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Chi sono

Sono un imprenditore edile calabrese, nato a Catanzaro nel 1959, sottoposto a programma speciale di protezione dal 18 ottobre 1997, unitamente a mia moglie Salerno Marisa(medico odontoiatra) e due bambini, perché ho denunciato la criminalità organizzata “ ’ndrangheta ” e le sue collusioni .

La criminalità organizzata, insieme a personaggi di spicco del mondo politico ed istituzionale, ha distrutto le mie floride imprese di costruzioni edili. Come? Bloccandone le attività, rallentando le pratiche nella pubblica amministrazione dove essa è infiltrata, intralciando i rapporti con le banche con cui operavo. Tutto ciò dal giorno in cui ho detto basta alle pressioni mafiose dei politici ed al racket della ‘ndrangheta.

Le mie imprese occupavano mediamente qualche centinaio di persone, cui va aggiunta l’occupazione di ditte specializzate in vari settori (idraulico, impiantistico,di pavimentazione, lavorazione intonaci, ecc.) e svolgevano attività sia nelle opere pubbliche che nel settore privato.

Una delle due, nello specifico la “ Masciari Costruzioni ” operava con gli appalti pubblici: dunque era orientata alla costruzione di: Case Popolari, Impianti Sportivi, Scuole, Strade, Restauri di Centri Storici, ecc. Lavoravo bene, avevo anche dieci cantieri aperti contemporaneamente . Nel contempo, l’altra impresa societaria lasciatami da mio padre, in cui avevo l’incarico di amministratore, costruiva Abitazioni Civili destinati alla vendita e realizzava lavori privati per conto terzi.

Inizialmente mio padre e poi successivamente io, riferivamo alle Forze dell’Ordine le pressioni di natura estorsiva che la ‘ndrangheta esercitava sulle nostre imprese e del pericolo cui eravamo esposti.

Le risposte erano sempre le stesse: “ stia attento prima di denunciare, si rischia la vita, non si esponga troppo”.

Nel 1988, il mese di febbraio, venne a mancare mio padre. Mi trovai completamente solo, con una famiglia numerosissima di nove fratelli e per poter continuare a lavorare dovetti cedere alle richieste estorsive: il SEI per cento ai politici, il TRE per cento ai mafiosi. Ed i soprusi che dovetti sopportare, le angherie, le assunzioni pilotate, le forniture di materiali e di manodopera imposta da qualche capo-cosca o da qualche amministratore, nonché costruzioni di fabbricati e di uffici senza percepire alcun compenso, regali di appartamenti, l’acquisto di autovetture, e persino la costruzione di cappelle cimiteriali ecc….

A questo si aggiunge che la soggezione al potere mafioso era imposto soprattutto dall’atmosfera di invivibilità che si era creata in quegli anni su tutta la Calabria ed in particolare nel mio territorio, dove, per supremazia di interesse da parte delle famiglie malavitose, scoppiò la cosiddetta “ FAIDA DEI BOSCHI “, che apportò decine di morti e diffuse il terrore nei cittadini onesti ed in particolar modo in chi esercitava un’attività imprenditoriale, vittime di atti intimidatori e di taglieggiamenti.

Ma il senso di ribellione alla prepotenza e all’ arroganza che subivo era presente in me, solo che non avevo alternative e la responsabilità che sentivo verso la mia famiglia, verso i miei dipendenti, verso me stesso, era enorme.

Dal 1990, decisi di non sottostare alle pretese estorsive dei politici che consisteva nell’elargizione di denaro e di lavori gratuiti, di conseguenza non si fecero attendere le prime ripercussioni sulla mia azienda. Gli stati d’avanzamento lavori mi venivano pagati con notevole ritardo che arrivava a superare anche l’anno e addirittura non mi venivano considerati i lavori eseguiti che dunque non erano nè contabilizzati nè pagati. Cercavo di resistere a queste forme di ostruzionismo con molta difficoltà e le banche, dal loro canto, facevano la loro parte aggravando l’azione d’intralcio.

Dal 1992 con durezza e determinazione decido di non elargire più somme di denaro alla ‘ndrangheta.

Incominciava così la disfatta totale delle mie imprese: fioccarono i danni dolosi come furti, incendi, danneggiamenti dei mezzi di lavoro e di attrezzatura sui cantieri, per passare poi alle esplosioni d’arma da fuoco ( LUPARA ), alle minacce personali, alle telefonate minatorie che mettevano in subbuglio la vita quotidiana di una intera famiglia.

Nel 1993, mese di Aprile, giorno di pasquetta uno dei miei fratelli fu avvicinato da sconosciuti e sparato alle gambe . Se la cavò. Fui fermato da malavitosi che mi costrinsero a non costituirmi parte civile. E così dovetti fare.

Le banche subdolamente mi consigliavano di rivolgermi agli usurai per ottenere quella liquidità che mi era venuta meno dai mancati pagamenti dei lavori già realizzati e per i quali io avevo investito le mie risorse.

Un circolo vizioso dunque!

Nel settembre 1994, con grande amarezza, decisi di licenziare tutti gli operai della mia impresa pur avendo diversi cantieri in opera, lavori in fase di ultimazione, nuovi appalti aggiudicati e altri di cui stavo per stipulare i contratti, appalti che comprendevano lavori anche in Germania a cui dovetti rinunciare, il tutto per un importo di circa 25 miliardi di lire .

Fu nel mese di novembre dello stesso anno e precisamente giorno 22 (compleanno di mia moglie) che incontrai il maresciallo LO PREIATO NAZARENO, comandante allora della stazione dei Carabinieri di Serra San Bruno, mia località di residenza e, sapendo del suo sentito impegno, incominciai ad avere fiducia, raccontando in linee generali le mie vicende e quanto mi stava succedendo; fiducia che mi era venuta meno dal comportamento che dopotutto si preoccupavano per me ma nello stesso tempo esprimevanoanimo di rassegnazione non confacente al ruolo che rivestivanodelle persone che lo avevano preceduto, i quali erano da me informati circa le mie vicissitudini.

Ma le ripercussioni non furono limitati ai fatti sopra descritti. Nell’ ottobre del 1996 mi fu notificata la sentenza di fallimento di una delle mie imprese della quale ero titolare, la “MASCIARI COSTRUZIONI di Masciari Giuseppe “ ditta individuale. Dunque la mia ribellione era ulteriormente punita: inverosimilmente il fallimento era decretato per un importo di lire 134.000.000, avverso l’azienda che vantava crediti, possedeva immobili e numerose attrezzature edili.

Ma non è tutto.

Il fallimento è stato dichiarato dal giudice Patrizia Pasquin, giudice presidente della sezione fallimentare di Tribunale di Vibo Valentia.

A distanza di anni, l’ 11 novembre 2006 veniva data notizia in tutte le testate giornalistiche a mezzo stampa eTv la seguente notizia: “arrestato il giudice Patrizia Pasquin” . Si riscontra sul sito internet “ la REPUBBLICA. It – CRONACA : Riceveva dalla mafia una stabile remunerazione”; Vibo, interrogato il giudice Pasquin ; Mastella: “Seguivo il caso da tempo”.

Le mie denuncie sono state consacrate presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro.

I giudici della Distrettuale Antimafia che accosero le mie denuncie, valutarono la vastità dei miei racconti e dei personaggi accusati, personaggi del mondo politico, amministrativo e mafioso, ma soprattutto, considerato il grave ed imminente pericolo di vita cui ero esposto io e la mia famiglia quale conseguenza delle mie denuncie, mi prospettarono l’assoluta necessità di allontanarmi con la mia famiglia dalla mia Regione e di entrare quindi sotto tutela del Servizio Centrale di Protezione, lasciando così in tronco la mia famiglia, i miei amici, il mio lavoro, il mio ruolo sociale e di riflesso anche mia moglie e i miei due bambini hanno subito con me l’ esilio.

Lì 6 giugno 2007

Masciari, il costruttore divenuto superteste Comments

Masciari, il costruttore divenuto superteste

Dalla relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia, XIV legislatura.

«Il signor Masciari è un imprenditore edile di Serra San Bruno che fu sottoposto al programma speciale di protezione previsto per i testimoni, in data 18 ottobre 1997, poiché esposto a rischio concreto a seguito della decisione di rendere testimonianza all’Autorità giudiziaria in ordine alle richieste estorsive di cui era fatto bersaglio. Il signor Masciari ha raccontato di essere iscritto sin dal 1983 alla Camera di commercio e di avere ottenuto nel 1984 l’iscrizione all’Albo nazionale costruttori per varie categorie di lavori; nel 1985 iniziò l’attività in proprio, nel settore degli appalti pubblici, con l’impresa individuale “Masciari Costruzioni”. Nel 1988 divenne amministratore della società in accomandita semplice “Masciari Francesco sas”, nata per trasformazione dell’impresa individuale del padre all’atto della sua morte; la “Masciari Francesco sas” operava nel settore degli appalti privati, non ché nel settore della costruzione e della commercializzazione di immobili. Da subito il Masciari dovette fare i conti con le pressanti richieste estorsive che gli provenivano dall’agguerrita criminalità organizzata, nonché da parte di pubblici amministratori locali (in sede di audizione dell’11 novembre 2004 ha dichiarato che le richieste estorsive avanzate dai criminali erano pari al 3% dell’importo del lavoro, quelle avanzate da appartenenti al settore politico-amministrativo erano pari al 6% dell’importo dei lavori).
Il Masciari racconta di aver riferito all’Autorità giudiziaria ed alle Forze dell’ordine delle intimidazioni e delle richieste estorsive ricevute, ricevendo in cambio solo consigli sull’opportunità di non esporsi con la denuncia dei fatti, per gli eccessivi rischi cui conseguentemente sarebbe stata esposta tutta la famiglia (il Masciari ed i suoi otto fratelli). A partire dal 1990, Masciari tentò di sottrarsi alle pretese dei politici, ma non tardarono ripercussioni con pregiudizievoli effetti di natura economica sulle sue aziende; gli stati di avanzamento dei lavori gli venivano pagati, infatti, con notevoli ritardi ed a ciò si aggiunsero le difficoltà frapposte dalle banche nella concessione del credito. Le difficoltà economiche cui si trovava esposto lo costrinsero a ricorrere al prestito usurario e nel 1992 decise di non corrispondere più alle richieste estorsive avanzate dalla criminalità organizzata locale; ciò causò una lunga serie di conseguenze che giunsero a sconvolgere la vita dell’intera famiglia (furti, incendi, danneggiamenti a danno dei mezzi di lavoro, minacce personali, telefonae minatorie, colpi d’arma da fuoco, fino al ferimento del fratello, avvenuto nel mese di aprile del 1993).
Nel mese di settembre 1994 licenziò gli ultimi 58 dipendenti ed il 22 novembre 1994 presentò la sua prima denuncia formale al Comando stazione carabinieri di Serra San Bruno. Le ritorsioni, conseguite quasi naturalmente alla decisione di sottrarsi al giogo delle estorsioni e di denunciare gli autori di tali azioni, determinarono lo stato di dissesto delle imprese ed il fallimento dell’impresa “Masciari Costruzioni”, avvenuto nell’ottobre 1996 per un passivo accertato di 134 milioni di lire, a fronte di contratti di appalto stipulati per un valore di 25 miliardi di lire. In merito alla procedura fallimentare, è opportuno riferire che la Dda di Catanzaro – dottor Bianchi e dottor D’Agostino –, con note inviate nel 1997 e nel 2000 alla Commissione centrale ed al giudice delegato al fallimento del Tribunale di Vibo, ha affermato l’esistenza di rapporto di causalità tra le vicende estorsive cui è stato soggetto Masciari e lo stato di dissesto finanziario che ha condotto alla sentenza dichiarativa di fallimento.
Nella memoria integrativa presentata in data 15 dicembre 2004, il Masciari riporta la relazione redatta dal sostituto procuratore della Repubblica Dda di Catanzaro, dottor Luciano D’Agostino nella quale si legge, in ordine allo stato di insolvenza, che (…) ciò è avvenuto sulla iniziale richiesta e maggiori pressioni di un creditore, Tassone Antonio, legato alla famiglia dei «Viperari» (…) è chiaro, quindi, che il tutto è stato ordito dalla famiglia «Vallelunga», poiché il Masciari (…) non ha voluto più sottostare al sistema di ricatto (…) i motivi dello stato di insolvenza non sono ascrivibili allo stesso neanche a titolo di colpa (…). Le dichiarazioni testimoniali rilasciate da Giuseppe Masciari confluirono in numerosi procedimenti penali, aperti presso diverse Procure del territorio… Complessivamente, a seguito delle denunce del Masciari sono state rinviate a giudizio 42 persone, tra cui un magistrato amministrativo, nei confronti delle quali sono stati instaurati 6 procedimenti nei quali il Masciari risulta parte offesa e si è costituito parte civile. Dagli atti della Commissione centrale prodotti dal Masciari si rileva il giudizio di forte attendibilità e credibilità che l’Autorità giudiziaria dà del Masciari. Le esigenze di sicurezza, determinate dal crescente concreto pericolo cui si trovava esposto il Masciari determinarono nell’ottobre 1997, l’applicazione del programma speciale di protezione nei riguardi dell’intero nucleo familiare…».

Articolo originale da Calabria ora: pagine-38-del-11-gennaio-calabria-ora.pdf

Pino Masciari, testimone di giustizia e “vittima” del dovere Comments

Pino Masciari, testimone di giustizia e “vittima” del dovere

La storia di Pino Masciari, testimone di giustizia o, come lui preferisce definirsi, “vittima del dovere”, è per molti versi esemplare. In una Calabria dove il coordinatore della Dda di Reggio, Boemi, dichiara che l’85% delle indagini nascono da captazioni telefoniche piuttosto che da denunce specifiche, dove gli imprenditori sottomessi al racket delle estorsioni, evidentemente, non hanno fiducia nelle istituzioni che dovrebbero proteggerli, Pino ha avuto il coraggio di andare controtendenza. Figlio di un imprenditore edile, primogenito di nove fratelli, divenuto a sua volta titolare della ditta del padre, Masciari è uno che ci ha saputo fare nel proprio lavoro. In poco tempo è diventato uno dei grossi costruttori aprendo una seconda impresa, nuove sedi a Catanzaro e Serra San Bruno e cantieri in tutte le province della Calabria ed anche all’estero, in Germania. Tutto questo non poteva certamente passare inosservato e prima il padre, poi lui stesso, sono stati costretti a “regalìe” nei confronti di numerose famiglie della malavita. Appartamenti venduti sottocosto, villette costruite senza percepire neanche un soldo. Poi, mano a mano che il volume degli affari cresceva, l’obbligo di comprare calcestruzzo e i vari materiali da costruzione da “amici”, l’imposizione di assunzioni di persone “particolari”, e, infine, l’obbligo di pagare anche una percentuale fissa sui lavori. «La cosa più grave- dice con un filo di ironia- è che poi si ammazzavano tra di loro e dovevo costruire pure le cappelle cimiteriali, senza, ovviamente, percepire neanche un centesimo. Ero ancora giovane e potevo anche permettermi certe regalìe ma ad un certo punto non ce l’ho fatta più ed ho detto basta. Quando queste persone mi hanno imposto il tre per cento di ogni importo a base d’asta, in maniera categorica, ho detto no, a questo punto non dò più un soldo a nessuno. Ho deciso di denunciare. E da lì sono iniziati i guai più grossi. Incendi nei cantieri, colpi di lupara, telefonate minatorie. Sono stato costretto ad andare via dalla Calabria con mia moglie e i miei due figli. Vivo in una località del Nord dal 1997, allorquando una decina di carabinieri vennero di notte, mi caricarono su un furgone e mi portarono via, messo sotto programma di protezione da parte del Ministero dell’Interno». E già, perché Pino l’ha fatta grossa: ha avuto il coraggio di denunciare e far condannare esponenti mafiosi di ben quattro province. E non solo: ha denunciato anche pezzi delle istituzioni colluse, facendo processare anche un magistrato. «Non è stato facile. Parliamo degli anni ’92, ’93 e ’94 allorquando in Calabria la situazione era così calda che il giudice Antonino Caponnetto aveva detto che qui non c’era più lo Stato». Oggi, Masciari si definisce “un morto che cammina”; teme da un momento all’altro che possa succedere qualcosa a lui o alla sua famiglia. Ma nutre fiducia nella giustizia, anche se con le dovute specificazioni. «Devo per forza avere fiducia, sennò farei prima a mettermi io stesso sottoterra senza aspettare che lo faccia qualcun altro. Comunque in Calabria ci sono magistrati, che ho conosciuto personalmente, che vogliono lavorare e darsi da fare. Il punto è metterli nelle condizioni di poterlo fare». Pino, intanto, il suo dovere lo ha fatto. E per farlo è dovuto tornare più volte in Calabria per testimoniare. Lui stesso racconta come: portato da normalissime auto Fiat senza blindatura, con la targa della località “segreta” dove risiede con la sua famiglia e dove è censito con nome e cognome veri; lasciato più volte, a Nicastro come a Vibo o a Crotone, senza scorta e senza tutela; costretto ad esibire negli alberghi dove è stato alloggiato, assieme alla sua scorta, i documenti con i suoi dati reali cosicché molti hanno potuto vedere dove risiede. Nel corso degli anni, Masciari si è trovato più volte nelle aule dei tribunali di fronte alle persone che ha denunciato. Ha incrociato i loro sguardi infuocati e poco rassicuranti. «Devo sforzarmi di avere fiducia nella giustizia», ripete, forse anche per convincersene. La domanda, a questo punto, è quasi ovvia: lo rifarebbe? «Si. Oggi sono cambiate tante cose rispetto al passato. Si parla apertamente in pubblico di mafia, c’è la legge antiracket, chi denuncia non è costretto più a partire. E se ci saranno più persone a denunciare i propri estortori le cose possono migliorare ancora di più. Perché siamo anche noi che dobbiamo aiutare lo Stato a sconfiggere la mafia, non possiamo fare gli indifferenti». Intanto, Beppe Grillo lo chiama tutte le sere durante i suoi spettacoli e gli fa raccontare la propria storia. Anche questo è un modo per far cambiare le cose. Bravo Pino. E grazie.

Operationsgebiet Deutschland-  Italienische Mafia zieht sich hierher nicht zurück, sondern entfaltet sich Comments

Operationsgebiet Deutschland- Italienische Mafia zieht sich hierher nicht zurück, sondern entfaltet sich

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25.08.07
Operationsgebiet Deutschland

Italienische Mafia zieht sich hierher nicht zurück, sondern entfaltet sichVon Tom MustrophIn der Nacht zum 15. August waren nahe des Duisburger Hauptbahnhofes sechs Italiener Opfer einer Mafiafehde geworden. Die Ermittlungen sollen laut deutscher und italienischer Behörden auf Hochtouren laufen. Allerdings erfolglos, und neue Bluttaten werden befürchtet.
Wenige Tage vor dem Mord in Duisburg hatten die kalabresischen Carabinieri ein dickes Dossier über die Zuspitzung der Fehde zusammengestellt. 70 Namen von wichtigen ‘Ndranghetisti sind dort – als mögliche Auftraggeber und potenzielle Opfer – erwähnt, außerdem mehrere Dutzend sogenannter Soldaten: das Personal für die Killerkommandos. Unter den 70 Personen soll sich auch der Name Marco Marmo, eines der Opfer von Duisburg, befinden.
Ihn verdächtigt die Polizei, die Waffen für den einstigen »Weihnachtsmord« an Maria Strangio, der Frau des Bosses Giovanni Nirta, besorgt zu haben. Doch mittlerweile vermuten die Carabinieri, dass Marmo nicht nur aus Rachegründen ermordet, sondern präventiv beseitigt worden sein könnte. Es gibt nämlich Hinweise, dass Marmo in Deutschland auf Einkaufstour für weitere Waffen war. Sollten sich diese Hinweise bestätigen, ist die Mär vom »Rückzugs- und Ruheraum« Deutschland dahin. Vielmehr wäre es damit wohl zum offenen Operationsgebiet avanciert.‘Ndrangheta ist heute die Mächtigste
»Für mich ist der Anschlag in Deutschland keine Überraschung. Die ‘Ndrangheta ist gegenwärtig die mächtigste kriminelle Organisation weltweit. Sie hat sich gegen die anderen Mafien – russische, albanische, auch deutsche – durchgesetzt. In Deutschland setzte sie sich vor allem seit dem Mauerfall fest. Sie nutzte die günstigen Gelegenheiten zur Geldwäsche und kaufte in manchen Städten ganze Quartiere auf«, stellt Pino Masciari gegenüber dieser Zeitung fest.
Der Bauunternehmer aus dem kalabresischen Serra San Bruno hat sich in den 90er Jahren gegen die ‘Ndrangheta gestellt. Er hat sich geweigert, den »Pizzo«, das Schutzgeld zu zahlen. Er hat seine Erpresser angezeigt, unter ihnen auch Mitarbeiter der Behörden, die für öffentliche Bauten eine weitere »Provision« vom Unternehmer gefordert hatten. Masciari hatte versucht, mit seinem Geschäft nach Europa zu entkommen. Doch wohin er auch kam, immer schon war jemand von der Mafia da. Nicht immer als Erpresser, sondern auch schlicht als Geschäftskonkurrent, der dem Landsmann mitunter sogar Zusammenarbeit anboten. Masciari schildert: »Auf einer Baustelle in Dresden sind mir Investoren der Camorra begegnet. In Dessau hat man mir ein todsicheres Verfahren zur Geldwäsche angeboten.«
Vor über zehn Jahren wurde der Bauunternehmer Masciari von nachweislich korrupten Behörden seiner Heimatprovinz in den Ruin getrieben. Führende Mafiosi und einfache Erpresser sowie deren Komplizen in Politik, Verwaltung, Privatwirtschaft und auch in der Justiz sind aufgrund seiner Aussagen ins Gefängnis gekommen. Er reist durch ganz Italien, um mit der Überzeugungskraft seiner Person und der Relevanz seiner Biografie zum Kampf gegen die Mafia zu mobilisieren. »Der Staat muss härter durchgreifen«, lautet sein Appell. Wer zu langen Gefängnisstrafen verurteilt wird, müsse diese auch absitzen. »Viele, die zu zehn, zwanzig Jahren verurteilt wurden, kommen nach drei, vier Jahren wieder heraus. Das ist keine Abschreckung«, meint er und setzt nach: »In Italien ist gegenwärtig die Demokratie bedroht.«
Von seinem derzeit geheimen Wohnort aus beobachtet er auch die Vorgänge in seiner einstigen ökonomischen Heimat Deutschland. »Es ist alarmierend, was dort passiert. Die ‘Ndrangheta glaubt offensichtlich, sich alles herausnehmen zu können, was sie will.« Masciaris Ferndiagnose wird von bisherigen Ermittlungsergebnissen erhärtet. Bis zu zehn Personen sollen in Duisburg in der Nacht zum 15. August in unmittelbarer Nähe der Pizzeria »Da Bruno« gewesen sein, darunter auch einige hochgestellte Familienmitglieder des Strangio-Nirta-Clans. Sie wollten sich, so lautet eine Hypothese, vom Gelingen der Aktion überzeugen. Über das Ausmaß der Verbreitung der ‘Ndrangheta in Deutschland gibt es bislang nur wenige handfeste Fakten.
Ein Goldschatz in dieser Hinsicht, aus dem nur hin und wieder einige Körner fallen, sind die Unterlagen der »Operation Lukas«. Benannt wurde sie nach dem Herkunftsort von Opfern und wahrscheinlich auch Tätern der Mordtat von Duisburg, durchgeführt bereits 2001, gemeinsam von Beamten des BKA und kalabresischen Fahndern. Sie soll eine Karte enthalten, in der mafiaverdächtige Unternehmen und Immobilien in ganz Deutschland verzeichnet sind. Genannt sind nach Recherchen der italienischen Repubblica Städte wie Duisburg und Bochum, Erfurt und Leipzig.
Ins alte Industrierevier des Westens ergoss sich seit den 50er Jahren ein Einwandererstrom aus Süditalien. Darunter viele Kalabreser, viele, die der Armut entfliehen wollten, viele auch, die die Bevormundung durch die Clans satt hatten und mit ihrer Hände Arbeit ein selbstbewusstes Leben gründen wollten. Eine bittere Ironie der Geschichte scheint nun, dass in der italienischen Community Mafiosi spielerisch leicht untertauchen und mit ihren Geldern für Respekt sorgen können.
Die Entwicklung im Osten hat Masciari aus eigenem Erleben erfahren. »In den 90er Jahren war hier jedes Geld willkommen. Niemand hat gefragt, woher es kam. Um ihr Geld zu waschen, konnte sich die Mafia deutscher Strohmänner bedienen«, sagt er. Für ihn steht fest: Neun von zehn aller nach dem Mauerfall von Kalabresen gegründeten Pizzerien und Ristorantes in Deutschland sind Geldwaschmaschinen; der größte Teil davon befindet sich in Ostdeutschland. Aber auch in größeren Unternehmen, selbst in Weltkonzernen soll Geld der ‘Ndrangheta stecken.
Diese Mafia gilt derzeit als die dynamischste Verbrecherorganisation. Beispielsweise ist sie nicht so stark zersplittert wie die neapolitanische Camorra, deren interner Krieg seit zehn Jahren Ermittler und Journalisten, Notärzte und Gefängniswärter zu Sonderschichten zwingt. Andererseits ist sie nicht so starr und hierarchisch organisiert wie die sizilianische Cosa Nostra.
Erst Giftmüll, dann Frankfurter Börse
Bis in die 80er Jahre galt die ‘Ndrangheta als Feierabendgemeinschaft von Schäfern und Schmugglern, die sich ein Zubrot durch Entführungen besorgten. Ihre Gewalttätigkeit blieb lokal begrenzt. Doch dann »entdeckte« sie das Giftmüllgeschäft. Anfangs wurden die Konvois – darunter verstrahlte Materialien – nach Somalia verbracht, später wurde alles gleich auf See verklappt. Mit dabei waren die jetzt verfeindeten Clans Strangio-Nirta und die Pelle-Romeo aus San Luca. In die logistische Feinarbeit sollen türkische Gangs eingebunden gewesen sein. Die dabei geknüpften Kontakte führten schließlich zum Einstieg in den Drogenhandel.
Die Geldmengen, die die ‘Ndrangheta umsetzt, sind enorm. Schätzungen liegen bei 35 Milliarden Euro in jedem der beiden letzten Jahre. Wie sehr die ‘Ndrangheta im Geld badet, illustrierte kürzlich Italiens Vize-Innenminister Marco Minniti: »Unlängst sind wir auf eine Ndrina (Organisationseinheit der ‘Ndrangheta – d.A.) gestoßen, die Geld verstecken wollte. Es handelte sich um einen Eimer mit fünf Millionen Euro. Der Junge, der den einmauerte, hatte geschlampt, und der Mörtel zerfraß die Scheine. Er war entsetzt und dachte, er würde an Ort und Stelle erschossen. Doch sein Boss soll ihm gesagt haben: »Sohn, sorge dich nicht. Das Geld kommt und geht, und es kommt wieder.«
Ein BND-Bericht aus dem Jahr 2006 vermerkt, dass die Organisation sich an der Frankfurter Börse massiv in internationale Energiefirmen eingekauft hätte, u.a. in den russischen Multi Gazprom. Der wiederum hat seinen symbolischen Sitz derzeit im Herzen des Ruhrgebiets, nämlich direkt auf den blauen Trikots von Schalke 04. Und von Gelsenkirchen bis Duisburg ist es nur ein sprichwörtlicher Katzensprung.


Weiter ohne heiße Spur
Nach den Mafia-Morden in Duisburg hat die Polizei gestern in mehreren deutschen Städten Durchsuchungen mit Schwerpunkt Nordrhein-Westfalen vorgenommen. Die sicher gestellten Gegenständen würden ausgewertet, sagte ein Polizeisprecher. Eine heiße Spur zu den Tätern gebe es nicht. Bei der gestrigen Polizeiaktion sei auch niemand festgenommen worden. AFP/ND

Testimoni di giustizia o di ingiustizia? Comments

Testimoni di giustizia o di ingiustizia?

Testimoni di giustizia o di ingiustizia? PDF Stampa E-mail
di Rosanna Scopelliti   
giovedì 13 settembre 2007
Rosanna ScopelitiNon conosco bene il trambusto che ha vissuto il nostro amico Pino Masciari quella notte di 10 anni fa quando, dopo aver scelto di testimoniare contro i suoi estorsori ed aguzzini, si è affidato anima e corpo allo Stato per collaborare nelle indagini ed ottenere non solo giustizia, ma soprattutto protezione per sé e la sua famiglia. Da quel giorno lui sarebbe stato un “testimone di giustizia”, una sorte che tocca tutti coloro che, per vissuto, si sono trovati a vivere la violenza della malavita fino a trovare la forza di denunciare e testimoniare apertamente contro i propri aguzzini.

Pino spesso  racconta che, dopo aver deciso di collaborare ed essere stato trasferito per motivi di sicurezza, non ha potuto ricominciare a vivere come garantito: niente lavoro per lui e la moglie, un reddito minimo che basta appena ad arrivare alla fine del mese e l’impossibilità di impiegarsi in alcun modo.
E mi chiedo se sia possibile che i suoi figli vadano a scuola come gli altri bambini, ma i loro nomi e cognomi siano alla luce del sole, chiari, palesi e di certo facilmente rintracciabili? E se sia poi ammissibile che a Pino stesso venga recapitata la posta a nome suo come ad un normale cittadino che ha cambiato residenza per motivi personali? E che senso ha allora l’essere relegato in un località segreta, il rinunciare ad una vita normale ed agli affetti della propria terra se poi non si è tutelati, se non si ha la sicurezza dell’anonimato, se si vive comunque sotto gli occhi di tutti, buoni e cattivi?

Nel tempo il nostro coraggioso amico ha continuato e continua a svolgere il suo compito di “testimone di giustizia”: ha testimoniato, racconta nei suoi numerosi interventi pubblici, spostandosi anche a sue spese, anche senza scorta e rischiando in prima persona pur di contribuire a segnalare e far punire non solo i suoi estortori, ma coloro che, con la violenza e la tracotanza tipica dei malavitosi, intimidivano altri imprenditori e tenevano sotto scacco tutto un sistema di economie e piccoli potentati. Con il suo contributo sono stati sgominati i più pericolosi clan del vibonese e le sue dichiarazioni sono state decisive nei vari processi a carico dei suddetti signori. Eppure le sue deposizioni pare venissero spostate all’ultimo minuto, le macchine impiegate ad accompagnarlo si rompevano “casualmente” per strada o la scorta per un motivo o per l’altro sembrava sempre riscontrasse problemi ad arrivare. Ma Pino, nonostante tutto, ha sempre presenziato per rendere la sua preziosa testimonianza.

Spesso mi è capitato di incontrare Pino ed i suoi. l coraggio delle sue parole, la speranza che nutre, la voglia di rientrare nella sua terra, l’impegno impiegato per una giustizia che, come spesso avviene, tarda ad arrivare imprigionata dalle mille ragnatele burocratiche sono le motivazioni che spingono me a trovare la forza di essergli vicino, di voler essere quasi uno scudo umano per lui e la sua importantissima lotta non solo di legalità, ma soprattutto di CIVILTA’.
Questo vuol dire essere cittadini italiani, questo è vivere portando il tricolore nel petto, vivere onestamente, o solo semplicemente VIVERE.

Adesso Pino ha bisogno di aiuto. E’ solo, abbandonato da una parte di Stato che da lui ha solo preso, uno Stato che offre mille garanzie ai “Pentiti” e che ahimè si dimentica degli ONESTI cittadini, coloro che non hanno mai ucciso, o estorto, o contravvenuto alla legge.
Pino ha dalla sua la società civile, quella che ha voglia di informarsi e che non vive preoccupandosi solo del suo “orticello”; con Pino ci siamo noi giovani, noi familiari delle vittime di mafia, noi piccoli sognatori che vediamo in lui un esempio da seguire e da difendere contro ogni ingiustizia o intimidazione… Prima che sia troppo tardi.
Tardi com’è stato per Fedele Scarcella, imprenditore calabrese, onesto, coraggioso. Non pagava il pizzo lui, anzi, denunciava a ruota libera i suoi estortori, una, dieci, cento volte. Gli proposero di emigrare perché in Calabria non si sarebbero riuscite a creare le condizioni per proteggerlo, ma rifiutò scegliendo di cambiare solo provincia: da Reggio Calabria a Vibo. Continuò a lavorare cercando di portare dalla sua anche altri imprenditori, di convincerli a denunciare, a non pagare. Lo hanno trovato morto carbonizzato nella sua auto una mattina d’estate. Ai suoi funerali nemmeno una rappresentanza delle Istituzioni.

E allora quali garanzie? he garanzie lo Stato è in condizione di offrire ai suoi cittadini? ome si fa a chiedere collaborazione se poi chi fa il suo dovere è costretto ad un esilio senza garanzie o ad affrontare la morte?

Tempo fa in un intervista fatta da Curzio Maltese ad un negoziante del Corso di Reggio emergeva come fosse normale pagare il pizzo (o la mazzetta per essere più precisi). Tramite quel pedaggio il commerciante aveva assicurata la buona riuscita del suo esercizio e la protezione contro ogni malintenzionato, una specie di assicurazione “furto – incendio”. E il commerciante era contento così, anche perchè sosteneva che lo Stato non sarebbe riuscito a garantirgli di più.
“Ha mai pensato di denunciare?” Chiedeva poi, attonito, il giornalista. “Nemmeno per sogno, non voglio fare la fine di Pino Masciari!
Ed è proprio questa la mentalità che vorrei si iniziasse a scardinare, noi come società civile e le Istituzioni facendo la loro parte, dimostrando così insieme la nostra forza.
Perché Pino possa finalmente tornare a lavorare in Calabria, nella sua terra e sia finalmente chiaro che la vera bandiera dello Stato sono i cittadini onesti, che denunciano e che lo Stato ha il dovere di proteggere non in “località segrete” ma nel proprio paese.

Rosanna Scopelliti

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COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA

 MEMORIA INTEGRATIVA DELLE DICHIARAZIONI RESEDAL TESTIMONE DI GIUSTIZIA GIUSEPPE MASCIARIAVANTI ALLA SOTTOCOMMISSIONE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA IN DATA 11/11/2004

Il sottoscritto MASCIARI GIUSEPPE, nato a Catanzaro il 05/02/1959, di professione imprenditore, coniugato con Salerno Marisa, nata a Serra San Bruno il 22/11/1965, di professione medico odontoiatra, con due figli: Francesco, nato a Serra San Bruno il 28/03/1995, e Ottavia, nata a Serra San Bruno il 1/09/1996, sottoposto, unitamente alla sua famiglia, a regime di protezione come Testimone di Giustizia dal 17/10/1997, domiciliato in località protetta, nota al Servizio Centrale di Protezione, riassume qui di seguito schematicamente le dichiarazioni rese avanti alla Sottocommissione della Commissione Parlamentare Antimafia, nell’audizione del 11/11/2004, fornendo ulteriori elementi chiarificatori in aggiunta a quelli già esposti.

clicca:     commissione-parlamentare-antimafia-1-definitiva.doc

  

           Dalla Località Protetta, addì 26 Novembre 2004 

                                                           Giuseppe Masciari

 

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Considerazioni sul processo prescritto

Riprendiamo la normale attività del blog rallentate per il gran fermento di preparare la Giornata di Pino Masciari del 28 ottobre.

Eravamo rimasti alla prescrizione dei reati di estorsione del processo