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Incontro del  GRUPPO AGESCI di Rogliano Calabro con Pino Masciari Comments

Incontro del GRUPPO AGESCI di Rogliano Calabro con Pino Masciari

” SPORCARSI LE MANI PER COSTRUIRE UN MONDO MIGLIORE “

Il 26 agosto 2007 presso la villa Comunale di Rogliano Calabro (Cs), in occasione del ventennale del Gruppo Agesci, si è tenuta la tavola rotonda dal tema:

” SPORCARSI LE MANI PER COSTRUIRE UN MONDO MIGLIORE”.

Pino masciari è intervenuto all’incontro per dare la sua testimonianza di scelta e di vita:

“… un incontro di grande valore etico-morale, con una partecipazione sentita e produttiva, che si inserisce sullo sfondo di un particolare momento che sta vivendo la Calabria.

Voglia di cambiamento nella forte determinazione di voler invertire la rotta verso la legalità e la giustizia. Tale desiderio di iniziativa viene manifestato dai giovani Scout che operano sul territorio e dalle attuali forze Istituzionali nella condivisione piena di portare avanti un così grande progetto di lotta alla criminalità organizzata. Nella speranza di aver trasmesso sulla base della mia esperienza vissuta un segnale di positività e fiducia nel senso dello Stato, mi sento in dovere di ringraziare il Gruppo AGESCI, in particolare i responsabili Giada Tassoni e Adolfo Salvino, il Sindaco Pino Gallo, il Vicesindaco Giovanni Altomare e il Comune di Rogliano”.

Grazie di cuore

Pino Masciari

Pino Masciari, testimone di giustizia e “vittima” del dovere Comments

Pino Masciari, testimone di giustizia e “vittima” del dovere

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La storia di Pino Masciari, testimone di giustizia o, come lui preferisce definirsi, “vittima del dovere”, è per molti versi esemplare. In una Calabria dove il coordinatore della Dda di Reggio, Boemi, dichiara che l’85% delle indagini nascono da captazioni telefoniche piuttosto che da denunce specifiche, dove gli imprenditori sottomessi al racket delle estorsioni, evidentemente, non hanno fiducia nelle istituzioni che dovrebbero proteggerli, Pino ha avuto il coraggio di andare controtendenza. Figlio di un imprenditore edile, primogenito di nove fratelli, divenuto a sua volta titolare della ditta del padre, Masciari è uno che ci ha saputo fare nel proprio lavoro. In poco tempo è diventato uno dei grossi costruttori aprendo una seconda impresa, nuove sedi a Catanzaro e Serra San Bruno e cantieri in tutte le province della Calabria ed anche all’estero, in Germania. Tutto questo non poteva certamente passare inosservato e prima il padre, poi lui stesso, sono stati costretti a “regalìe” nei confronti di numerose famiglie della malavita. Appartamenti venduti sottocosto, villette costruite senza percepire neanche un soldo. Poi, mano a mano che il volume degli affari cresceva, l’obbligo di comprare calcestruzzo e i vari materiali da costruzione da “amici”, l’imposizione di assunzioni di persone “particolari”, e, infine, l’obbligo di pagare anche una percentuale fissa sui lavori. «La cosa più grave- dice con un filo di ironia- è che poi si ammazzavano tra di loro e dovevo costruire pure le cappelle cimiteriali, senza, ovviamente, percepire neanche un centesimo. Ero ancora giovane e potevo anche permettermi certe regalìe ma ad un certo punto non ce l’ho fatta più ed ho detto basta. Quando queste persone mi hanno imposto il tre per cento di ogni importo a base d’asta, in maniera categorica, ho detto no, a questo punto non dò più un soldo a nessuno. Ho deciso di denunciare. E da lì sono iniziati i guai più grossi. Incendi nei cantieri, colpi di lupara, telefonate minatorie. Sono stato costretto ad andare via dalla Calabria con mia moglie e i miei due figli. Vivo in una località del Nord dal 1997, allorquando una decina di carabinieri vennero di notte, mi caricarono su un furgone e mi portarono via, messo sotto programma di protezione da parte del Ministero dell’Interno». E già, perché Pino l’ha fatta grossa: ha avuto il coraggio di denunciare e far condannare esponenti mafiosi di ben quattro province. E non solo: ha denunciato anche pezzi delle istituzioni colluse, facendo processare anche un magistrato. «Non è stato facile. Parliamo degli anni ’92, ’93 e ’94 allorquando in Calabria la situazione era così calda che il giudice Antonino Caponnetto aveva detto che qui non c’era più lo Stato». Oggi, Masciari si definisce “un morto che cammina”; teme da un momento all’altro che possa succedere qualcosa a lui o alla sua famiglia. Ma nutre fiducia nella giustizia, anche se con le dovute specificazioni. «Devo per forza avere fiducia, sennò farei prima a mettermi io stesso sottoterra senza aspettare che lo faccia qualcun altro. Comunque in Calabria ci sono magistrati, che ho conosciuto personalmente, che vogliono lavorare e darsi da fare. Il punto è metterli nelle condizioni di poterlo fare». Pino, intanto, il suo dovere lo ha fatto. E per farlo è dovuto tornare più volte in Calabria per testimoniare. Lui stesso racconta come: portato da normalissime auto Fiat senza blindatura, con la targa della località “segreta” dove risiede con la sua famiglia e dove è censito con nome e cognome veri; lasciato più volte, a Nicastro come a Vibo o a Crotone, senza scorta e senza tutela; costretto ad esibire negli alberghi dove è stato alloggiato, assieme alla sua scorta, i documenti con i suoi dati reali cosicché molti hanno potuto vedere dove risiede. Nel corso degli anni, Masciari si è trovato più volte nelle aule dei tribunali di fronte alle persone che ha denunciato. Ha incrociato i loro sguardi infuocati e poco rassicuranti. «Devo sforzarmi di avere fiducia nella giustizia», ripete, forse anche per convincersene. La domanda, a questo punto, è quasi ovvia: lo rifarebbe? «Si. Oggi sono cambiate tante cose rispetto al passato. Si parla apertamente in pubblico di mafia, c’è la legge antiracket, chi denuncia non è costretto più a partire. E se ci saranno più persone a denunciare i propri estortori le cose possono migliorare ancora di più. Perché siamo anche noi che dobbiamo aiutare lo Stato a sconfiggere la mafia, non possiamo fare gli indifferenti». Intanto, Beppe Grillo lo chiama tutte le sere durante i suoi spettacoli e gli fa raccontare la propria storia. Anche questo è un modo per far cambiare le cose. Bravo Pino. E grazie.

(25-08-2007)

Dalla redazione di Riviera on line

“‘Ndrangheta senza confini lo Stato deve distruggerla” Comments

“‘Ndrangheta senza confini lo Stato deve distruggerla”

Minniti: no al quieto vivere, è in gioco la democrazia: “Terremo
sotto pressione le ‘ndrine. Se si facessero la guerra, avremo morti a decine”

Il viceministro dell’Interno rivendica l’impegno del governo
“Le nostre indagini avevano avvistato il pericolo”
di GIUSEPPE D’AVANZO

San Luca, il paese della faida

DICE Marco Minniti che non bisogna farsi ingannare dalla povertà di quei paesi, San Luca, Platì, Africo. In quel triangolo di Aspromonte, la povertà quasi la ostentano, se ne ammantano, te la mostrano come se fosse una virtù che dovrebbe dare a intendere vite frugali, pane faticato, costumi controllati e non corrotti dall’Assoluto Denaro. E’ fumo negli occhi e non deve accecare. La realtà di quella Calabria e della ‘ndrangheta è un’altra.
la strage

Il viceministro – ha la delega per le polizie e il servizio segreto civile – racconta un episodio saltato fuori in una delle tante indagini con intercettazioni, cimici ambientali e tutto quanto. Una ‘ndrina ha un po’ di denaro da sistemare al sicuro. Il bottino è cash, come sempre. Cinque milioni di euro. Chi riceve l’incarico decide di nascondere il malloppo nell’intercapedine di un muro. Il muro è umido come in una cantina. In poche settimane, la muffa “mangia” il denaro. Il ragazzo è in imbarazzo. Deve dire del pasticcio al capobastone e, se quello pensa che il denaro se l’è sgraffignato, magari gli spara all’istante. Il ragazzo ha paura. Dice quel che deve dire, in fretta e angosciato. Si sente rispondere – e la cimice registra – “Figlio, non ti preoccupare. I soldi, come se ne sono andati, così ritorneranno…”. L’affare con cui prosperano le ‘ndrine – il traffico della droga lungo le rotte colombiane e nigeriane – ha un moltiplicatore economico di 1 a 50.
Nessun confronto con i profitti possibili con il commercio dell’oro, del petrolio, dell’uranio.

“Voglio dire – continua Minniti – che per comprendere la ‘ndrangheta bisogna accertarne i paradossi, non farsene confondere. I luoghi sono poveri o poverissimi; le famiglie che li abitano ricche o molto ricche o straordinariamente ricche. Vivono protette, quasi rinserrate nei legami di sangue, in un familismo inviolabile e autoreferenziale che sembra escluderle dal mondo e sono capaci di avere con il mondo le frenetiche e molteplici relazioni di una grande multinazionale. Appaiono soffocate in un spazio ristretto come i pirati sull’isola di Tortuga, ma proprio come quei pirati sanno solcare mari sconosciuti, incutere timore perché per loro la violenza è un’abitudine e la sopraffazione è una regola di vita.
L’arretratezza culturale e quell’asfissia familistica le rende protette, invulnerabili. Chi tradirebbe il padre o il fratello? Quel vincolo di sangue custodisce e nasconde, a petto di chiunque, i segreti di famiglia, le relazioni, le mire, la ricchezza; costituisce la prima risorsa per affrontare e umiliare le ambizioni degli altri, costi quel che costi anche spararsi addosso per una decina d’anni”.

La terra e il sangue. Sostiene Minniti che sono i due fili da non smarrire mai se si vuole sbrogliare la matassa della ‘ndrangheta. Sulla terra che abitano pretendono di avere la sovranità. Il “pizzo” che impongono al commercio e all’impresa, la subordinazione che esigono dalle amministrazioni pubbliche, il controllo di ogni transazione legale o illegale non arricchisce, non ne hanno bisogno: devono dimostrare che solo il loro potere – e non quello statuale – può essere autorizzativo. L’indistruttibile legame di famiglia, il sangue, è lo strumento e la forza visibile di quella pretesa. Non lo si può tagliare di netto, mai, nemmeno a volerlo. Giuseppe Sculli, il nipote di Giuseppe Morabito di Africo ‘u tiradirittu, era una promessa del calcio italiano. Nazionale dell’Under 21, cartellino della Juve. Avrebbe potuto andare lontano, per la sua strada. Ogni estate, tutto il tempo ad Africo invece e ad Africo – con le cimici che registrano – consiglia candidati al Comune; minaccia; “mette ordine” nelle discoteche. Il sangue non scolora e imprigiona con i suoi obblighi.

“E’ vero, dice Minniti, che non possiamo sorprenderci della strage di Duisburg, e io non se sono sorpreso infatti. Sono sorpreso della sorpresa dei nostri partners europei, le dico la verità. Mi spiego meglio. Se a Ferragosto, faccio per dire, ci fossimo trovati a Como con sei rumeni finiti con il colpo alla nuca, noi non avremmo detto: cara Romania, è un problema tuo! Ci saremmo chiesti che cosa non funziona da noi; quali sono i buchi nella rete; quali i controlli inefficienti; quali i sensori inattivi. Lo avremmo sentito un problema nostro. Mettiamola così, perché non voglio creare polemiche, non siamo riusciti a rendere consapevoli i Paesi europei dell’infezione e, dal suo canto, l’Europa fino a quando ha incassato investimenti “puliti” delle mafie italiane si è illusa che, al denaro che non ha odore, non debba necessariamente seguire una crisi della sicurezza pubblica, come accade oggi nella Ruhr e come può accadere presto in Costa Azzurra, nel Regno Unito, in Belgio, in Olanda dove da tempo affluiscono i capitali delle nostre mafie. Nessuno in Europa può sorprendersi perché siamo vigili e li abbiamo resi vigili. Ripeto, già nel 2001, con il nome in codice Lukas, i carabinieri del Ros compilarono con la collaborazione del Bka una mappa degli investimenti calabresi in Germania. In quella mappa, c’era anche, per dire, il ristorante “da Bruno” che è stato il teatro della strage.
Un luogo non neutro, come confido che presto dimostreranno le indagini. L’ordinamento legislativo tedesco ha impedito il prosieguo di indagini efficaci e preventive. Ora nutro la speranza che quanto è accaduto a Ferragosto possa inaugurare una nuova stagione, magari più consapevole che la minaccia mafiosa la patisce non solo il Paese che l’esporta, ma l’incuba anche chi la importa, magari qualche volta cedendo alla tentazione di chiudere gli occhi perché, si sa, pecunia non olet. Icasticamente Duisburg ci dice che il movente, i mandanti, le vittime e gli esecutori possono essere in un angolo d’Europa e il delitto a migliaia di chilometri. Credo che si debba cogliere l’occasione di quest’indagine per inaugurare una nuova stagione del contrasto ai reati transnazionali che vedano al lavoro squadre investigative comuni e una più stretta collaborazione delle magistrature”.

Anche Minniti ha le sue tentazioni, naturalmente. Sostiene che il governo fa quel che deve e può. Anzi, dice che mai nessun governo ha dato una così costante continuità al lavoro di prevenzione e repressione. Quel che il governo ha in animo di fare ora ha già un programma. Tenere sotto pressione le ‘ndrine per convincere che lo scontro tra i Vottari-Pelle e gli Strangio-Nirta è un gran cattivo affare per tutti, nella speranza che le cosche maggiori o abbandonino le ‘ndrine combattenti al loro disgraziato destino o le convincano a deporre le armi e a fare la pace, come è già accaduto in passato.

Non esclude, Minniti, che possa scoppiare una nuova guerra. E’ il suo timore maggiore. Troppo spregiudicati ed efficienti si sono dimostrati gli Strangio con “il colpo” di Duisburg. Curicarono il nemico, lo “coricarono”, lo stesero con un’azione impensata. Ne avranno un prestigio e un potere che può persuadere le famiglie più influenti, i Morabito di Africo, i Barbaro di Platì, se richiesti, a dare una mano ai Vottari in difficoltà. Si conterebbero morti a decine, in Italia e forse fuori dell’Italia.

“Non voglio però nascondermi dietro un dito – dice Minniti – quel che facciamo non può bastare. C’è una sfida che non è ancora sufficiente. La sfida della sovranità. Lo Stato deve poter capovolgere in quelle terre la convinzione diffusa che le sue funzioni di decisione, amministrazione, fiscali, distributive, repressive, di composizione delle controversie – penso alla giustizia civile – siano sott’ordinate al potere della ‘ndrangheta. Vogliamo ribadire costantemente, giorno dopo giorno, che quel potere appartiene in maniera esclusiva allo Stato. Dobbiamo avere l’ambizione pubblica di voler distruggere la ‘ndrangheta. Lo so che il programma è imponente, ma soltanto dandoci quest’obiettivo possiamo evitare gli equivoci e i danni che ha prodotto in passato la cultura e la strategia dell’emergenza: a un picco di violenza mafiosa, lo Stato replica con un picco di repressione. Questo metodo induce a credere che fino a quando, senza colpi di testa, senza rumore, la mafia coltiva il suo orto non sarà disturbata dallo Stato. Il messaggio finisce per rafforzare la mafia; ne enfatizza il potere; sottostima la capacità dei poteri legittimi; deprime i tanti cittadini onesti. Che speranza possono coltivare se anche lo Stato, in fin dei conti, si acconcia a un’indecente convivenza con quella gente? Noi dobbiamo poter dire che non lavoriamo per un quieto vivere che finisce per minacciare alla radice la stessa democrazia, che non ci accontenteremo di pareggiare, che vogliamo la vittoria piena. Non soltanto il governo, ma tutta intera la politica italiana dovrebbe assumere questo pubblico impegno”.

(18 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/duisburg-2/ndrangheta-senza-confini/ndrangheta-senza-confini.html

“‘Ndrangheta senza confini lo Stato deve distruggerla” Comments

“‘Ndrangheta senza confini lo Stato deve distruggerla”

lunedì 20 agosto 2007

Minniti: no al quieto vivere, è in gioco la democrazia: “Terremo
sotto pressione le ‘ndrine. Se si facessero la guerra, avremo morti a decine”

Il viceministro dell’Interno rivendica l’impegno del governo
“Le nostre indagini avevano avvistato il pericolo”
di GIUSEPPE D’AVANZO

San Luca, il paese della faida

DICE Marco Minniti che non bisogna farsi ingannare dalla povertà di quei paesi, San Luca, Platì, Africo. In quel triangolo di Aspromonte, la povertà quasi la ostentano, se ne ammantano, te la mostrano come se fosse una virtù che dovrebbe dare a intendere vite frugali, pane faticato, costumi controllati e non corrotti dall’Assoluto Denaro. E’ fumo negli occhi e non deve accecare. La realtà di quella Calabria e della ‘ndrangheta è un’altra.
la strage

Il viceministro – ha la delega per le polizie e il servizio segreto civile – racconta un episodio saltato fuori in una delle tante indagini con intercettazioni, cimici ambientali e tutto quanto. Una ‘ndrina ha un po’ di denaro da sistemare al sicuro. Il bottino è cash, come sempre. Cinque milioni di euro. Chi riceve l’incarico decide di nascondere il malloppo nell’intercapedine di un muro. Il muro è umido come in una cantina. In poche settimane, la muffa “mangia” il denaro. Il ragazzo è in imbarazzo. Deve dire del pasticcio al capobastone e, se quello pensa che il denaro se l’è sgraffignato, magari gli spara all’istante. Il ragazzo ha paura. Dice quel che deve dire, in fretta e angosciato. Si sente rispondere – e la cimice registra – “Figlio, non ti preoccupare. I soldi, come se ne sono andati, così ritorneranno…”. L’affare con cui prosperano le ‘ndrine – il traffico della droga lungo le rotte colombiane e nigeriane – ha un moltiplicatore economico di 1 a 50.
Nessun confronto con i profitti possibili con il commercio dell’oro, del petrolio, dell’uranio.

“Voglio dire – continua Minniti – che per comprendere la ‘ndrangheta bisogna accertarne i paradossi, non farsene confondere. I luoghi sono poveri o poverissimi; le famiglie che li abitano ricche o molto ricche o straordinariamente ricche. Vivono protette, quasi rinserrate nei legami di sangue, in un familismo inviolabile e autoreferenziale che sembra escluderle dal mondo e sono capaci di avere con il mondo le frenetiche e molteplici relazioni di una grande multinazionale. Appaiono soffocate in un spazio ristretto come i pirati sull’isola di Tortuga, ma proprio come quei pirati sanno solcare mari sconosciuti, incutere timore perché per loro la violenza è un’abitudine e la sopraffazione è una regola di vita.
L’arretratezza culturale e quell’asfissia familistica le rende protette, invulnerabili. Chi tradirebbe il padre o il fratello? Quel vincolo di sangue custodisce e nasconde, a petto di chiunque, i segreti di famiglia, le relazioni, le mire, la ricchezza; costituisce la prima risorsa per affrontare e umiliare le ambizioni degli altri, costi quel che costi anche spararsi addosso per una decina d’anni”.

La terra e il sangue. Sostiene Minniti che sono i due fili da non smarrire mai se si vuole sbrogliare la matassa della ‘ndrangheta. Sulla terra che abitano pretendono di avere la sovranità. Il “pizzo” che impongono al commercio e all’impresa, la subordinazione che esigono dalle amministrazioni pubbliche, il controllo di ogni transazione legale o illegale non arricchisce, non ne hanno bisogno: devono dimostrare che solo il loro potere – e non quello statuale – può essere autorizzativo. L’indistruttibile legame di famiglia, il sangue, è lo strumento e la forza visibile di quella pretesa. Non lo si può tagliare di netto, mai, nemmeno a volerlo. Giuseppe Sculli, il nipote di Giuseppe Morabito di Africo ‘u tiradirittu, era una promessa del calcio italiano. Nazionale dell’Under 21, cartellino della Juve. Avrebbe potuto andare lontano, per la sua strada. Ogni estate, tutto il tempo ad Africo invece e ad Africo – con le cimici che registrano – consiglia candidati al Comune; minaccia; “mette ordine” nelle discoteche. Il sangue non scolora e imprigiona con i suoi obblighi.

“E’ vero, dice Minniti, che non possiamo sorprenderci della strage di Duisburg, e io non se sono sorpreso infatti. Sono sorpreso della sorpresa dei nostri partners europei, le dico la verità. Mi spiego meglio. Se a Ferragosto, faccio per dire, ci fossimo trovati a Como con sei rumeni finiti con il colpo alla nuca, noi non avremmo detto: cara Romania, è un problema tuo! Ci saremmo chiesti che cosa non funziona da noi; quali sono i buchi nella rete; quali i controlli inefficienti; quali i sensori inattivi. Lo avremmo sentito un problema nostro. Mettiamola così, perché non voglio creare polemiche, non siamo riusciti a rendere consapevoli i Paesi europei dell’infezione e, dal suo canto, l’Europa fino a quando ha incassato investimenti “puliti” delle mafie italiane si è illusa che, al denaro che non ha odore, non debba necessariamente seguire una crisi della sicurezza pubblica, come accade oggi nella Ruhr e come può accadere presto in Costa Azzurra, nel Regno Unito, in Belgio, in Olanda dove da tempo affluiscono i capitali delle nostre mafie. Nessuno in Europa può sorprendersi perché siamo vigili e li abbiamo resi vigili. Ripeto, già nel 2001, con il nome in codice Lukas, i carabinieri del Ros compilarono con la collaborazione del Bka una mappa degli investimenti calabresi in Germania. In quella mappa, c’era anche, per dire, il ristorante “da Bruno” che è stato il teatro della strage.
Un luogo non neutro, come confido che presto dimostreranno le indagini. L’ordinamento legislativo tedesco ha impedito il prosieguo di indagini efficaci e preventive. Ora nutro la speranza che quanto è accaduto a Ferragosto possa inaugurare una nuova stagione, magari più consapevole che la minaccia mafiosa la patisce non solo il Paese che l’esporta, ma l’incuba anche chi la importa, magari qualche volta cedendo alla tentazione di chiudere gli occhi perché, si sa, pecunia non olet. Icasticamente Duisburg ci dice che il movente, i mandanti, le vittime e gli esecutori possono essere in un angolo d’Europa e il delitto a migliaia di chilometri. Credo che si debba cogliere l’occasione di quest’indagine per inaugurare una nuova stagione del contrasto ai reati transnazionali che vedano al lavoro squadre investigative comuni e una più stretta collaborazione delle magistrature”.

Anche Minniti ha le sue tentazioni, naturalmente. Sostiene che il governo fa quel che deve e può. Anzi, dice che mai nessun governo ha dato una così costante continuità al lavoro di prevenzione e repressione. Quel che il governo ha in animo di fare ora ha già un programma. Tenere sotto pressione le ‘ndrine per convincere che lo scontro tra i Vottari-Pelle e gli Strangio-Nirta è un gran cattivo affare per tutti, nella speranza che le cosche maggiori o abbandonino le ‘ndrine combattenti al loro disgraziato destino o le convincano a deporre le armi e a fare la pace, come è già accaduto in passato.

Non esclude, Minniti, che possa scoppiare una nuova guerra. E’ il suo timore maggiore. Troppo spregiudicati ed efficienti si sono dimostrati gli Strangio con “il colpo” di Duisburg. Curicarono il nemico, lo “coricarono”, lo stesero con un’azione impensata. Ne avranno un prestigio e un potere che può persuadere le famiglie più influenti, i Morabito di Africo, i Barbaro di Platì, se richiesti, a dare una mano ai Vottari in difficoltà. Si conterebbero morti a decine, in Italia e forse fuori dell’Italia.

“Non voglio però nascondermi dietro un dito – dice Minniti – quel che facciamo non può bastare. C’è una sfida che non è ancora sufficiente. La sfida della sovranità. Lo Stato deve poter capovolgere in quelle terre la convinzione diffusa che le sue funzioni di decisione, amministrazione, fiscali, distributive, repressive, di composizione delle controversie – penso alla giustizia civile – siano sott’ordinate al potere della ‘ndrangheta. Vogliamo ribadire costantemente, giorno dopo giorno, che quel potere appartiene in maniera esclusiva allo Stato. Dobbiamo avere l’ambizione pubblica di voler distruggere la ‘ndrangheta. Lo so che il programma è imponente, ma soltanto dandoci quest’obiettivo possiamo evitare gli equivoci e i danni che ha prodotto in passato la cultura e la strategia dell’emergenza: a un picco di violenza mafiosa, lo Stato replica con un picco di repressione. Questo metodo induce a credere che fino a quando, senza colpi di testa, senza rumore, la mafia coltiva il suo orto non sarà disturbata dallo Stato. Il messaggio finisce per rafforzare la mafia; ne enfatizza il potere; sottostima la capacità dei poteri legittimi; deprime i tanti cittadini onesti. Che speranza possono coltivare se anche lo Stato, in fin dei conti, si acconcia a un’indecente convivenza con quella gente? Noi dobbiamo poter dire che non lavoriamo per un quieto vivere che finisce per minacciare alla radice la stessa democrazia, che non ci accontenteremo di pareggiare, che vogliamo la vittoria piena. Non soltanto il governo, ma tutta intera la politica italiana dovrebbe assumere questo pubblico impegno”.

(18 agosto 2007)

fonte: http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/esteri/duisburg-2/ndrangheta-senza-confini/ndrangheta-senza-confini.html

Un ragazzo di Catanzaro ha scritto a Romano Prodi Comments

Un ragazzo di Catanzaro ha scritto a Romano Prodi

17 Agosto 2007

Piombo da esportazione

piombo_da_esportazione.jpg
foto da spiegel.de

Duisburg ha dimostrato che la nostra esportazione tira ancora, esportiamo piombo e mafie. In Italia il mercato è saturo. La Comunità europea è uno sbocco naturale.
Un ragazzo di Catanzaro ha scritto a Romano Prodi e al blog una lettera. E’ un segnale di speranza. Ragazzi di Calabria non siete soli.

Egregio sig. Presidente del Consiglio,
ho ascoltato il Suo appello lanciato attraverso i tg nazionali e rivolto ai giovani calabresi, all’indomani della strage di Duisburg, con cui li esortava a reagire alla N’drangheta. Mi sono sentito chiamato in causa, in quanto giovane e calabrese (ho 34 anni, vivo e lavoro a Catanzaro) perché i fatti di Duisburg mi hanno colpito profondamente e poi perché vorrei lanciare io due appelli: uno ai miei conterranei e un altro a Lei in qualità di capo dell’Esecutivo.
Ai calabresi vorrei dire che noi giovani siamo stufi di subire questo stato di cose e che poiché siamo assolutamente consapevoli che spetta a ciascuno di noi iniziare a dire no, iniziare a difendere questo territorio perché ci appartiene, è arrivato il momento di cambiare registro. Dobbiamo iniziare innanzitutto a percepirci come esseri umani, come cittadini e non come sudditi privi di diritti. Abbiamo il diritto di vivere in una regione civile. E’ emblematico come, ad esempio, quando si parla di turismo nella nostra regione, ci si lamenti sempre della carenze, come l’inquinamento e la disorganizzazione ma anche dei danni all’immagine causati da questi efferati omicidi, solo in funzione dei potenziali turisti come se i residenti non meritassero la stessa considerazione. Non ci lamentiamo perché non ci piace vivere in queste condizioni ma perché nell’eventualità in cui arrivassero dei turisti rischieremmo di fare una brutta figura. E noi che ci viviamo? Non abbiamo diritto di vivere in un territorio civile? Non siamo persone? Come possiamo pensare di avere rispetto per i turisti se non abbiamo rispetto per noi stessi? Una padrona di casa che ama l’ordine e la pulizia non teme di ricevere visite in casa da un momento all’altro.
Il secondo appello Presidente lo lancio a Lei, rassicurandola circa la reazione dei giovani calabresi nei confronti della N’drangheta (che c’è ed è in atto da tempo), perché questa reazione non risulti vana.
I giovani calabresi reagiscono quotidianamente alla N’drangheta nel loro piccolo. Come possono. I giovani calabresi reagiscono alla N’drangheta quando invece di elemosinare un posto di lavoro in cambio del voto emigrano altrove (scelta criticabile ma non condannabile); quando decidono di restare come ha fatto il sottoscritto e creano, insieme con altri giovani, attraverso Internet nuove reti di intelligenza sociale (beppegrillo.meetup.com/191) attraverso le quali diffondere una nuova mentalità nella nostra regione; quando scrivono, come abbiamo fatto di recente, una lettera di solidarietà a Pino Masciari, un coraggioso e onesto imprenditore calabrese dimenticato da tutti (Stato compreso) che si è rifiutato di pagare il pizzo e ha denunciato chi glielo chiedeva ed oggi vive blindato lontano dalla sua amata regione, per farlo sentire un pò meno prigioniero; quando scrivono una mail di solidarietà al sindaco di Falerna, in provincia di Catanzaro, perché per aver fatto abbattere delle case abusive sulla spiaggia del suo comune ha dovuto subire l’isolamento; quando segnalano ai sindaci, come quello di Stalettì sempre in provincia di Catanzaro, pericoli imminenti, in seguito agli incendi che hanno flagellato la nostra bella regione, e restano inascoltati; quando disertano i dibattiti, i convegni, le piazze dove a parlare sono sempre gli stessi politicanti; quando si rifiutano di votare personaggi che da oltre trent’anni siedono sugli scranni del Consiglio Regionale, che hanno contribuito in maniera determinante all’elezione Sua e del Suo Governo e che ambiscono a rappresentare “il nuovo” nel costituendo Partito Democratico; quando creano comitati perché si rifiutano di subire il neo-colonialismo in atto nella nostra regione dove basta aprire un’azienda e tenerla in vita per cinque anni per ottenere i finanziamenti e subito dopo chiudere e licenziare tutti gli assunti o dove, in cambio di una manciata di posti di lavoro, si autorizzano impianti industriali che danneggiano la salute dei residenti; quando non chiedono di usufruire di finanziamenti pubblici e vengono derisi, come è successo al sottoscritto, perché convinti che in un libero mercato compito dell’imprenditore sia quello di assumersi il rischio di investire i propri soldi e non quelli della collettività; quando ideano caparbiamente laboratori teatrali con i giovani delle scuole, come fa con grande difficoltà un mio carissimo amico a Lamezia Terme e in altri piccoli comuni limitrofi, avvicinandoli all’arte e allontanandoli dalle cattive compagnie; quando raccolgono le firme (come faremo l’8 settembre prossimo) per impedire che i condannati in via definitiva siedano in Parlamento; quando attraverso un video-denuncia (pubblicato su You Tube all’indirizzo: http://it.youtube.com/watch?v=hvGaltFZzb4) mettono il dito nella piaga dei mali della propria terra denunciando contemporaneamente lo sperpero di denaro pubblico che la Regione ha avallato finanziando una campagna pubblicitaria che si smentisce quotidianamente da sola. Solo per citarLe alcuni esempi di reazione.
Ma ancora prima di reagire alla N’drangheta i giovani calabresi reagiscono all’ipocrisia che circonda le istituzioni quando si parla di questo annoso tema. Ci sono, infatti, altri giovani in Calabria come il Pubblico Ministero Luigi De Magistris, in forza a Catanzaro e il suo collega Eugenio Facciolla, in forza a Paola, che stanno reagendo da tempo alla N’drangheta indagando sulle commistioni tra mafia e politica. Forse loro hanno reagito troppo. Il dott. De Magistris, infatti, ha dovuto denunciare nei giorni scorsi al CSM alcuni tentativi, da parte dei “poteri forti”, volti a sottrargli le indagini mirando a dimostrare una sua incompatibilità.
Vede signor Presidente, in un mondo come quello attuale, in cui stentiamo a riconoscere in chi ci sta intorno la buona fede, queste persone rappresentano un patrimonio da difendere. I giovani non credono più nella politica perché predica bene e razzola male, perché fino ad oggi sono rimasti sistematicamente delusi ed hanno paura di restarlo ancora una volta. I loro occhi diventano sempre meno ingenui e più critici perché molto meno disposti a sognare senza lasciarsi sfiorare dal dubbio.
Qualcuno pensa che i giovani siano un ottimo argomento per una campagna elettorale ma i giovani sanno riconoscere la sincerità perché quotidianamente riconoscono il tradimento.Il sostituto procuratore Nicola Gratteri, grande esperto di N’drangheta e grande magistrato, ha affermato nel corso di un convegno che per battere la N’drangheta basterebbe qualche modifica al codice penale e cinque anni di tempo. Ha perfettamente ragione. Cosa aspettiamo?
Presidente, lei e la sua maggioranza avete l’opportunità di ottenere con una sola mossa due risultati: sconfiggere la N’drangheta e riacquistare la fiducia dei giovani. Cosa aspetta?L’hanno sempre criticata per la sua incapacità di comunicare, dia una lezione una volta tanto ai suoi denigratori dimostrando che la migliore comunicazione avviene attraverso i gesti concreti, dando l’esempio, e non solamente a parole.” Massimiliano Capalbo, Catanzaro

Fonte :   http://beppegrillo.meetup.com/191/ ;        http://www.beppegrillo.it/

     

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LEGALITALIA – I° Meeting Nazionale dei Giovani Antimafia

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“Testimoni a perdere”

I giovani incontrano
Pino Masciari
ex imprenditore oggi testimone di giustizia
e
Nicola Gratteri
sostituto Procuratore Direzione Distrettuale Antimafia
di Reggio Calabria.

Facilita il dialogo
Enrica Majo
giornalista RAI GR1

 

 

 

11 agosto 2007

Reggio Calabria Piazza Duomo

per vedere il video Clicca qui

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