita da Bari (5), Salerno (4), Catania (3), Palermo (3), Catanzaro (3), Reggio Calabria (2), Caltanissetta (2). Una sola proposta infine è arrivata dalle Procure di Roma, Perugia, Messina, Lucca, Bologna e L’Aquila.
I pentiti in stato di libertà sono 476, 387 quelli ammessi a misure alternative al carcere e 295 ancora reclusi. La situazione più pesante riguarda, però, i familiari di collaboratori e testimoni, strappati ai loro affetti e alla loro vita, in particolare i minorenni, a cui viene fornito sostegno psicologico. I minori inseriti nei programmi di protezione sono ben 1997, 452 tra 0 e 5 anni, 617 tra 6 e 10 anni, 629 tra gli 11 e i 15 anni, e 298 tra 16 e 18 anni.
Complesso, infine, per lo Stato reinserire nel mondo del lavoro chi aiuta gli inquirenti nelle indagini. In molti finiscono così per continuare a gravare sul bilancio delle spese di protezione. Una piaga. Tanto che Alfano ha parlato di una gestione “sempre più emergenziale”, con una “carenza di disponibilità finanziaria che si protrae ormai da parecchi anni”. Soluzioni dietro l’angolo non se ne vedono e il Viminale spera in un aiuto dagli altri Paesi con uno scambio di ospitalità di nuclei familiari da proteggere tra Stati membri. Per chi decide di collaborare con la giustizia si profila così un ulteriore sacrificio: addio alla propria vita e anche al proprio Paese.

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/13/news/boom-di-pentiti-1.183879

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Pino Masciari: perchè nella mia terra non  cambia nulla?                                     Un popolo sopraffatto dalla rassegnazione e un indistruttibile vuoto politico continuano a condannare il futuro di un territorio e dei suoi giovani alla più crudele involuzione  e miseria.

Lo sviluppo è incendiato

di Salvatore Albanese
http://www.ilvizzarro.it/lo-sviluppo-e-incendiato.html
Avrebbero dovuto riversarsi in piazza, a centinaia, a migliaia, i cittadini delle Serre che domenica scorsa, per l’ennesima volta, hanno dovuto soffocare nel silenzio il rancore di un futuro interrotto. Rimandato, a chi sa quando, da un male oscuro e allo stesso tempo presente ormai ovunque, di cui quasi si ha il timore di leggere anche soltanto quattro righe sul giornale. I mezzi della Trasversale, in un cantiere alle porte di Simbario, prendono fuoco. Lo decide la ‘ndrangheta, ancora una volta, leggera e arrogante. «Questione di racket – si dirà laconicamente – la solita storia».
E poi via di nuovo a scorrere verso altri fatti, altre notizie, altro vissuto, come se poco o nulla fosse accaduto per un popolo incapace di indignarsi anche di fronte ad una mostruosità che in qualsiasi altro punto d’Italia avrebbe ravvivato telecamere e prime serate, scatti di dignità e provvedimenti istituzionali, proteste e ovazioni di solidarietà. Qui invece no, qui il sud del sud continua a soccombere, vestito di quella gretta indifferenza che fa apparire digeribile anche la violenza più cruda.
Quella della Trasversale delle Serre è una storia fatta di vergogna. Di pastoie burocratiche, di varianti progettuali, di miliardi arraffati, di speranze svanite, di annunci, promesse, tagli di nastro, bombe ed incendi. Incendi come quello di due giorni fa, quando qualcuno – tra la notte di sabato e domenica scorsa – si intrufola in un cantiere e, visto che crede di avere avuto ancora poco, mette a fuoco cinque mezzi di un’azienda impegnata a completare i lavori. Alle tre di notte, sul posto, forze dell’ordine e vigili del fuoco impegnati a spegnere le fiamme criminali dell’estorsione.
Sono tanti i fattori che hanno contribuito a mettere nero su bianco i drammi di questo sviluppo negato, ma proprio le intimidazioni subite dalle aziende appaltatrici, hanno rappresentato il male maggiore. La ‘ndrangheta, più di tutto, ha posto il marchio su mezzo secolo di sogni traditi, di promesse sistematicamente disattese. I precedenti sono tanti, come quello del settembre 2008, quando, proprio a Simbario, fu dato alle fiamme un furgone parcheggiato in prossimità di alcune bombole di ossiacetilene. Fossero esplose, avrebbero provocato danni inimmaginabili per un cantiere in cui, all’epoca, lavoravano oltre cento persone. Ancora prima, il 26 marzo dello stesso anno, era stato ucciso Antonio Longo, titolare della “Tecnovese”, azienda in quel periodo impegnata nei lavori alla Trasversale. Quello di Longo, a 7 anni di distanza, è un omicidio rimasto avvolto nel mistero: un agguato spregiudicato, messo in atto da sicari che, in pieno giorno, viaggiando a bordo di un furgone affiancarono l’auto dell’imprenditore sulla “Strada dei due Mari”, che conduce da Lamezia a Catanzaro, riversandogli addosso, in corsa, interi caricatori di armi da fuoco. Nessuno vide nulla.
Anche oggi è il silenzio totale. Qualche antibiotico all’acqua di rose, condito dai soliti comunicati di routine arrivati dagli uffici stampa di onorevoli, sindaci, potenziali governatori e nulla più, nessun seguito. Poche parole buttate a casaccio con frasi ricavate grazie al “copia ed incolla” dell’ultimo attentato e poi basta, va bene così. Il compitino è svolto, dopo tutto ci sono campagne elettorali fresche su cui riversare attenzioni ed energie. Le responsabilità si fermano alla condanna delle lamiere infuocate e delle fiamme alte. Nessun provvedimento, nessun vertice, nessun decreto, nessuna operazione d’urgenza per scervellarsi casomai a tentare di portare finalmente a termine un’opera pubblica (una cinquantina di chilometri scarsi, mica la Muraglia cinese) concepita per la prima volta nel 1966.
Intanto lo Stato – la notizia è di una settimana fa – ci racconta che «il Paese cresce se crescono le infrastrutture», tanto che a tal proposito si pensa di dover riprendere i lavori del Ponte sullo Stretto e favorire una seria accelerazione sui cantieri della Tav. Insomma, un circo al contrario, per un Governo che ancora continua a saziare i questuanti milionari di opere scellerate e senza senso e, di contro, lascia nell’isolamento più totale la montagna dell’ultima provincia dell’ultima regione d’Italia, laddove a confronto basterebbero una manciata di reale buona volontà, tanto coraggio e pochi soldini. Invece no, il nostro territorio deve restare ai margini, in balia di clan e boss casomai da venerare. Sembra quindi bestemmia l’idea di far convogliare gli sforzi e le attenzioni verso quello che davvero è necessario, anzi imprescindibile. Perché non risulterebbe fantomatico, allora, impegnare magari l’esercito a sorveglianza dei lavori della Trasversale delle Serre, di giorno e di notte. Proprio lo stesso esercito che in genere si spende nelle costose pseudo missioni di pace all’estero e che si potrebbe, piuttosto, adoperare nei cantieri allestiti lungo quella lingua desolata di Calabria, dove ormai dal 1966 si combatte la guerra, quella vera. Una guerra che vede in contrasto la ‘ndrangheta e i diritti di intere popolazioni stuprate, prese in ostaggio da attentati alla civiltà.”
 

Pino Masciari: Lo spaccato quotidiano di un Paese

Scritto da Pino Masciari Il 14 - ottobre - 2014 COMMENTA

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E mentre in Calabria a San Ferdinando, nell’ operazione della Distrettuale Antimafia sono stati emessi 26 decreti di fermo, tra cui anche il primo cittadino ecoinvolti anche altri amministratori della zona, (http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/calabria/-ndrangheta-sgominata-cosca-bellocco-fermato-il-sindaco-di-san-ferdinando_2073528201402a.shtml),

ad Aosta si decide il Giudizio abbreviato per cinque imputati (Claudio Taccone, i suoi figli Ferdinando e Vincenzo tutti di Saint-Marcel, Santo Mammoliti e Domenico Mammoliti di Aosta)  nell’udienza relativa all’inchiesta Hybris, in cui per tutti ricorre l’aggravante prevista dal metodo mafioso.

http://www.lastampa.it/2014/04/14/edizioni/aosta/ndrangheta-giudizio-abbreviato-per-i-valdostani-imputati-MHmRG2mON1hMN9p6rIMDAJ/pagina.html)

ancora al sud e soprattutto in Calabria dove, secondo i dati aggiornati di Ossigeno per l’Informazione, si vuol imbavagliare il giornalista con la violenza (fino ad oggi ci sono già 30 casi accertati di giornalisti minacciati) -Denunciare la ‘Ndrangheta in terra di ’Ndrangheta

http://www.antimafiaduemila.com/2014101351795/cronache-italia/denunciare-la-ndrangheta-in-terra-di-ndrangheta.html

E a  Roma il Presidente della Repubblica Napolitano ,consegna l’onorificenza di grande ufficiale alla sorella del magistrato Falcone e ci ricorda  «Combattiamo la mafia come Falcone»,

http://www.corriere.it/politica/14_ottobre_13/napolitano-combattiamo-mafia-come-falcone-5822274e-5309-11e4-8e37-1a517d63eb63.shtml

Lo spaccato quotidiano di un Paese che cerca affannosamente di arginare il fenomeno mafioso, in ritardo rispetto alla velocità con cui si è estesa e consolidata ovunque la criminalità organizzata .

Forse si può riprendendo il pensiero di Falcone, “la mafia si può vincere cambiando completamente la società, attraverso un esercito di giovani educati alla legalità”.

’Ndrangheta in Liguria, due secoli di carcere

Scritto da admin Il 8 - ottobre - 2014 COMMENTA

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“A Ventimiglia c’era una locale della ’ndrangheta. Guidata da un signore di 82 anni, Giuseppe Marcianò, sul cui volto non è comparsa alcuna emozione quando il giudice gli ha detto quanto tempo avrebbe dovuto passare in carcere: sedici anni. Tre in più del figlio Vincenzo. Ma se a Ventimiglia c’era la ’ndrangheta, non aveva l’appoggio della politica: l’ex sindaco Gaetano Scullino e il suo braccio destro, l’ex general manager del Comune Marco Prestileo, sono stati assolti dal reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Anche se la società costituita dalla locale per ottenere gli appalti pubblici, la “Marvon”, ne aveva ottenuti alcuni, non c’è prova dell’aiuto dei due amministratori.

Le prime condanne per 416 bis nella storia giudiziaria della provincia di Imperia, arrivate ieri con la sentenza del processo “La Svolta” , sono state sedici. Per un totale di centotrentotto anni. E hanno colpito non solo la locale della città di confine, ma anche quella di Bordighera, distinta dalla prima. Autonoma. E comandata dal clan Pellegrino-Barilaro. Ci sono poi altre dodici condanne, per usura, traffico d’armi, spaccio di cocaina (e il conto finale rasenta i due secoli di carcere). Reati commessi sia dagli imputati per associazione a delinquere di stampo mafioso che dai “fiancheggiatori” della locale, della quale non facevano comunque parte.

Il verdetto, definito dal pm Antimafia Giovanni Arena «un pezzettino di storia», perché, nonostante sia appunto il primo per 416 bis, va messo in conto il lungo iter ancora da affrontare – altri due gradi di giudizio – è arrivato intorno a mezzogiorno e quaranta. Il presidente del collegio Paolo Luppi, con ai lati i giudici Anna Bonsignorio e Massimiliano Botti, ha iniziato a leggere il dispositivo nel silenzio più assoluto. Spezzato quando ha cominciato a pronunciare l’entità delle pene inflitte. Quei sedici anni all’anziano boss, che mai, nel corso della mattinata, si era alzato dalla panca al centro della gabbia. Lo farà solo quando dovrà seguire gli agenti della penitenziaria, destinazione il centro medico del carcere di Torino, dove si trova dalla scorsa primavera, dopo il malore che lo aveva colto in aula. I tredici al figlio Vincenzo, altri sette e mezzo al nipote, anche lui di nome Vincenzo. Quattordici ad Antonio Palamara, che con Peppino Marcianò ha condiviso il grado di capo della locale, e altrettanti a Giuseppe Gallotta. E poi via via tutti gli altri, compresi tre dei quattro fratelli Pellegrino: Maurizio, Roberto e Giovanni (l’unico assente in aula), sedici anni al primo, dieci e mezzo a testa agli altri due. Mentre il quarto fratello, Michele, è stato assolto.

La sentenza del Tribunale di Imperia mette un primo punto fermo sull’esistenza della criminalità organizzata in questo lembo di Liguria. Esistenza rimarcata con decisione dall’allora procuratore di Sanremo Roberto Cavallone, il primo a portare a processo proprio il clan Pellegrino-Barilaro per il caso delle minacce agli ex assessori di Bordighera, con il metodo mafioso. Vi fu un’assoluzione, ma non la resa della Procura e dei carabinieri, che negli ultimi anni hanno tessuto la loro rete attorno alla ’ndrangheta nell’estremo Ponente. Prima con l’indagine “Spiga” – spaccio, usura e armi – poi con l’operazione “La Svolta”. Fino a quella relazione firmata dal capitano Sergio Pizziconi, comandante del nucleo investigativo del comando provinciale -e testimone al processo assieme ai suoi uomini – che ha rappresenta l’atto di accusa decisivo contro i Marcianò, i Pellegrino, i Barilaro, Palamara, Gallotta e gli altri condannati per 461 bis.

«L’impianto accusatorio ha retto», il commento al termine del processo del pm Arena, consapevole di avere messo la sua, di firma, sul “pezzettino di storia”. Quella che dice che la ’ndragheta, a Ventimiglia e Bordighera, nonostante abbia sempre cercato di rispettare la regola del “basso profilo”, non è riuscita a nascondersi. È stata scoperta. E condannata.”

[fonte: ilsecoloxix.it]

Ossa bruciate, forse resti di testimone di giustizia.

Scritto da admin Il 7 - ottobre - 2014 2 COMMENTI

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Pino Masciari: Se il ritrovamento dovesse essere confermato è incredibile, nonchè spaventosa, la libertà con cui riescono ad agire le mafie per farsi “giustizia”! Le mafie non dimenticano, a differenza di chi dovrebbe tutelare la sicurezza di chi ha affidato, con sacrificio e coraggio, la propria vita e quella dei famigliari nelle mani dello Stato!

Ossa bruciate in campo a Valenzano: forse resti
di testimone di giustizia

BARI – Frammenti di ossa bruciacchiati trovati a 400 metri dalla sua abitazione. Lì, sotto un albero annerito, la macabra scoperta fatta dai Carabinieri domenica mattina. Troppo presto per dire se il cadavere carbonizzato, perché di resti umani si tratta, sia quello di Alessandro Leopardi, di 38 anni, artigiano di Valenzano di cui non si hanno più notizie dal 1° ottobre scorso.
La Procura di Bari ha avviato accertamenti su quei frammenti di ossa trovati in campagna alla periferia di Valenzano, sotto un albero di ulivo, a ridosso di un muretto a secco. I Carabinieri della Compagnia di Triggiano, coordinati dal Pm Manfredi Dini Ciacci, non escludono che si tratti dei resti dell’uomo. Prima, però, occorrerà attendere gli esami del Dna e i risultati di accertamenti di natura medico-legale affidati al professor Francesco Introna, dell’Università di Bari.
Ieri pomeriggio il padre di Leopardi ha raggiunto l’Istituto di medicina legale nel Policlinico, per sottoporsi al prelievo del Dna da confrontare con quello estratto da piccoli frammenti ossei. Un lavoro non semplice, considerate le condizioni in cui le ossa erano ridotte. Per conoscere il risultato occorrerà attendere una ventina di giorni. Omicidio l’ipotesi di reato. Una ragione tecnica anche per consentire agli investigatori di poter svolgere altri accertamenti e indagini.

Alessandro Leopardi denunciò nel 2005 per estorsione e fece arrestare tre presunti componenti del clan Stramaglia di Bari: Michele Buscemi, Luca Masciopinto e Matteo Radogna. L’uomo e la sua famiglia vennero sottoposti a un periodo di protezione nelle Marche fino al 2011. Poi decisero di tornare in Puglia.

Gli investigatori sospettano che l’uomo, un corniciaio che nel 2005, con la sua denuncia, contribuì a fare arrestare tre persone, sia stato vittima di una lupara bianca. Ma la pista non è affatto l’unica (sempre che quelle ossa siano di Leopardi). Appare strano, ad esempio, che i possibili assassini abbiano deciso di liberarsi del corpo a una distanza così ravvicinata dalla sua abitazione. Se fosse davvero lui, potrebbe avere incontrato qualcuno con cui ha litigato per ragioni diverse da quella vecchia denuncia? La zona in cui è stato ritrovato il corpo bruciacchiato era già stata battuta dai militari, ma subito dopo la denuncia di scomparsa, nell’immediatezza delle ricerche, quel corpo bruciacchiato e quei frammenti non erano apparsi così evidenti. Ad un secondo passaggio la macabra scoperta.
Leopardi mercoledì mattina, primo giorno di ottobre, presumibilmente intorno a mezzogiorno è uscito di casa, ha raggiunto la strada ed è salito in macchina. O qualcuno lo ha costretto a farlo. Da quell’esatto momento non se ne hanno più notizie. L’ultima a parlare con lui è stata la moglie Rossella, uscendo di casa poco dopo le 9. Poi il nulla. Quando la donna è rincasata, intorno alle 13.15 ha trovato la porta aperta, le pentole sui fornelli, le pietanze in cottura, il cellulare del marito sul tavolo. Nessun segno di scasso sulla porta, l’appartamento in perfetto ordine.

Chi lo conosce lo descrive come una persona tranquilla e perbene. Sono giorni terribili per chi gli vuole bene.
«È inquietante l’ipotesi che le ossa umane bruciate siano di Alessandro Leopardi, testimone di giustizia scomparso la scorsa settimana – afferma il deputato Davide Mattiello (Pd), componente della Commissione Antimafia -. La valutazione della attualità e della gravità del pericolo in situazioni come questa è rimessa alla Procura Distrettuale, che può proporre il soggetto per misure speciali previste dalla legge».

[fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno]

Lotta alla mafia a parole. A Renzi non interessa

Scritto da admin Il 6 - ottobre - 2014 1 COMMENTO

lotta alla mafia

Pino Masciari: Se lo Stato non è al fianco dei cittadini in questa lotta, tutto il lavoro fatto, i sacrifici, le rinuncie, le vite perse per combattere le mafie, tutto sarà vanificato e reso inutile. Uno Stato che non lotta contro la criminalità, l’illegalità e la corruzione non è uno Stato al fianco dei suoi cittadini! Voglio sperare che non sia così………

“È scomparsa dal programma dell’esecutivo. Su 43 ddl solo due sono diventati legge.”

La lotta alla mafia e alla criminalità organizzata è scomparsa dall’agenda del governo Renzi. E i pochi provvedimenti che il premier ha avuto il coraggio di presentare sono finiti su un binario morto. Un esempio? La norma sull’autoriciclaggio, che le Procure, tutte, reclamano a gran voce per avere uno strumento in più per la lotta alla mafia. Invece è finita insabbiata in commissione. Tanto che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha ammesso candidamente che il governo su questo ha (quasi) le mani legate perché non c’è accordo politico. E neppure la volontà da parte di Renzi di forzare la mano. Come invece ha fatto e sta facendo su altri temi. Nel Pd, però c’è anche chi come Rosy Bindi, presidente della commissione antimafia, non ci sta. E segnala che il «machismo» di Renzi non può funzionare solo su alcuni temi. «Il governo ha un doppio registro sospetto – ha scandito – forte con i lavoratori e debole con gli evasori fiscali. Noi dobbiamo “tipicizzare” il reato di autoriciclaggio. Quando lo faranno sarò sempre troppo tardi. Il decisionismo del presidente del Consiglio lo vorrei in tutti i settori, non solo sull’articolo 18». Invece Renzi sembra essere assai poco interessato alla lotta alla criminalità organizzata. Nei tanto sbandierati «mille giorni» che dovrebbero rivoluzionare il nostro Paese non c’è neppure un accenno, una proposta, una frase. E la mafia, come sottolinea il sito Openpolis.it, dati e cifre alla mano, non sembra essere una priorità neanche nel sito del governo «passodopopasso». A questa dimenticanza potrebbe supplire il Parlamento. Il quale, però, a sua volta, sembra essere altrettanto sordo a questa esigenza. Dei 43 disegni di legge presentati a Camera e Senato sulla materia, sottolinea ancora la ricerca del sito, 11 sono stati approvati nelle varie fasi dell’iter, e solamente due sono diventati definitivamente legge (Commissione Anti-Mafia, e modifica al 416-ter). Tutti gli altri sono finiti nelle sabbie mobili del Parlamento. C’è, ad esempio, un disegno di legge presentato a palazzo Madama dal senatore Franco Cardiello di Forza Italia che prevede «interventi urgenti in materia di beni della criminalità organizzata e a favore dell’agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata». È stato presentato l’11 luglio dell’anno scorso ma non è stato ancora assegnato a nessuna commissione. Così come quello del senatore del Pd Doris Lo Moro che prevede «norme in materia di scioglimento delle aziende sanitarie per infiltrazioni mafiose: presentato a settembre del 2013 aspetta ancora di essere assegnato.

Paolo Zapitelli – iltempo.it

corruzione

Pino Masciari: la politica, quella corrotta e marcia, non può farne a meno, non esisterebbe senza l’appoggio delle mafie. Ecco poi proliferare corruzione e malaffare in un mondo, quello politico, dove l’interesse non è più dei cittadini ma delle mafie e tutto ciò che ne è colluso con esse! Non permettiamo che questo sistema marcio sin dalla radice possa continuare!

‘Ndrangheta, Roberti: “Dall’Emilia in Calabria a cercar voti? Sai che lì si decide”

Da Reggio Emilia, il procuratore nazionale antimafia ha risposto così a chi gli chiedeva dei viaggi pre elettorali degli amministratori locali emiliani

Appena il cittadino in piedi in platea fa la domanda, nella sala del Tricolore si solleva un mormorio: “Quando esponenti di molti partiti vanno in campagna elettorale in Calabria, mi pongo il problema: per quale motivo si fa questo? E vorrei una risposta da lei”. Il procuratore nazionale antimafiaFranco Roberti, ospite a Reggio Emilia della web tv Cortocircuito, risponde senza esitazioni: “Se tu in occasione delle elezioni che si fanno qui in Emilia vai a fare campagna elettorale in Calabria, vuol dire che sai che l’appoggio o il non appoggio alla tua elezione viene dalla Calabria non dall’Emilia”. Nessuno, nemmeno nella domanda, fa nomi e cognomi, ma in sala in molti ripensano a un fatto che in città fece molto discutere: nella primavera 2009 diversi politici in corsa per la poltrona di sindaco, tra cui l’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio Graziano Delrio, allora primo cittadino uscente (poi riconfermato per il secondo mandato), discesero fino alla cittadina di Cutro in provincia di Crotone, a poche settimane dal voto.

Delrio – che, anche su viaggio, nel 2012 è stato sentito dai pm antimafia di Bologna come persona informata sui fatti, in una grossa inchiesta sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta – spiegò allora che come sindaco in carica era stato invitato a una importante festa religiosa. Una visita istituzionale dunque: “La mia visita sottolinea questa amicizia e sarà occasione per rinnovare e rafforzare la collaborazione che lega Cutro e Reggio Emilia”, scrisse allora in una nota Delrio, che era stato effettivamente invitato alla festa dal sindaco del comune calabrese. Ma nonostante le spiegazioni ufficiali, ci fu chi a Reggio Emilia vide nella visita di Delrio e di molti altri candidati piuttosto una mossa a caccia di voti anche tra i tantissimi calabresi immigrati da decenni a Reggio Emilia.

“Candidati in Calabria alla ricerca di consensi”, titolava allora la Gazzetta di Modena online; “Caccia grossa al voto cutrese”, titolava il sito internet di TeleReggio.

 In quei giorni dell’aprile 2009 oltre a Delrio scesero in Calabria infatti Antonella Spaggiari, ex sindaco di Reggio e in quelle elezioni avversaria di Delrio, ma anche Fabio Filippi, candidato sindaco del Popolo della libertà. E poi tutta una serie di altri amministratori di diversi comuni emiliani. Ufficialmente per seguire una festa religiosa cutrese molto suggestiva, che si svolgeva ogni sette anni. Il Movimento 5 stelle di Reggio Emilia, che allora candidava Matteo Olivieri come sindaco, pubblicò un post online per prendere le distanze dai viaggi: “Non è in programma alcun viaggio a Cutro”.

“Se vai in Calabria vuol dire che sai che lì si decide”, ha spiegato Roberti (che però non cita mai il nome di Delrio o degli altri candidati). “Ovunque tu sia nel mondo, se appartieni alla ‘ndranghetaprendi ordini dal Crimine di Polsi (il vertice della ‘ndrangheta, ndr). E se tu vai in Calabria a chiederesostegno elettorale vuol dire che è da lì che deve arrivare l’ok al tuo sostegno elettorale”, spiega Roberti. A questo punto Elia Minari di Cortocircuito interrompe il procuratore antimafia: “Noi abbiamo avuto una grossa partecipazione di candidati abbastanza…”. Roberti non si scompone: “Io non so a che candidati lei si riferisca”, e poi conclude: “Se lei mi pone la domanda in questi termini io devo rispondere così. Evidentemente c’è un cordone ombelicale tra certi cittadini della regione Calabria e i cittadini che stanno qua in Emilia”.

[fonte: ilfattoquotidiano.it]

polizia

Pino Masciari: “Nemmeno la Svizzera è esclusa dallo strapotere mafioso della ‘ndrangheta e non solo! Ovunque ci sia terreno fertile, le mafie proliferano. Non è più un caso italiano ma mondiale che dev’essere arginato e debellato prima che sia troppo tardi, anche se troppo tardi non lo è mai, ci vuole volontà e coraggio di lottare!

“Cosa Nostra” a casa nostra

L’allarme: “Indispensabile non sottovalutare il fenomeno delle infiltrazioni”

Il procuratore nazionale antimafia italiano, Franco Roberti, ha concesso un’intervista al CdT sul tema della presenza inquietante anche in Svizzera delle organizzazioni criminali mafiose. Ne esce un quadro allarmante. Il mafioso (come lo ‘ndranghetista o il camorrista) nel vostro Paese non ha un solo identikit, dice. Ci sono «soldati» e «colonnelli» dell’organizzazione mafiosa che, pur operando in modo più discreto, svolgono compiti e funzioni criminali non dissimili da quelle che si possono osservare nei territori d’origine. «È indispensabile non prendere sottogamba quest’ultima osservazione», aggiunge.

Recenti indagini delle autorità penali federali hanno in un caso dimostrato l’effettivo insediamento di appartenenti alla ‘ndrangheta in Ticino, «operazione blue call», nell’altro di persone perlomeno vicine a quella realtà mafiosa addirittura nel cuore della Svizzera (canton Turgovia). Procuratore, crede che il nostro Paese debba ritenersi assediato e in pericolo? Lo è l’ordine pubblico oppure la sua piazza finanziaria?

«Dalle indagini svolte dalle autorità inquirenti italiane risulta che in Svizzera vi è una presenza strutturata della ‘ndrangheta calabrese. Quando parliamo di ‘ndrangheta non facciamo riferimento ad un mero ed indistinto fenomeno criminale caratterizzato dal fatto che una serie di delitti commessi in un certo territorio – che possono andare dal traffico di droga, agli omicidi, dalle estorsioni al riciclaggio – sono commessi da soggetti caratterizzati dalle comuni origini calabresi o comunque da una comune impronta culturale, ma piuttosto parliamo di una associazione per delinquere di tipo mafioso unitaria che opera a livello planetario, dall’Australia alle Americhe. Questa associazione unitaria ha delle proprie regole, dei propri (dis)valori, dei propri e peculiari moduli organizzativi che valgono ovunque. La vigenza e l’effettività di tali regole viene assicurata da un organo sovraordinato, “La Provincia”, che è l’espressione dei vertici dei tre Mandamenti storici della ‘ndrangheta, quello Ionico, quello Tirrenico e quello del Centro, tutti insediati nella Provincia di Reggio Calabria».

L’interesse di queste organizzazioni criminali per la Svizzera è un fenomeno recente o consolidato? Vi è stato o vi è un cambiamento nelle finalità di questo interessamento?

«L’espressione “presenza strutturata”, quindi, deve essere intesa nel senso che la ‘ndrangheta, in Svizzera, oramai da alcuni decenni, si è organizzata in modo stabile, secondo moduli che ricalcano in modo pedissequo quelli che, da sempre, tale organizzazione criminale ha utilizzato, prima in Calabria poi in tutta Italia e infine nel resto del mondo (Canada, Australia, Germania, solo per citare le presenze ‘ndranghetiste più significative). In particolare, in Svizzera, gli affiliati alla ‘ndrangheta hanno dato vita ad alcuni “locali”. I “locali” sono le cellule fondamentali dell’organizzazione. Segnatamente il “locale” di ‘ndrangheta è una struttura, composta da almeno 50 affiliati, che opera su base territoriale (che normalmente coincide con un Comune), che ha pari dignità ed autonomia rispetto agli altri locali di ‘ndrangheta esistenti nel mondo. La stessa nascita e la successiva esistenza del “locale” però, sono consentiti solo con il benestare della “Provincia”, che deve verificare la sussistenza di tutti i presupposti che consentono prima “l’apertura” e poi la permanenza in vita del “locale”. Infatti, una volta che la “Provincia” autorizza la nascita del “locale”, e lo riconosce, esso – pur mantenendo una sua autonomia nella elaborazione e attuazione delle proprie strategie criminali – deve sempre rispondere della correttezza del suo operato alla “Provincia” (e ciò, ad esempio, quanto alle nomine delle figure di vertice del “locale”, quanto ai suoi rapporti con altri “locali”, quanto alla esecuzione degli omicidi di maggiore importanza, quanto alla ammissione di nuovi componenti)».

«Per comprendere meglio il funzionamento di tali meccanismi sarà opportuno fare un esempio concreto emerso nel corso delle indagini che riguardavano, anche, il territorio elvetico. Premesso che l’entità del fenomeno ‘ndra nghetista è assai simile in Germania e Svizzera (le due realtà risultano collegate da comuni dinamiche criminali) risultava da indagini svolte dalla Procura distrettuale di Reggio Calabria, che proprio a Singen (in Germania) e nelle zone limitrofe era attiva un “locale” della ‘ndrangheta in cui era inserito un esponente che in quel contesto ricopriva un ruolo apicale. La figura di quest’ultimo emergeva attraverso le intercettazioni svolte nei confronti del “Capo Crimine” (capo della “Provincia” di Reggio Calabria, dunque esponente di maggiore rilievo dell’intera ‘ndrangheta a livello mondiale) al quale il primo membro (che si recava personalmente a Rosarno dove risiedeva il capo) riportava le vicende che riguardavano il contesto criminale in cui era inserito chiedendo un autorevole intervento risolutore. Proprio l’emergere della figura di colui che era di stanza in Germania a Singen, quale uomo di vertice del sodalizio ‘ndranghetista e, quindi, capo locale nella predetta città tedesca, consentiva di svolgere attività d’intercettazione direttamente in Germania (grazie alla tempestiva e proficua collaborazione offerta dalla autorità giudiziaria tedesca, già positivamente sperimentata, con riferimento a fatti di ‘ndrangheta, nel contesto dell’indagine sulla strage di Duisburg) con l’evidente conseguenza di potere ampliare grandemente lo spettro delle conoscenze del fenomeno in quella nazione. Risultava così che, a fronte di un forte attrito con il capo del “locale” di Frauenfeld (ubicato in Svizzera ma distante pochi chilometri da Singen), determinato dal tentativo del “locale” svizzero di annettersi quello di Singen, il crimine esercitasse una funzione di arbitraggio favorevole al primo personaggio posta l’assoluta mancanza di ragioni e di regole ‘ndranghetiste che consentissero una simile operazione di “annessione”. In particolare, accertata l’esistenza di “locali” di ‘ndrangheta in quelle regioni della Germania e della Svizzera, oltre alla dipendenza di queste proiezioni estere della ‘ndrangheta dal Crimine, si poneva, pure, in evidenza un rapporto di dipendenza (sia del “locale” di Singen che del “locale” svizzero di Frauenfeld) con il “locale” di Fabrizia (località da cui provenivano molti ‘ndranghtisti emigrati in quei territori), circostanza questa assolutamente in linea con le risultanze delle investigazioni svolte nei contesti dell’Italia settentrionale».

«In altri termini, il cordone ombelicale che lega i “locali” esteri alla casa madre, passa non solo necessariamente (ma sarebbe meglio dire, normativamente) per il vertice dell’intera ‘ndrangheta, e quindi per la “Provincia” e il suo capo, ma pure per le “locali” dei territori di provenienza della ‘ndrangheta migrata laddove operando gli esponenti di maggiore carisma delle stesse famiglie le cui costole si sono ristrutturate e delocalizzate all’estero. E così, proprio per meglio comprendere siffatte dinamiche, nello specifico succedeva che direttamente o indirettamente i “capi-locale” di Singen e di Frauenfeld si rivolgevano pure al “capo-locale” di Fabrizia per dirimere l’illustrata controversia nata dalle mire espansionistiche di Frauenfeld. Chiarito, con questo esempio, il funzionamento della struttura di ‘ndrangheta insediata fuori dalla Calabria, quanto agli interessi criminali coltivati in Svizzera dagli appartenenti alla ‘ndrangheta, deve dirsi che gli stessi spaziano dal traffico di droga alle estorsioni, dal riciclaggio al reimpiego di capitali di illecita provenienza in attività imprenditoriali (specie nel settore delle imprese edili)».

[fonte: Corriere del Ticino]

Ci vuole coraggio per essere liberi. Padroni delle nostre vite.

Scritto da Pino Masciari Il 3 - ottobre - 2014 COMMENTA


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Ci vuole coraggio per essere liberi.

Padroni delle nostre vite.

Ture Magro porta in scena la storia vera di Pino Masciari, l’imprenditore che negli anni Novanta fece tremare la Calabria denunciando politici corrotti e ‘ndranghetisti.

Dall’11 al 30 settembre alla Galleria Toledo di Napoli si è tenuta la quarta edizione della rassegna Stazioni di emergenza, volta a promuovere «formazioni teatrali d’ultima generazione, le cui opere possano offrire occasione d’osservazione, per nuovi segni e modalità operative nella messinscena». È in questo contesto che s’inserisce la pièce scritta e interpretata da Ture Magro, Padroni delle nostre vite, acclamato esempio di teatro d’impegno civile basato sulla storia vera di Pino Masciari.

Siamo nella metà degli anni Novanta, l’imprenditore calabrese Pino Masciari subisce ormai da troppo tempo richieste ed estorsioni. Non ci sta più e decide di denunciare tutti, ‘ndranghetisti e politici collusi, portando alla luce un sistema corrotto fino al midollo. Questa sua decisione non soltanto metterà a repentaglio la sua vita e quella dei suoi cari, ma segnerà un punto di svolta nella sua stessa esistenza. Privato (e con lui la famiglia) della propria identità e, sopra ogni cosa, della libertà, da quel momento la sua quotidianità diverrà un continuo scappare, uno spostarsi di città in città, un costante tentativo di tener salva la pelle. In questo modo verrà svelata anche l’incapacità dello Stato di tutelare chi ha scelto di dire no e di ribellarsi a un sistema malato eppur tanto radicato, sarà manifesta – accanto ai vuoti legislativi – la solitudine che presto circonda chi con coraggio ha preferito non abbassare la testa.

Questa storia, realmente accaduta, è al centro dello spettacolo di Magro che non solo è, insieme con Emilia Mangano, autore del testo, ma veste anche i panni dello stesso protagonista Masciari. Lo fa in maniera sublime, reggendo l’intera scena e ammaliando con la propria forza interpretativa lo spettatore, con movimenti minimali che attraversano la scarna scenografia. Pochi passi e pochi gesti che allontanano la sensazione di staticità, altrimenti avvertibile.

Magro racconta l’intera vicenda in prima persona, in modo lineare, pulito, chiaro, efficace e lo fa senza giri di parole, come se la raccontasse a un amico fidato, in un crescendo che va dalla pacata ricostruzione storica degli eventi alle domande gridate e senza risposta che sul finire scuotono la coscienza della platea. Una scelta vincente, giacché, ricordiamolo, questa storia ha intento di denuncia, di monito e deve dunque arrivare alla consapevolezza di tutti. Il pubblico partecipa alla vicenda, s’indigna, si arrabbia, empatizzando con l’attore/narratore. Funzionale a tutto ciò è anche l’organizzazione dello spazio scenico, riempito solo dalle luci e da tre grossi schermi che circondano l’attore e dai quali, di tanto in tanto, fanno capolino alcune figure virtuali che con lui interagiscono, quali il malavitoso, l’amico dispensatore di consigli non richiesti, il tirapiedi o un impiegato del dipartimento di protezione testimoni. Personaggi che appaiono e scompaiono, lasciando Magro comunque da solo, come solo era rimasto Masciari. E gli schermi, sul finale, proiettano anche alcuni degli ambienti che funzionano da sfondo alle vicende raccontate e contribuiscono a rendere una sorta di dinamicità che ben si sposa con il fare concitato delle ultime battute (forse più drammatici dell’intera vicenda). Una scelta che contrasta col palcoscenico buio e spoglio, in altri momenti – invece – efficacissimo.

Uno spettacolo di grosso impatto, appassionante. Eccellente esempio di teatro d’impegno civile che, come ha scritto anche la Wertmuller «deve andare ovunque».

Lo spettacolo è andato in scena:

Teatro Stabile D’Innovazione Galleria Toledo

Via Concezione A Montecalvario 34 – Napoli

Lunedì 29 e martedì 30 Settembre ore 21:00

Padroni delle nostre vite

Testo Ture Magro, Emilia Mangano

Regia Ture Magro

Con Ture Magro

Attori Virtuali Cosimo Coltraro, Emanuele Puglia, Fiorenzo Fiorito, Gabriele Arena, Stefano Brivio, Rosario Minardi, David Marchese, Alfio Zappalà

Progettazione e scena R.M. Architettura

Scenografia Rosario Magro, Pippo Magro, Andrea Salomon

Scenografia set video Andrea Salomon

Assistente scenografia set video Dimitri di Noto

Produzione video Studio Nois

Postproduzione Bruno Urso, Fabrizio Urso

Fotografia video Giuseppe Consales

Sonorizzazione Michele Musarra

Produzione SciaraProgetti in collaborazione con Studio Nois

http://teatro.persinsala.it/padroni-delle-nostre-vite/11866

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Pino Masciari: “E’ questo l’atteggiamento che la ‘ndrangheta si aspetta dalla società civile ed i suoi cittadini, omertà, silenzio e paura sono i peggiori sentimenti sui quali ‘ndrangheta e malaffare fanno leva per agire indisturbati nel loro disegno criminale. Non esitate a denunciare ed a ribellarvi, l’omertà serve solo ad aiutare le mafie, non a combatterle! Così facendo lasciamo ai nostri figli è una società marcia e corrotta, è così che vogliamo il loro futuro?

Il caso Pavia: ‘ndrangheta, malaffari e minacce ai giornalisti. Nell’indifferenza della città

Giovannetti: «Pavia è una città omertosa. Con quello che è saltato fuori dovrebbe succedere il finimondo, invece c’è un silenzio tombale, sia da parte delle istituzioni che della società civile»

La Lombardia è terra fertile per i «proficui rapporti» tra ‘ndrangheta e uomini dello Stato. È quanto scrivono i giudici della Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza che conferma le condanne a quaranta imputati, arrestati il 13 luglio del 2010 durante l’operazione «Infinito », che aveva l’obiettivo di smantellare la penetrazione delle cosche nella regione.

Un Comune che ben simboleggia i «proficui rapporti» in Lombardia è Pavia, città molto pericolosa per chi ostacola i piani degli affaristi. Non a caso tra i condannati spiccano l’avvocato tributarista Giuseppe “Pino” Neri e l’ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia Carlo Chiriaco: il primo condannato a diciotto anni di carcere con l’accusa di essere un boss della ‘ndrangheta in Lombardia, l’altro a dodici anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Entrambi sono calabresi cresciuti professionalmente a Pavia.

Ma anche nei casi in cui non compaiono affiliati alla ‘ndrangheta, la sostanza dei «proficui rapporti» a Pavia è pur sempre mafiosa: lo sostiene chi, denunciandoli, ne è rimasto vittima.

«Pavia è una città omertosa. Con quello che è saltato fuori dovrebbe succedere il finimondo, invece c’è un silenzio tombale, sia da parte delle istituzioni che della società civile», dice l’attivista e giornalista freelance Giovanni Giovannetti. Il cronista si riferisce a minacce di morte nei confronti suoi e di un collega del quotidiano la Provincia pavese, Fabrizio Merli, emerse da alcune intercettazioni telefoniche rese pubbliche due settimane fa dopo la chiusura delle indagini della procura di Pavia su «Punta Est», un cantiere sequestrato all’imprenditore Dario Maestri, finito agli arresti domiciliari nel 2013. È lui a dire «questi bisogna eliminarli fisicamente», riferendosi a Giovannetti e Merli, perché infastidito dai loro articoli che denunciavano le irregolarità su cui si fondavano i suoi cantieri, avvallate da funzionari pubblici con le mani pronte a intascare denaro.
 
Uno di questi, secondo gli inquirenti, è Ettore Filippi, ex dirigente della Polizia di Stato, vicesindaco durante l’amministrazione di centro-sinistra di Piera Capitelli, poi passato a sostenere la giunta di Alessandro Cattaneo (Fi), infine arrestato per corruzione lo scorso marzo con l’accusa di avere ricevuto da Maestri circa 130mila euro. È con lui che l’imprenditore, nella primavera del 2012, si sfoga contro i due cronisti (che si aggiungono agli oltre 2mila giornalisti minacciati in Italia negli ultimi otto anni, come rilevato dall’ osservatorio Ossigeno per l’Informazione ). Alle minacce di morte, Filippi dice a Maestri di «non scherzare», ma poi gli presenta un amico investigatore, Fabrizio Scabini di Voghera, per pedinare i giornalisti. Anche al telefono con Scabini, Maestri minaccia. Parla di Merli, che ha pubblicato quella mattina del 10 marzo 2012 un importante articolo: «Ormai non penso più alla querela ma gli spacco la faccia a quello lì», trascrivono gli inquirenti il 10 marzo del 2012.

Dopo l’uscita di queste intercettazioni, a Pavia c’è stato un personaggio pubblico che ha reagito con un appello alla città e ai partiti. Nessuno, finora, l’ha raccolto. Cristina Niutta, ex assessore della giunta Cattaneo, in una lettera alla Provincia pavese del 16 settembre ha denunciato che Maestri «ha finanziato negli anni campagne elettorali di candidati variamente collocati», ed ha espresso solidarietà ai giornalisti. «La Città però deve rispondere. Non deve lasciarli soli», ha continuato Niutta, parlando di «un vero attentato al corretto svolgimento di una funzione costituzionalmente garantita» e chiedendo che i «politici che in passato hanno accettato il contributo elettorale o, comunque, l’appoggio della persona sospettata di tali gravi fatti ne prendano ora pubblicamente le distanze».

A Pavia è come se nessuno avesse letto le righe dell’ex assessore. «In questa storia non è tanto importante il mio singolo caso, quanto la non reazione della città. La magistratura – dice Merli – parla di una condotta che ha in sé l’archetipo della mafiosità. Mi sarei aspettato che qualcuno affrontasse il problema, riflettendo su quanto sia facile arrivare al confine di condotte che sono sostanzialmente mafiose. Invece, Niutta a parte, Pavia dorme un sonno secolare». Secondo Giovannetti, dalle intercettazioni «emerge il sistema Pavia. Filippi è stato vicesindaco di Capitelli, perciò la vicenda imbarazza un po’ tutti: irregolarità nei piani urbanistici ci sono state anche prima della giunta di Cattaneo», dice il giornalista.

Chi non sembra imbarazzato è l’attuale sindaco del Pd, Massimo Depaoli. Perché non ha detto nulla su quanto emerso dalle intercettazioni? «Il taglio netto con il passato lo stiamo dimostrando con la trasparenza della nostra amministrazione», risponde il sindaco, che al suo partito ha imposto Angelo Gualandi come assessore all’Urbanistica, «uomo di assoluta fiducia, perché proviene dai movimenti ambientalisti come me». Depaoli spiega che «il segno della mia campagna elettorale è stata la discontinuità con il passato. Anche l’amministrazione Capitelli ha fatto scelte politiche sbagliate, improntate a un eccessivo sviluppo». Come l’area della ex Marelli, riconvertita con 112 appartamenti rimasti invenduti, o l’abbattimento di un edificio storico dell’ex Snia (in teoria posti sotto tutela) per far spazio a centri commerciali e palazzine. Inoltre, continua Depaoli, «alle vittime delle minacce avevo già espresso solidarietà a suo tempo».

Vale a dire quando nell’abitazione di Giovannetti era stato appiccato un incendio doloso , alla fine del 2012. Pochi mesi dopo i pedinamenti dell’investigatore ingaggiato da Maestri. E poche settimane in seguito all’auto in fiamme del consigliere comunale Walter Veltri e alle croci nere disegnate sulla porta dello studio dell’avvocato Franco Maurici, anche loro attivisti di Insieme per Pavia, colpevoli di presentare esposti in procura contro progetti urbanistici sospetti. Per Maestri è già stato chiesto il rinvio a giudizio come mandante delle croci a Maurici. Filippi, l’ex poliziotto che all’imprenditore consigliava di far pedinare i giornalisti, era stato il primo ad esprimere solidarietà a Giovannetti per l’incendio doloso.

Oltre agli attentati, il giornalista è stato minacciato per le sue inchieste sui periodici locali con oltre venti querele negli ultimi sette anni. Non è mai stato rinviato a giudizio. L’ultima querela è arrivata un paio di settimane fa, dal presunto boss Pino Neri: «In un volantino l’ho definito il capo della ‘ndrangheta in Lombardia. Non sono per nulla preoccupato, verrà archiviata anche questa querela. Tutto è dimostrato dalle sentenze», dice Giovannetti. Per lo stesso volantino , il giornalista era già stato querelato dall’ex sindaco Cattaneo.

[fonte: espresso.repubblica.it]

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