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Intervista da Radio 24 Sabato 9 giugno ore 19,30 Comments

Intervista da Radio 24 Sabato 9 giugno ore 19,30

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Sabato 9 giugno ore 19,30 Radio 24 intervista di pino Masciari. Conduce il dott. Roberto Galullo

Associazione mafiosa ed estorsione, <br /> chieste condanne per 98 anni Comments

Associazione mafiosa ed estorsione,
chieste condanne per 98 anni

La storia è quella di sempre; amaramente uguale nonostante siano passati anni e nel frattempo siano cambiati pure i governi. Cambia l’ordine degli addendi ma non il prodotto per i testimoni di giustizia che si ritrovano sempre al punto di partenza. O meglio di non partenza considerato che c’è chi come Pino Masciari, l’imprenditore di Serra San Bruno che dal‘97 vive con la famiglia in località protetta, a partire per seguire i processi in cui si è costituito parte civile non riesce proprio.
L’ultima “perla” risale a pochi giorni fa. Giorno 11 maggio Masciari avrebbe voluto essere a Crotone dove si svolgeva l’udienza a carico di undici imputati – due rispondono di associazione per delinquere, gli altri a vario titolo di estorsione semplice e di estorsione aggravata dalle modalità mafiose – conclusasi con la requisitoria del pm distrettuale Marisa Manzini. Procedimento che, come gli altri, vede l’ex imprenditore parte civile. Ebbene aveva comunicato la data anzitempo al Nop (Nucleo operativo di protezione) di competenza e anche quelle degli altri processi – il 22 dovrebbe essere a Catanzaro (Corte d’Appello), idem il 30 (ma in Tribunale) e nello stesso giorno a Roma (Cassazione) – ma, nonostante le verifiche effettuate dai militari del Nop, è stato contattato soltanto la vigilia del processo (giovedì 10) e tra l’altro alle 16,30 quando gli è stato detto che avrebbe viaggiato su un’autovettura non blindata.
Una storia assurda che è diventata paradossale e grottesca nelle ore successive a seguito del rifiuto di Masciari di viaggiare in quelle condizioni mettendo a repentaglio la sua vita e quella degli accompagnatori. Una storia che l’avvocato Maria Claudia Conidi ha posto all’attenzione della Commissione parlamentare antimafia, del Comitato testi, del ministro dell’Interno e della Commissione centrale ex art. 10 legge 82/91. Una denuncia bella e buona che mette in luce la difficoltà di vivere di Masciari e della sua famiglia, privati di ogni libertà, ma soprattutto della possibilità di essere presente «dove la giustizia intenderebbe chiamarlo».
Morale della favola, come accaduto altre volte e come del resto dallo stesso Masciari denunciato pubblicamente in televisione, a quel processo non ci è andato. Per gli altri non si sa. Per quello in corso davanti al Tribunale di Crotone, iniziato nell’ottobre del 2003, la prossima udienza è stata fissata per l’8 giugno. È probabile che i giudici emettano la sentenza. Intanto il pm della Dda di Catanzaro Marisa Manzini ha chiesto pene per complessivi 98 anni più 42mila euro di multe nei confronti degli imputati. Le richieste più pesanti riguardano Pietro Scerbo (16 anni) e Giovanni Trapasso (12 anni), entrambi rispondono di estorsione e associazione.
Le altre persone coinvolte sono accusate, a vario titolo, di estorsione semplice e aggravata. Si tratta di: Nicola Arena (9 anni e 6 mila euro di multa); Salvatore Vallelunga del ‘61, Damiano Vallelunga, Antonio Vallelunga e Cosimo Vallelunga (8 anni e 5 mila euro ciascuno); Rocco Vallelunga, Giovanni Vallelunga e Cosimo Franzè (7 anni e 4 mila euro di ciascuno); Salvatore Vallelunga del ‘59 (8 anni e 4 mila euro). Nei confronti degli stessi imputati è decaduto per intervenuta prescrizione il capo d’imputazione relativo alla violenza privata, mentre per altri reati sono stati assolti per non aver commesso il fatto.
Coinvolti nel procedimento – che rappresenta uno dei diversi tronconi in cui l’inchiesta fu suddivisa – anche Salvatore Cassaro, Cesare Napolitano, Luciano Battaglia e Mario Scarpino per i quali è stato disposto il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. I reati trattati, infatti, sarebbero stati commessi nel periodotra il ‘90 e il ‘91.

Articolo originale dalla Gazzetta del Sud: Associazione mafiosa ed estorsione,chieste condanne per 98 anni

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Associazione mafiosa ed estorsione,chieste condanne per 98 anni

Pino Masciari (parte civile) costretto a non presentarsi all’udienza per la mancanza di un’auto blindata

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Masciari costretto a saltare il processo

16 maggio 2007 – Manca l’auto blindata – Masciari costretto a saltare il processo-

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16 maggio 2007 – Masciari costretto a saltare il processo

L’auto blindata manca e Pino Masciari, ex imprenditore di Serra San Bruno dal ‘97 testimone di giustizia, è costretto a non partecipare all’udienza del processo davanti al Tribunale di Crotone nonostante, come parte civile, avesse il diritto di esserci.
A rendere nota l’ennesima “non partenza” del testimone (al quale è stato revocato il programma di protezione con delibera impugnata davanti al Tar del Lazio) è il suo avvocato Maria Claudia Conidi in una lettera alla Commissione parlamentare antimafia (on. Forgione), al Comitato testi (on. Napoli), al ministro dell’Interno Amato e alla Commissione centrale (on. Minniti). La penalista racconta le ultime difficoltà vissute da Masciari il quale aveva da tempo comunicato al Nop (Nucleo operativo di protezione) la data e la volontà di volervi partecipare. I problemi sono esplosi però alla vigilia del processo (ore 16,30) quando gli è stato comunicato che avrebbe dovuto viaggiare su un’autovettura non blindata. Da qui il suo rifiuto per non mettere a repentaglio la sua vita e quella della scorta.
La storia col passare delle ore è così diventata grottesca: alle 21,30 gli è stata prospettata la possibilità di intraprendere il viaggio di notte «nel tentativo già di per se inutile di farlo presenziare all’udienza fissata per il giorno successivo, pur nella consapevolezza – scrive l’avv. Conidi – che in termini di tempo si sarebbe impiegato 12-14 ore di viaggio», ma nella stessa notte la partenza è stata differita all’una o alle due del mattino. Morale della favola Pino Masciari a Crotone non è mai arrivato. «Il tutto ha dell’as – surdo – prosegue la Conidi – e, afferendo alla vita di una persona così tragicamente provata dalla vita, si tinge di note fortemente negative perché suona come vera e propria presa in giro, laddove si ravvisa palese l’improponibilità della situazione che avrebbe del grottesco se non fosse inerente a una vicenda vissuta nella più assoluta solitudine e amarezza». Pino Masciari, testimone di giustizia

Articolo originale: Masciari costretto a saltare il processo

Chi sono Comments

Chi sono

Sono un imprenditore edile calabrese, nato a Catanzaro nel 1959, sottoposto a programma speciale di protezione dal 18 ottobre 1997, unitamente a mia moglie Salerno Marisa(medico odontoiatra) e due bambini, perché ho denunciato la criminalità organizzata “ ’ndrangheta ” e le sue collusioni .

La criminalità organizzata, insieme a personaggi di spicco del mondo politico ed istituzionale, ha distrutto le mie floride imprese di costruzioni edili. Come? Bloccandone le attività, rallentando le pratiche nella pubblica amministrazione dove essa è infiltrata, intralciando i rapporti con le banche con cui operavo. Tutto ciò dal giorno in cui ho detto basta alle pressioni mafiose dei politici ed al racket della ‘ndrangheta.

Le mie imprese occupavano mediamente qualche centinaio di persone, cui va aggiunta l’occupazione di ditte specializzate in vari settori (idraulico, impiantistico,di pavimentazione, lavorazione intonaci, ecc.) e svolgevano attività sia nelle opere pubbliche che nel settore privato.

Una delle due, nello specifico la “ Masciari Costruzioni ” operava con gli appalti pubblici: dunque era orientata alla costruzione di: Case Popolari, Impianti Sportivi, Scuole, Strade, Restauri di Centri Storici, ecc. Lavoravo bene, avevo anche dieci cantieri aperti contemporaneamente . Nel contempo, l’altra impresa societaria lasciatami da mio padre, in cui avevo l’incarico di amministratore, costruiva Abitazioni Civili destinati alla vendita e realizzava lavori privati per conto terzi.

Inizialmente mio padre e poi successivamente io, riferivamo alle Forze dell’Ordine le pressioni di natura estorsiva che la ‘ndrangheta esercitava sulle nostre imprese e del pericolo cui eravamo esposti.

Le risposte erano sempre le stesse: “ stia attento prima di denunciare, si rischia la vita, non si esponga troppo”.

Nel 1988, il mese di febbraio, venne a mancare mio padre. Mi trovai completamente solo, con una famiglia numerosissima di nove fratelli e per poter continuare a lavorare dovetti cedere alle richieste estorsive: il SEI per cento ai politici, il TRE per cento ai mafiosi. Ed i soprusi che dovetti sopportare, le angherie, le assunzioni pilotate, le forniture di materiali e di manodopera imposta da qualche capo-cosca o da qualche amministratore, nonché costruzioni di fabbricati e di uffici senza percepire alcun compenso, regali di appartamenti, l’acquisto di autovetture, e persino la costruzione di cappelle cimiteriali ecc….

A questo si aggiunge che la soggezione al potere mafioso era imposto soprattutto dall’atmosfera di invivibilità che si era creata in quegli anni su tutta la Calabria ed in particolare nel mio territorio, dove, per supremazia di interesse da parte delle famiglie malavitose, scoppiò la cosiddetta “ FAIDA DEI BOSCHI “, che apportò decine di morti e diffuse il terrore nei cittadini onesti ed in particolar modo in chi esercitava un’attività imprenditoriale, vittime di atti intimidatori e di taglieggiamenti.

Ma il senso di ribellione alla prepotenza e all’ arroganza che subivo era presente in me, solo che non avevo alternative e la responsabilità che sentivo verso la mia famiglia, verso i miei dipendenti, verso me stesso, era enorme.

Dal 1990, decisi di non sottostare alle pretese estorsive dei politici che consisteva nell’elargizione di denaro e di lavori gratuiti, di conseguenza non si fecero attendere le prime ripercussioni sulla mia azienda. Gli stati d’avanzamento lavori mi venivano pagati con notevole ritardo che arrivava a superare anche l’anno e addirittura non mi venivano considerati i lavori eseguiti che dunque non erano nè contabilizzati nè pagati. Cercavo di resistere a queste forme di ostruzionismo con molta difficoltà e le banche, dal loro canto, facevano la loro parte aggravando l’azione d’intralcio.

Dal 1992 con durezza e determinazione decido di non elargire più somme di denaro alla ‘ndrangheta.

Incominciava così la disfatta totale delle mie imprese: fioccarono i danni dolosi come furti, incendi, danneggiamenti dei mezzi di lavoro e di attrezzatura sui cantieri, per passare poi alle esplosioni d’arma da fuoco ( LUPARA ), alle minacce personali, alle telefonate minatorie che mettevano in subbuglio la vita quotidiana di una intera famiglia.

Nel 1993, mese di Aprile, giorno di pasquetta uno dei miei fratelli fu avvicinato da sconosciuti e sparato alle gambe . Se la cavò. Fui fermato da malavitosi che mi costrinsero a non costituirmi parte civile. E così dovetti fare.

Le banche subdolamente mi consigliavano di rivolgermi agli usurai per ottenere quella liquidità che mi era venuta meno dai mancati pagamenti dei lavori già realizzati e per i quali io avevo investito le mie risorse.

Un circolo vizioso dunque!

Nel settembre 1994, con grande amarezza, decisi di licenziare tutti gli operai della mia impresa pur avendo diversi cantieri in opera, lavori in fase di ultimazione, nuovi appalti aggiudicati e altri di cui stavo per stipulare i contratti, appalti che comprendevano lavori anche in Germania a cui dovetti rinunciare, il tutto per un importo di circa 25 miliardi di lire .

Fu nel mese di novembre dello stesso anno e precisamente giorno 22 (compleanno di mia moglie) che incontrai il maresciallo LO PREIATO NAZARENO, comandante allora della stazione dei Carabinieri di Serra San Bruno, mia località di residenza e, sapendo del suo sentito impegno, incominciai ad avere fiducia, raccontando in linee generali le mie vicende e quanto mi stava succedendo; fiducia che mi era venuta meno dal comportamento che dopotutto si preoccupavano per me ma nello stesso tempo esprimevanoanimo di rassegnazione non confacente al ruolo che rivestivanodelle persone che lo avevano preceduto, i quali erano da me informati circa le mie vicissitudini.

Ma le ripercussioni non furono limitati ai fatti sopra descritti. Nell’ ottobre del 1996 mi fu notificata la sentenza di fallimento di una delle mie imprese della quale ero titolare, la “MASCIARI COSTRUZIONI di Masciari Giuseppe “ ditta individuale. Dunque la mia ribellione era ulteriormente punita: inverosimilmente il fallimento era decretato per un importo di lire 134.000.000, avverso l’azienda che vantava crediti, possedeva immobili e numerose attrezzature edili.

Ma non è tutto.

Il fallimento è stato dichiarato dal giudice Patrizia Pasquin, giudice presidente della sezione fallimentare di Tribunale di Vibo Valentia.

A distanza di anni, l’ 11 novembre 2006 veniva data notizia in tutte le testate giornalistiche a mezzo stampa eTv la seguente notizia: “arrestato il giudice Patrizia Pasquin” . Si riscontra sul sito internet “ la REPUBBLICA. It – CRONACA : Riceveva dalla mafia una stabile remunerazione”; Vibo, interrogato il giudice Pasquin ; Mastella: “Seguivo il caso da tempo”.

Le mie denuncie sono state consacrate presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro.

I giudici della Distrettuale Antimafia che accosero le mie denuncie, valutarono la vastità dei miei racconti e dei personaggi accusati, personaggi del mondo politico, amministrativo e mafioso, ma soprattutto, considerato il grave ed imminente pericolo di vita cui ero esposto io e la mia famiglia quale conseguenza delle mie denuncie, mi prospettarono l’assoluta necessità di allontanarmi con la mia famiglia dalla mia Regione e di entrare quindi sotto tutela del Servizio Centrale di Protezione, lasciando così in tronco la mia famiglia, i miei amici, il mio lavoro, il mio ruolo sociale e di riflesso anche mia moglie e i miei due bambini hanno subito con me l’ esilio.

Lì 6 giugno 2007

Masciari, il costruttore divenuto superteste Comments

Masciari, il costruttore divenuto superteste

Dalla relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia, XIV legislatura.

«Il signor Masciari è un imprenditore edile di Serra San Bruno che fu sottoposto al programma speciale di protezione previsto per i testimoni, in data 18 ottobre 1997, poiché esposto a rischio concreto a seguito della decisione di rendere testimonianza all’Autorità giudiziaria in ordine alle richieste estorsive di cui era fatto bersaglio. Il signor Masciari ha raccontato di essere iscritto sin dal 1983 alla Camera di commercio e di avere ottenuto nel 1984 l’iscrizione all’Albo nazionale costruttori per varie categorie di lavori; nel 1985 iniziò l’attività in proprio, nel settore degli appalti pubblici, con l’impresa individuale “Masciari Costruzioni”. Nel 1988 divenne amministratore della società in accomandita semplice “Masciari Francesco sas”, nata per trasformazione dell’impresa individuale del padre all’atto della sua morte; la “Masciari Francesco sas” operava nel settore degli appalti privati, non ché nel settore della costruzione e della commercializzazione di immobili. Da subito il Masciari dovette fare i conti con le pressanti richieste estorsive che gli provenivano dall’agguerrita criminalità organizzata, nonché da parte di pubblici amministratori locali (in sede di audizione dell’11 novembre 2004 ha dichiarato che le richieste estorsive avanzate dai criminali erano pari al 3% dell’importo del lavoro, quelle avanzate da appartenenti al settore politico-amministrativo erano pari al 6% dell’importo dei lavori).
Il Masciari racconta di aver riferito all’Autorità giudiziaria ed alle Forze dell’ordine delle intimidazioni e delle richieste estorsive ricevute, ricevendo in cambio solo consigli sull’opportunità di non esporsi con la denuncia dei fatti, per gli eccessivi rischi cui conseguentemente sarebbe stata esposta tutta la famiglia (il Masciari ed i suoi otto fratelli). A partire dal 1990, Masciari tentò di sottrarsi alle pretese dei politici, ma non tardarono ripercussioni con pregiudizievoli effetti di natura economica sulle sue aziende; gli stati di avanzamento dei lavori gli venivano pagati, infatti, con notevoli ritardi ed a ciò si aggiunsero le difficoltà frapposte dalle banche nella concessione del credito. Le difficoltà economiche cui si trovava esposto lo costrinsero a ricorrere al prestito usurario e nel 1992 decise di non corrispondere più alle richieste estorsive avanzate dalla criminalità organizzata locale; ciò causò una lunga serie di conseguenze che giunsero a sconvolgere la vita dell’intera famiglia (furti, incendi, danneggiamenti a danno dei mezzi di lavoro, minacce personali, telefonae minatorie, colpi d’arma da fuoco, fino al ferimento del fratello, avvenuto nel mese di aprile del 1993).
Nel mese di settembre 1994 licenziò gli ultimi 58 dipendenti ed il 22 novembre 1994 presentò la sua prima denuncia formale al Comando stazione carabinieri di Serra San Bruno. Le ritorsioni, conseguite quasi naturalmente alla decisione di sottrarsi al giogo delle estorsioni e di denunciare gli autori di tali azioni, determinarono lo stato di dissesto delle imprese ed il fallimento dell’impresa “Masciari Costruzioni”, avvenuto nell’ottobre 1996 per un passivo accertato di 134 milioni di lire, a fronte di contratti di appalto stipulati per un valore di 25 miliardi di lire. In merito alla procedura fallimentare, è opportuno riferire che la Dda di Catanzaro – dottor Bianchi e dottor D’Agostino –, con note inviate nel 1997 e nel 2000 alla Commissione centrale ed al giudice delegato al fallimento del Tribunale di Vibo, ha affermato l’esistenza di rapporto di causalità tra le vicende estorsive cui è stato soggetto Masciari e lo stato di dissesto finanziario che ha condotto alla sentenza dichiarativa di fallimento.
Nella memoria integrativa presentata in data 15 dicembre 2004, il Masciari riporta la relazione redatta dal sostituto procuratore della Repubblica Dda di Catanzaro, dottor Luciano D’Agostino nella quale si legge, in ordine allo stato di insolvenza, che (…) ciò è avvenuto sulla iniziale richiesta e maggiori pressioni di un creditore, Tassone Antonio, legato alla famiglia dei «Viperari» (…) è chiaro, quindi, che il tutto è stato ordito dalla famiglia «Vallelunga», poiché il Masciari (…) non ha voluto più sottostare al sistema di ricatto (…) i motivi dello stato di insolvenza non sono ascrivibili allo stesso neanche a titolo di colpa (…). Le dichiarazioni testimoniali rilasciate da Giuseppe Masciari confluirono in numerosi procedimenti penali, aperti presso diverse Procure del territorio… Complessivamente, a seguito delle denunce del Masciari sono state rinviate a giudizio 42 persone, tra cui un magistrato amministrativo, nei confronti delle quali sono stati instaurati 6 procedimenti nei quali il Masciari risulta parte offesa e si è costituito parte civile. Dagli atti della Commissione centrale prodotti dal Masciari si rileva il giudizio di forte attendibilità e credibilità che l’Autorità giudiziaria dà del Masciari. Le esigenze di sicurezza, determinate dal crescente concreto pericolo cui si trovava esposto il Masciari determinarono nell’ottobre 1997, l’applicazione del programma speciale di protezione nei riguardi dell’intero nucleo familiare…».

Articolo originale da Calabria ora: pagine-38-del-11-gennaio-calabria-ora.pdf

Pino Masciari, testimone di giustizia e “vittima” del dovere Comments

Pino Masciari, testimone di giustizia e “vittima” del dovere

La storia di Pino Masciari, testimone di giustizia o, come lui preferisce definirsi, “vittima del dovere”, è per molti versi esemplare. In una Calabria dove il coordinatore della Dda di Reggio, Boemi, dichiara che l’85% delle indagini nascono da captazioni telefoniche piuttosto che da denunce specifiche, dove gli imprenditori sottomessi al racket delle estorsioni, evidentemente, non hanno fiducia nelle istituzioni che dovrebbero proteggerli, Pino ha avuto il coraggio di andare controtendenza. Figlio di un imprenditore edile, primogenito di nove fratelli, divenuto a sua volta titolare della ditta del padre, Masciari è uno che ci ha saputo fare nel proprio lavoro. In poco tempo è diventato uno dei grossi costruttori aprendo una seconda impresa, nuove sedi a Catanzaro e Serra San Bruno e cantieri in tutte le province della Calabria ed anche all’estero, in Germania. Tutto questo non poteva certamente passare inosservato e prima il padre, poi lui stesso, sono stati costretti a “regalìe” nei confronti di numerose famiglie della malavita. Appartamenti venduti sottocosto, villette costruite senza percepire neanche un soldo. Poi, mano a mano che il volume degli affari cresceva, l’obbligo di comprare calcestruzzo e i vari materiali da costruzione da “amici”, l’imposizione di assunzioni di persone “particolari”, e, infine, l’obbligo di pagare anche una percentuale fissa sui lavori. «La cosa più grave- dice con un filo di ironia- è che poi si ammazzavano tra di loro e dovevo costruire pure le cappelle cimiteriali, senza, ovviamente, percepire neanche un centesimo. Ero ancora giovane e potevo anche permettermi certe regalìe ma ad un certo punto non ce l’ho fatta più ed ho detto basta. Quando queste persone mi hanno imposto il tre per cento di ogni importo a base d’asta, in maniera categorica, ho detto no, a questo punto non dò più un soldo a nessuno. Ho deciso di denunciare. E da lì sono iniziati i guai più grossi. Incendi nei cantieri, colpi di lupara, telefonate minatorie. Sono stato costretto ad andare via dalla Calabria con mia moglie e i miei due figli. Vivo in una località del Nord dal 1997, allorquando una decina di carabinieri vennero di notte, mi caricarono su un furgone e mi portarono via, messo sotto programma di protezione da parte del Ministero dell’Interno». E già, perché Pino l’ha fatta grossa: ha avuto il coraggio di denunciare e far condannare esponenti mafiosi di ben quattro province. E non solo: ha denunciato anche pezzi delle istituzioni colluse, facendo processare anche un magistrato. «Non è stato facile. Parliamo degli anni ’92, ’93 e ’94 allorquando in Calabria la situazione era così calda che il giudice Antonino Caponnetto aveva detto che qui non c’era più lo Stato». Oggi, Masciari si definisce “un morto che cammina”; teme da un momento all’altro che possa succedere qualcosa a lui o alla sua famiglia. Ma nutre fiducia nella giustizia, anche se con le dovute specificazioni. «Devo per forza avere fiducia, sennò farei prima a mettermi io stesso sottoterra senza aspettare che lo faccia qualcun altro. Comunque in Calabria ci sono magistrati, che ho conosciuto personalmente, che vogliono lavorare e darsi da fare. Il punto è metterli nelle condizioni di poterlo fare». Pino, intanto, il suo dovere lo ha fatto. E per farlo è dovuto tornare più volte in Calabria per testimoniare. Lui stesso racconta come: portato da normalissime auto Fiat senza blindatura, con la targa della località “segreta” dove risiede con la sua famiglia e dove è censito con nome e cognome veri; lasciato più volte, a Nicastro come a Vibo o a Crotone, senza scorta e senza tutela; costretto ad esibire negli alberghi dove è stato alloggiato, assieme alla sua scorta, i documenti con i suoi dati reali cosicché molti hanno potuto vedere dove risiede. Nel corso degli anni, Masciari si è trovato più volte nelle aule dei tribunali di fronte alle persone che ha denunciato. Ha incrociato i loro sguardi infuocati e poco rassicuranti. «Devo sforzarmi di avere fiducia nella giustizia», ripete, forse anche per convincersene. La domanda, a questo punto, è quasi ovvia: lo rifarebbe? «Si. Oggi sono cambiate tante cose rispetto al passato. Si parla apertamente in pubblico di mafia, c’è la legge antiracket, chi denuncia non è costretto più a partire. E se ci saranno più persone a denunciare i propri estortori le cose possono migliorare ancora di più. Perché siamo anche noi che dobbiamo aiutare lo Stato a sconfiggere la mafia, non possiamo fare gli indifferenti». Intanto, Beppe Grillo lo chiama tutte le sere durante i suoi spettacoli e gli fa raccontare la propria storia. Anche questo è un modo per far cambiare le cose. Bravo Pino. E grazie.