Blog degli Amici di Pino Masciari

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COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA

 MEMORIA INTEGRATIVA DELLE DICHIARAZIONI RESEDAL TESTIMONE DI GIUSTIZIA GIUSEPPE MASCIARIAVANTI ALLA SOTTOCOMMISSIONE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA IN DATA 11/11/2004

Il sottoscritto MASCIARI GIUSEPPE, nato a Catanzaro il 05/02/1959, di professione imprenditore, coniugato con Salerno Marisa, nata a Serra San Bruno il 22/11/1965, di professione medico odontoiatra, con due figli: Francesco, nato a Serra San Bruno il 28/03/1995, e Ottavia, nata a Serra San Bruno il 1/09/1996, sottoposto, unitamente alla sua famiglia, a regime di protezione come Testimone di Giustizia dal 17/10/1997, domiciliato in località protetta, nota al Servizio Centrale di Protezione, riassume qui di seguito schematicamente le dichiarazioni rese avanti alla Sottocommissione della Commissione Parlamentare Antimafia, nell’audizione del 11/11/2004, fornendo ulteriori elementi chiarificatori in aggiunta a quelli già esposti.

clicca:     commissione-parlamentare-antimafia-1-definitiva.doc

  

           Dalla Località Protetta, addì 26 Novembre 2004 

                                                           Giuseppe Masciari

 

Testimoni di giustizia o di ingiustizia? Comments

Testimoni di giustizia o di ingiustizia?

Testimoni di giustizia o di ingiustizia? PDF Stampa E-mail
di Rosanna Scopelliti   
giovedì 13 settembre 2007
Rosanna ScopelitiNon conosco bene il trambusto che ha vissuto il nostro amico Pino Masciari quella notte di 10 anni fa quando, dopo aver scelto di testimoniare contro i suoi estorsori ed aguzzini, si è affidato anima e corpo allo Stato per collaborare nelle indagini ed ottenere non solo giustizia, ma soprattutto protezione per sé e la sua famiglia. Da quel giorno lui sarebbe stato un “testimone di giustizia”, una sorte che tocca tutti coloro che, per vissuto, si sono trovati a vivere la violenza della malavita fino a trovare la forza di denunciare e testimoniare apertamente contro i propri aguzzini.

Pino spesso  racconta che, dopo aver deciso di collaborare ed essere stato trasferito per motivi di sicurezza, non ha potuto ricominciare a vivere come garantito: niente lavoro per lui e la moglie, un reddito minimo che basta appena ad arrivare alla fine del mese e l’impossibilità di impiegarsi in alcun modo.
E mi chiedo se sia possibile che i suoi figli vadano a scuola come gli altri bambini, ma i loro nomi e cognomi siano alla luce del sole, chiari, palesi e di certo facilmente rintracciabili? E se sia poi ammissibile che a Pino stesso venga recapitata la posta a nome suo come ad un normale cittadino che ha cambiato residenza per motivi personali? E che senso ha allora l’essere relegato in un località segreta, il rinunciare ad una vita normale ed agli affetti della propria terra se poi non si è tutelati, se non si ha la sicurezza dell’anonimato, se si vive comunque sotto gli occhi di tutti, buoni e cattivi?

Nel tempo il nostro coraggioso amico ha continuato e continua a svolgere il suo compito di “testimone di giustizia”: ha testimoniato, racconta nei suoi numerosi interventi pubblici, spostandosi anche a sue spese, anche senza scorta e rischiando in prima persona pur di contribuire a segnalare e far punire non solo i suoi estortori, ma coloro che, con la violenza e la tracotanza tipica dei malavitosi, intimidivano altri imprenditori e tenevano sotto scacco tutto un sistema di economie e piccoli potentati. Con il suo contributo sono stati sgominati i più pericolosi clan del vibonese e le sue dichiarazioni sono state decisive nei vari processi a carico dei suddetti signori. Eppure le sue deposizioni pare venissero spostate all’ultimo minuto, le macchine impiegate ad accompagnarlo si rompevano “casualmente” per strada o la scorta per un motivo o per l’altro sembrava sempre riscontrasse problemi ad arrivare. Ma Pino, nonostante tutto, ha sempre presenziato per rendere la sua preziosa testimonianza.

Spesso mi è capitato di incontrare Pino ed i suoi. l coraggio delle sue parole, la speranza che nutre, la voglia di rientrare nella sua terra, l’impegno impiegato per una giustizia che, come spesso avviene, tarda ad arrivare imprigionata dalle mille ragnatele burocratiche sono le motivazioni che spingono me a trovare la forza di essergli vicino, di voler essere quasi uno scudo umano per lui e la sua importantissima lotta non solo di legalità, ma soprattutto di CIVILTA’.
Questo vuol dire essere cittadini italiani, questo è vivere portando il tricolore nel petto, vivere onestamente, o solo semplicemente VIVERE.

Adesso Pino ha bisogno di aiuto. E’ solo, abbandonato da una parte di Stato che da lui ha solo preso, uno Stato che offre mille garanzie ai “Pentiti” e che ahimè si dimentica degli ONESTI cittadini, coloro che non hanno mai ucciso, o estorto, o contravvenuto alla legge.
Pino ha dalla sua la società civile, quella che ha voglia di informarsi e che non vive preoccupandosi solo del suo “orticello”; con Pino ci siamo noi giovani, noi familiari delle vittime di mafia, noi piccoli sognatori che vediamo in lui un esempio da seguire e da difendere contro ogni ingiustizia o intimidazione… Prima che sia troppo tardi.
Tardi com’è stato per Fedele Scarcella, imprenditore calabrese, onesto, coraggioso. Non pagava il pizzo lui, anzi, denunciava a ruota libera i suoi estortori, una, dieci, cento volte. Gli proposero di emigrare perché in Calabria non si sarebbero riuscite a creare le condizioni per proteggerlo, ma rifiutò scegliendo di cambiare solo provincia: da Reggio Calabria a Vibo. Continuò a lavorare cercando di portare dalla sua anche altri imprenditori, di convincerli a denunciare, a non pagare. Lo hanno trovato morto carbonizzato nella sua auto una mattina d’estate. Ai suoi funerali nemmeno una rappresentanza delle Istituzioni.

E allora quali garanzie? he garanzie lo Stato è in condizione di offrire ai suoi cittadini? ome si fa a chiedere collaborazione se poi chi fa il suo dovere è costretto ad un esilio senza garanzie o ad affrontare la morte?

Tempo fa in un intervista fatta da Curzio Maltese ad un negoziante del Corso di Reggio emergeva come fosse normale pagare il pizzo (o la mazzetta per essere più precisi). Tramite quel pedaggio il commerciante aveva assicurata la buona riuscita del suo esercizio e la protezione contro ogni malintenzionato, una specie di assicurazione “furto – incendio”. E il commerciante era contento così, anche perchè sosteneva che lo Stato non sarebbe riuscito a garantirgli di più.
“Ha mai pensato di denunciare?” Chiedeva poi, attonito, il giornalista. “Nemmeno per sogno, non voglio fare la fine di Pino Masciari!
Ed è proprio questa la mentalità che vorrei si iniziasse a scardinare, noi come società civile e le Istituzioni facendo la loro parte, dimostrando così insieme la nostra forza.
Perché Pino possa finalmente tornare a lavorare in Calabria, nella sua terra e sia finalmente chiaro che la vera bandiera dello Stato sono i cittadini onesti, che denunciano e che lo Stato ha il dovere di proteggere non in “località segrete” ma nel proprio paese.

Rosanna Scopelliti

Operationsgebiet Deutschland-  Italienische Mafia zieht sich hierher nicht zurück, sondern entfaltet sich Comments

Operationsgebiet Deutschland- Italienische Mafia zieht sich hierher nicht zurück, sondern entfaltet sich

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25.08.07
Operationsgebiet Deutschland

Italienische Mafia zieht sich hierher nicht zurück, sondern entfaltet sichVon Tom MustrophIn der Nacht zum 15. August waren nahe des Duisburger Hauptbahnhofes sechs Italiener Opfer einer Mafiafehde geworden. Die Ermittlungen sollen laut deutscher und italienischer Behörden auf Hochtouren laufen. Allerdings erfolglos, und neue Bluttaten werden befürchtet.
Wenige Tage vor dem Mord in Duisburg hatten die kalabresischen Carabinieri ein dickes Dossier über die Zuspitzung der Fehde zusammengestellt. 70 Namen von wichtigen ‘Ndranghetisti sind dort – als mögliche Auftraggeber und potenzielle Opfer – erwähnt, außerdem mehrere Dutzend sogenannter Soldaten: das Personal für die Killerkommandos. Unter den 70 Personen soll sich auch der Name Marco Marmo, eines der Opfer von Duisburg, befinden.
Ihn verdächtigt die Polizei, die Waffen für den einstigen »Weihnachtsmord« an Maria Strangio, der Frau des Bosses Giovanni Nirta, besorgt zu haben. Doch mittlerweile vermuten die Carabinieri, dass Marmo nicht nur aus Rachegründen ermordet, sondern präventiv beseitigt worden sein könnte. Es gibt nämlich Hinweise, dass Marmo in Deutschland auf Einkaufstour für weitere Waffen war. Sollten sich diese Hinweise bestätigen, ist die Mär vom »Rückzugs- und Ruheraum« Deutschland dahin. Vielmehr wäre es damit wohl zum offenen Operationsgebiet avanciert.‘Ndrangheta ist heute die Mächtigste
»Für mich ist der Anschlag in Deutschland keine Überraschung. Die ‘Ndrangheta ist gegenwärtig die mächtigste kriminelle Organisation weltweit. Sie hat sich gegen die anderen Mafien – russische, albanische, auch deutsche – durchgesetzt. In Deutschland setzte sie sich vor allem seit dem Mauerfall fest. Sie nutzte die günstigen Gelegenheiten zur Geldwäsche und kaufte in manchen Städten ganze Quartiere auf«, stellt Pino Masciari gegenüber dieser Zeitung fest.
Der Bauunternehmer aus dem kalabresischen Serra San Bruno hat sich in den 90er Jahren gegen die ‘Ndrangheta gestellt. Er hat sich geweigert, den »Pizzo«, das Schutzgeld zu zahlen. Er hat seine Erpresser angezeigt, unter ihnen auch Mitarbeiter der Behörden, die für öffentliche Bauten eine weitere »Provision« vom Unternehmer gefordert hatten. Masciari hatte versucht, mit seinem Geschäft nach Europa zu entkommen. Doch wohin er auch kam, immer schon war jemand von der Mafia da. Nicht immer als Erpresser, sondern auch schlicht als Geschäftskonkurrent, der dem Landsmann mitunter sogar Zusammenarbeit anboten. Masciari schildert: »Auf einer Baustelle in Dresden sind mir Investoren der Camorra begegnet. In Dessau hat man mir ein todsicheres Verfahren zur Geldwäsche angeboten.«
Vor über zehn Jahren wurde der Bauunternehmer Masciari von nachweislich korrupten Behörden seiner Heimatprovinz in den Ruin getrieben. Führende Mafiosi und einfache Erpresser sowie deren Komplizen in Politik, Verwaltung, Privatwirtschaft und auch in der Justiz sind aufgrund seiner Aussagen ins Gefängnis gekommen. Er reist durch ganz Italien, um mit der Überzeugungskraft seiner Person und der Relevanz seiner Biografie zum Kampf gegen die Mafia zu mobilisieren. »Der Staat muss härter durchgreifen«, lautet sein Appell. Wer zu langen Gefängnisstrafen verurteilt wird, müsse diese auch absitzen. »Viele, die zu zehn, zwanzig Jahren verurteilt wurden, kommen nach drei, vier Jahren wieder heraus. Das ist keine Abschreckung«, meint er und setzt nach: »In Italien ist gegenwärtig die Demokratie bedroht.«
Von seinem derzeit geheimen Wohnort aus beobachtet er auch die Vorgänge in seiner einstigen ökonomischen Heimat Deutschland. »Es ist alarmierend, was dort passiert. Die ‘Ndrangheta glaubt offensichtlich, sich alles herausnehmen zu können, was sie will.« Masciaris Ferndiagnose wird von bisherigen Ermittlungsergebnissen erhärtet. Bis zu zehn Personen sollen in Duisburg in der Nacht zum 15. August in unmittelbarer Nähe der Pizzeria »Da Bruno« gewesen sein, darunter auch einige hochgestellte Familienmitglieder des Strangio-Nirta-Clans. Sie wollten sich, so lautet eine Hypothese, vom Gelingen der Aktion überzeugen. Über das Ausmaß der Verbreitung der ‘Ndrangheta in Deutschland gibt es bislang nur wenige handfeste Fakten.
Ein Goldschatz in dieser Hinsicht, aus dem nur hin und wieder einige Körner fallen, sind die Unterlagen der »Operation Lukas«. Benannt wurde sie nach dem Herkunftsort von Opfern und wahrscheinlich auch Tätern der Mordtat von Duisburg, durchgeführt bereits 2001, gemeinsam von Beamten des BKA und kalabresischen Fahndern. Sie soll eine Karte enthalten, in der mafiaverdächtige Unternehmen und Immobilien in ganz Deutschland verzeichnet sind. Genannt sind nach Recherchen der italienischen Repubblica Städte wie Duisburg und Bochum, Erfurt und Leipzig.
Ins alte Industrierevier des Westens ergoss sich seit den 50er Jahren ein Einwandererstrom aus Süditalien. Darunter viele Kalabreser, viele, die der Armut entfliehen wollten, viele auch, die die Bevormundung durch die Clans satt hatten und mit ihrer Hände Arbeit ein selbstbewusstes Leben gründen wollten. Eine bittere Ironie der Geschichte scheint nun, dass in der italienischen Community Mafiosi spielerisch leicht untertauchen und mit ihren Geldern für Respekt sorgen können.
Die Entwicklung im Osten hat Masciari aus eigenem Erleben erfahren. »In den 90er Jahren war hier jedes Geld willkommen. Niemand hat gefragt, woher es kam. Um ihr Geld zu waschen, konnte sich die Mafia deutscher Strohmänner bedienen«, sagt er. Für ihn steht fest: Neun von zehn aller nach dem Mauerfall von Kalabresen gegründeten Pizzerien und Ristorantes in Deutschland sind Geldwaschmaschinen; der größte Teil davon befindet sich in Ostdeutschland. Aber auch in größeren Unternehmen, selbst in Weltkonzernen soll Geld der ‘Ndrangheta stecken.
Diese Mafia gilt derzeit als die dynamischste Verbrecherorganisation. Beispielsweise ist sie nicht so stark zersplittert wie die neapolitanische Camorra, deren interner Krieg seit zehn Jahren Ermittler und Journalisten, Notärzte und Gefängniswärter zu Sonderschichten zwingt. Andererseits ist sie nicht so starr und hierarchisch organisiert wie die sizilianische Cosa Nostra.
Erst Giftmüll, dann Frankfurter Börse
Bis in die 80er Jahre galt die ‘Ndrangheta als Feierabendgemeinschaft von Schäfern und Schmugglern, die sich ein Zubrot durch Entführungen besorgten. Ihre Gewalttätigkeit blieb lokal begrenzt. Doch dann »entdeckte« sie das Giftmüllgeschäft. Anfangs wurden die Konvois – darunter verstrahlte Materialien – nach Somalia verbracht, später wurde alles gleich auf See verklappt. Mit dabei waren die jetzt verfeindeten Clans Strangio-Nirta und die Pelle-Romeo aus San Luca. In die logistische Feinarbeit sollen türkische Gangs eingebunden gewesen sein. Die dabei geknüpften Kontakte führten schließlich zum Einstieg in den Drogenhandel.
Die Geldmengen, die die ‘Ndrangheta umsetzt, sind enorm. Schätzungen liegen bei 35 Milliarden Euro in jedem der beiden letzten Jahre. Wie sehr die ‘Ndrangheta im Geld badet, illustrierte kürzlich Italiens Vize-Innenminister Marco Minniti: »Unlängst sind wir auf eine Ndrina (Organisationseinheit der ‘Ndrangheta – d.A.) gestoßen, die Geld verstecken wollte. Es handelte sich um einen Eimer mit fünf Millionen Euro. Der Junge, der den einmauerte, hatte geschlampt, und der Mörtel zerfraß die Scheine. Er war entsetzt und dachte, er würde an Ort und Stelle erschossen. Doch sein Boss soll ihm gesagt haben: »Sohn, sorge dich nicht. Das Geld kommt und geht, und es kommt wieder.«
Ein BND-Bericht aus dem Jahr 2006 vermerkt, dass die Organisation sich an der Frankfurter Börse massiv in internationale Energiefirmen eingekauft hätte, u.a. in den russischen Multi Gazprom. Der wiederum hat seinen symbolischen Sitz derzeit im Herzen des Ruhrgebiets, nämlich direkt auf den blauen Trikots von Schalke 04. Und von Gelsenkirchen bis Duisburg ist es nur ein sprichwörtlicher Katzensprung.


Weiter ohne heiße Spur
Nach den Mafia-Morden in Duisburg hat die Polizei gestern in mehreren deutschen Städten Durchsuchungen mit Schwerpunkt Nordrhein-Westfalen vorgenommen. Die sicher gestellten Gegenständen würden ausgewertet, sagte ein Polizeisprecher. Eine heiße Spur zu den Tätern gebe es nicht. Bei der gestrigen Polizeiaktion sei auch niemand festgenommen worden. AFP/ND

Pino Masciari, testimone di giustizia e “vittima” del dovere Comments

Pino Masciari, testimone di giustizia e “vittima” del dovere

La storia di Pino Masciari, testimone di giustizia o, come lui preferisce definirsi, “vittima del dovere”, è per molti versi esemplare. In una Calabria dove il coordinatore della Dda di Reggio, Boemi, dichiara che l’85% delle indagini nascono da captazioni telefoniche piuttosto che da denunce specifiche, dove gli imprenditori sottomessi al racket delle estorsioni, evidentemente, non hanno fiducia nelle istituzioni che dovrebbero proteggerli, Pino ha avuto il coraggio di andare controtendenza. Figlio di un imprenditore edile, primogenito di nove fratelli, divenuto a sua volta titolare della ditta del padre, Masciari è uno che ci ha saputo fare nel proprio lavoro. In poco tempo è diventato uno dei grossi costruttori aprendo una seconda impresa, nuove sedi a Catanzaro e Serra San Bruno e cantieri in tutte le province della Calabria ed anche all’estero, in Germania. Tutto questo non poteva certamente passare inosservato e prima il padre, poi lui stesso, sono stati costretti a “regalìe” nei confronti di numerose famiglie della malavita. Appartamenti venduti sottocosto, villette costruite senza percepire neanche un soldo. Poi, mano a mano che il volume degli affari cresceva, l’obbligo di comprare calcestruzzo e i vari materiali da costruzione da “amici”, l’imposizione di assunzioni di persone “particolari”, e, infine, l’obbligo di pagare anche una percentuale fissa sui lavori. «La cosa più grave- dice con un filo di ironia- è che poi si ammazzavano tra di loro e dovevo costruire pure le cappelle cimiteriali, senza, ovviamente, percepire neanche un centesimo. Ero ancora giovane e potevo anche permettermi certe regalìe ma ad un certo punto non ce l’ho fatta più ed ho detto basta. Quando queste persone mi hanno imposto il tre per cento di ogni importo a base d’asta, in maniera categorica, ho detto no, a questo punto non dò più un soldo a nessuno. Ho deciso di denunciare. E da lì sono iniziati i guai più grossi. Incendi nei cantieri, colpi di lupara, telefonate minatorie. Sono stato costretto ad andare via dalla Calabria con mia moglie e i miei due figli. Vivo in una località del Nord dal 1997, allorquando una decina di carabinieri vennero di notte, mi caricarono su un furgone e mi portarono via, messo sotto programma di protezione da parte del Ministero dell’Interno». E già, perché Pino l’ha fatta grossa: ha avuto il coraggio di denunciare e far condannare esponenti mafiosi di ben quattro province. E non solo: ha denunciato anche pezzi delle istituzioni colluse, facendo processare anche un magistrato. «Non è stato facile. Parliamo degli anni ’92, ’93 e ’94 allorquando in Calabria la situazione era così calda che il giudice Antonino Caponnetto aveva detto che qui non c’era più lo Stato». Oggi, Masciari si definisce “un morto che cammina”; teme da un momento all’altro che possa succedere qualcosa a lui o alla sua famiglia. Ma nutre fiducia nella giustizia, anche se con le dovute specificazioni. «Devo per forza avere fiducia, sennò farei prima a mettermi io stesso sottoterra senza aspettare che lo faccia qualcun altro. Comunque in Calabria ci sono magistrati, che ho conosciuto personalmente, che vogliono lavorare e darsi da fare. Il punto è metterli nelle condizioni di poterlo fare». Pino, intanto, il suo dovere lo ha fatto. E per farlo è dovuto tornare più volte in Calabria per testimoniare. Lui stesso racconta come: portato da normalissime auto Fiat senza blindatura, con la targa della località “segreta” dove risiede con la sua famiglia e dove è censito con nome e cognome veri; lasciato più volte, a Nicastro come a Vibo o a Crotone, senza scorta e senza tutela; costretto ad esibire negli alberghi dove è stato alloggiato, assieme alla sua scorta, i documenti con i suoi dati reali cosicché molti hanno potuto vedere dove risiede. Nel corso degli anni, Masciari si è trovato più volte nelle aule dei tribunali di fronte alle persone che ha denunciato. Ha incrociato i loro sguardi infuocati e poco rassicuranti. «Devo sforzarmi di avere fiducia nella giustizia», ripete, forse anche per convincersene. La domanda, a questo punto, è quasi ovvia: lo rifarebbe? «Si. Oggi sono cambiate tante cose rispetto al passato. Si parla apertamente in pubblico di mafia, c’è la legge antiracket, chi denuncia non è costretto più a partire. E se ci saranno più persone a denunciare i propri estortori le cose possono migliorare ancora di più. Perché siamo anche noi che dobbiamo aiutare lo Stato a sconfiggere la mafia, non possiamo fare gli indifferenti». Intanto, Beppe Grillo lo chiama tutte le sere durante i suoi spettacoli e gli fa raccontare la propria storia. Anche questo è un modo per far cambiare le cose. Bravo Pino. E grazie.